PASQUALE VILLARI.
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Niccol Machiavelli e i suoi tempi.
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Volume Terzo.
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1912. ULRICO HOEPLI, Editore-Libraio della Real Casa, .
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da: Claudio Paganelli, Progetto Manuzio, iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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TERZA EDIZIONE riveduta e corretta dall'Autore.
Tipografia S. Landi, Via Santa Caterina, 14. FIRENZE.
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INDICE DEL TERZO VOLUME
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AVVERTENZA.
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LIBRO SECONDO.
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CAPITOLO. 6.
Leone Decimo, la sua politica e la sua Corte.
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CAPITOLO. 7.
Il Machiavelli e la sua famiglia in villa.
I suoi figli.
Corrispondenza col nipote Giovanni Vernacci.
Viaggio a Genova.
Gli Orti Oricellari.
Discorsi del Guicciardini.
Il Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze.
Commissione a Lucca.
Sommario delle cose di Lucca.
Vita di Castruccio Castracani.
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CAPITOLO. 8.
L'Arte della Guerra.
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CAPITOLO. 9.
Il Machiavelli ha la commissione di scrivere le Storie.
Il Soderini cerca dissuaderlo dall'accettare.
Gita a Carpi e corrispondenza col Guicciardini.
Papa Adriano Sesto.
Nuove proposte di riforme in Firenze.
Congiura contro i Medici e condanna dei congiurati.
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CAPITOLO. 10.
Condizioni generali del teatro in Italia.
Le Sacre Rappresentazioni, la Commedia dell'arte e la Commedia erudita.
Le Commedie dell'Ariosto.
La Calandra del cardinal Bibbiena.
Le Commedie del Machiavelli: La Mandragola, La Clizia, la Commedia in prosa, la Commedia in versi, la traduzione dell'Andria.
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CAPITOLO. 11. L'Asino d'Oro.
I Capitoli ed altre poesie minori.
Il Dialogo sulla lingua.
La Descrizione della Peste.
Il Dialogo dell'ira e dei modi di curarla.
La Novella di Belfagor arcidiavolo.
Altri scritti minori.
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CAPITOLO. 12.
Le Istorie fiorentine.
Il primo libro o la introduzione generale.
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CAPITOLO. 13.
Le Istorie fiorentine.
I libri 1, 3 e 4, o la Storia interna di Firenze sino al trionfo dei Medici.
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CAPITOLO. 14.
Le Istorie fiorentine.
I libri 5 e 6, il trionfo dei Medici e le guerre d'Italia.
I libri 7 e 8, Lorenzo dei Medici e le congiure.
I Frammenti storici.
Gli Estratti di lettere ai Dieci di Bala.
La prima bozza delle Istorie.
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CAPITOLO. 15.
Morte di Adriano Sesto.
Elezione di Clemente Settimo.
Battaglia di Pavia.
Congiura del Morone.
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CAPITOLO. 16.
L'esercito imperiale s'avanza in Lombardia.
Il Guicciardini Presidente della Romagna, poi Luogotenente al campo.
Il Machiavelli rientra negli affari.
Sua gita a Roma.
 inviato presso il Guicciardini a Faenza.
Sua gita a Venezia.
Corrispondenza col Guicciardini.
 nominato Cancelliere dei Procuratori delle Mura.
Attende ai lavori per le fortificazioni della Citt.
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CAPITOLO. 17.
Assalto dei Colonna in Roma.
Tregua del Papa coll'Imperatore.
Il Guicciardini e il Machiavelli al campo.
Cremona s'arrende alla Lega.
Ordine al Guicciardini di ritirare il campo di qua dal Po.
Gl'imperiali s'avanzano verso Bologna.
Vani tentativi d'accordo tra il Papa e gl'imperiali.
Il Machiavelli torna a Firenze.
Tumulto di Firenze.
Sacco di Roma.
Cacciata dei Medici, e ricostituzione della repubblica fiorentina.
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CAPITOLO. 18.
Il Machiavelli inviato al campo presso Roma.
Suo ritorno a Firenze.
Nuove calamit e nuovi dolori.
Malattia e morte.
Testamento.
Preteso sogno del Machiavelli.
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CONCLUSIONE.
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Fine Indice.
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AVVERTENZA.
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La ristampa di questo volume dovette, per diverse ragioni, procedere con molta lentezza. E intanto gli studi sul Machiavelli sembravano rifiorire. Vennero infatti alla luce parecchi nuovi lavori, e prima di tutti il secondo volume del Tommasini, con un'appendice di documenti. Di questi lavori era mio debito tener conto, come cercai di fare nel miglior modo che seppi. Alcuni di essi per mi pervennero troppo tardi perch io potessi valermene. Di uno, come il lettore potr vedere, detti qualche ragguaglio in una nota speciale, messa dopo i documenti. Altri due ricorder adesso.
La stampa del volume era gi compiuta, quando potei vedere la terza ed ultima parte dell'opera, di cui il signor Adolfo Gerber da pi tempo aveva iniziata la pubblicazione. Con essa egli ci ha dato un ampio, assai utile studio critico-bibliografico sui manoscritti, le edizioni e traduzioni delle opere del Machiavelli nei secoli XV e XVI, illustrato con molti facsimili.(1)
Un'altra opera notevole pel biografo del Machiavelli,  quella del signor Jean Dubreton, La disgrce de Nicolas Machiavel.(2) L'autore si  proposto di trattare quella parte della biografia, che  stata, secondo lui, a torto trascurata dagli altri. Mediante lo studio specialmente della corrispondenza epistolare con Francesco Vettori e cogli altri amici o parenti del Machiavelli, egli ha cercato di descriverne minutamente il carattere personale e privato. Nemico, come egli dice, della storia endimanche, il Dubreton vuol far discendere il Segretario fiorentino dal solenne piedistallo, su cui lo han voluto porre gli altri biografi, studiandolo invece nella sua nudit e semplicit. L'esame imparziale dell'uomo privato varr forse a far meglio conoscere anche l'uomo pubblico, lo scrittore.
Seguendo questo concetto l'autore ha cercato di darci un minuto ragguaglio della vita del Machiavelli nella famiglia, nella cancelleria, nei ritrovi, fermandosi sopra tutto a descrivere i pi o meno illeciti amori di lui, e quelli anche dei suoi amici o compagni. Insiste moltissimo su tutte quante le sue debolezze. Delle sue legazioni, della sua vita pubblica, delle Opere, di tutto ci che ha dato l'immortalit al Machiavelli, egli si occupa certamente, ma assai meno, rimanendo fedele allo scopo che si era proposto, al metodo che aveva dichiarato di voler seguire.
Quando noi leggemmo il libro del signor Dubreton, avevamo assai prima riveduto e stampato quei capitoli del nostro lavoro, in cui, valendoci appunto della corrispondenza privata, avevamo gi trattato quella parte della biografia, su cui lo scrittore francese si era pi particolarmente soffermato. Non ci era quindi possibile tornare indietro e discutere, e neppure rispondere a qualche osservazione che egli ci aveva fatta con una cortesia di cui sentiamo l'obbligo di ringraziarlo. Il Dubreton ritiene che noi ci siamo troppo poco fermati sulla vita privata del Machiavelli, che siamo stati troppo riservati, abbiamo voluto attenuare le sue debolezze, coprire le sue nudit.
Non v'ha dubbio alcuno, lo scopo che noi ci eravamo prefisso era diverso dal suo. Noi volevamo sopra tutto far conoscere il Machiavelli uomo di Stato, scrittore, patriotta. Quanto alle sue debolezze, sopra tutto ai suoi amori, spesso non molto edificanti, li abbiamo sempre ricordati; ma certo non erano ci che pi c'importava di mettere in luce. Ammettiamo che di un grande uomo  necessario conoscere tutto, anche le debolezze, anche gli errori; ma qui appunto ci permettiamo di esporre una osservazione, che risponde a quella fattaci dallo stesso autore.
Ponendo in maggior luce una parte sola, non sempre la migliore, del carattere di un grande uomo, si corre il rischio, a noi sembra, di lasciare nell'animo del lettore una impressione troppo unilaterale.  avvenuto infatti allo stesso signor Dubreton che, dopo aver descritto quella che egli chiama la mediocrit, quasi la bassezza, del Machiavelli, resta pi tardi assai maravigliato di vederlo a un tratto, verso la fine della sua vita, quando la patria era in pericolo, divenir poco meno che eroico. Lo vede adoperarsi con grande entusiasmo, con ardente patriottismo, ad armare il popolo, ad apparecchiarlo alla difesa; e, allora, quasi dominato egli stesso da eguale entusiasmo, ci descrive con viva eloquenza "cette vie de mdiocrit, qui sur la fin clate en noblesse."
Ma se, quando descriveva, con tanta cura e precisione, le debolezze del Machiavelli, non avesse un po' troppo allontanato lo sguardo dall'altro lato pi nobile del carattere di lui, sarebbe forse venuto a diversa conclusione. Avrebbe nelle sue Opere, nella fedelt con cui serv la Repubblica sotto il gonfalonierato del Soderini, nell'irrefrenabile ardore patriottico, di cui di prova costante sin da quando propose ed inizi l'ordinamento della milizia nazionale, ritrovato anche quel medesimo entusiasmo, quel medesimo patriottismo, quella medesima nobilt d'animo, che tanto ammir pi tardi. La sua maraviglia sarebbe allora cessata, e si sarebbe forse persuaso che, se di un grande uomo  necessario conoscere tutto, anche le debolezze, non  poi necessario fermarsi troppo a contemplarle, correndo il rischio di lasciare in ombra quelle pi nobili qualit che costituiscono la vera grandezza di lui, quelle per cui egli appartiene alla storia.
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Luglio 1913.
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LIBRO SECONDO.
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CAPITOLO 6.
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Leone X, la sua politica e la sua Corte.
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Prima di ripigliar l'esame delle opere del Machiavelli, dobbiamo di nuovo fermarci alla storia dei tempi, coi quali esse sono in una continua relazione, e dei quali continuamente discorrono.
Leone X era salito sulla cattedra di San Pietro, destando per tutto, specialmente in Italia, grandissime speranze di s. Il mondo era stanco degli eccessi scandalosi d'Alessandro VI, e delle audacie irrequiete di Giulio II. Si desiderava un poco di tregua e di pace; il cardinal Giovanni de' Medici sembrava perci il papa da tutti desiderato. Il Vettori dice di lui, che "aveva saputo in modo simulare, che era tenuto di ottimi costumi."(3) Certo aveva una generale reputazione di buono, ma anche di assai accorto, che sapeva condurre ed aggirare i cervelli degli uomini. In politica era della scuola di suo padre Lorenzo il Magnifico; ambiziosissimo del potere per s e pe' suoi, con una grande apparenza di bonomia e di semplicit, serbando sempre quelli che a Firenze chiamavano i modi civili. Ma ci non impediva punto che, all'occorrenza, sapesse non solo mentire ed ingannare, di che quasi menava vanto; ma porre crudelmente le mani nel sangue. Aveva anche una grande reputazione, e meritata, d'uomo liberalissimo del suo. Dava in fatti quello che aveva e quello ancora che non aveva. "Era tanto possibile," dice lo stesso Vettori, "che Sua Santit tenesse mille ducati, quanto  possibile che una pietra vada in alto da s."(4) " certo che se le porte del Panteon fossero d'oro, il Papa non le lascerebbe al loro posto," diceva uno degli ambasciatori veneti.(5) Ed un altro aggiungeva, che non solamente non sapeva tener conto alcuno del danaro, ma che i Fiorentini i quali gli si affollavano d'intorno, e dicevano d'esser suoi parenti, non gli lasciavano mai un soldo in tasca, per il che erano venuti in grande odio alla Corte.(6) N minore era la sua fama di mecenate, protettore e cultore delle lettere e di tutte le arti belle. Il palazzo a Sant'Eustachio,(7) quando egli lo abit da cardinale, era divenuto ben presto un ameno ricetto d'artisti e di letterati, un museo, nel quale colloc la biblioteca Medicea, che nel 1508 aveva comperata dai frati di S. Marco, i quali l'avevano acquistata ai tempi del Savonarola.(8) Di mezzana statura, di testa grossa, d'un colore che tendeva al rosso, con occhi sporgenti, di vista corta in modo che portava sempre una lente, Leone X aveva allora trentotto anni, era vanissimo della sua bella mano, che faceva sempre vedere, ornandola di molti anelli, e pi ancora della sua voce armoniosa cos nel parlare, come nel cantare. Lo tormentava per molto una fistola che rendeva disgustoso l'avvicinarlo; era assai corpulento ed intollerante d'ogni fatica prolungata. Tutti i poeti cortigiani lodavano, esaltavano i suoi versi latini, che erano assai mediocri, ma che egli improvvisava con molta facilit; tutti lo ammiravano ed applaudivano quando cantava e quando disputava di pittura, di scultura, di musica, d'ogni cosa. In sostanza per egli non riusc mai a produrre nulla di originale. Era un gran dilettante, un grande amatore delle arti e delle lettere, non altro. Ed in ci si vedeva assai chiara la sua inferiorit di fronte a Lorenzo il Magnifico, che non solo fu mecenate, ma lasci anche una impronta personale nella letteratura del suo tempo.
Non era anche sciolto il Conclave, che lo aveva eletto (11 marzo 1513) quando il Papa nomin suoi segretari Pietro Bembo veneziano, erudito latinista, elegante scrittore italiano, amante del bel sesso, del lieto vivere, e Giovanni Sadoleto, altro latinista erudito, vago del conversare ameno e dei piaceri. Simili a costoro erano, pi o meno, tutti i prelati di cui si circond. Un luogo eminente fra loro tenne per qualche tempo Bernardo Dovizi da Bibbiena, il noto autore della scandalosa commedia La Calandra. Questi era un capo ameno, molto pratico per degli affari; aveva assai contribuito all'elezione del Papa, e ne fu compensato col cappello cardinalizio, di cui god poco, perch la sua salute era gi rovinata, e perch ben presto il sospetto d'avere intrigato colla Francia, gli fece perdere ogni favore, tanto che la sua morte, seguita poco dopo, venne attribuita a veleno. Quando si trovava in mezzo a questi prelati, ai suoi poeti, ai suoi artisti, Leone X pareva veramente felice. Egli manifest la propria indole, espresse tutto l'animo suo, quando, poco dopo l'elezione, incontrando il fratello Giuliano, gli disse: "Godiamoci il papato, poich Dio ce l'ha dato."(9) Godersi la vita, non tanto sensualmente, quanto esteticamente, era ci che pi di tutto desiderava. "Non vorria n guerra, n fatica," scriveva l'ambasciatore veneto Marin Giorgi.(10) "Pensava a ogni altra cosa che a guerra," scriveva l'ambasciatore fiorentino Francesco Vettori.(11) E pure, sebbene tutto egli sacrificasse ai desiderati piaceri, e tanto volesse la pace, fu sempre in guerra, e tenne in agitazione continua l'Italia intera.
Per la sua Corte, per i suoi piaceri e conviti, per i suoi letterati ed artisti, anche per i suoi buffoni, aveva bisogno di molti danari, il che gli faceva tentare ogni via onesta e disonesta per averli, e qualche volta da ci nascevano dissensi, che erano poi cagioni di guerra. In fatti volse subito l'occhio alle terre di Cervia e di Ravenna, da cui si cavavano cinquantamila ducati l'anno di sale, senza riflettere che cos insospettiva ed irritava i Veneziani, che le possedevano.(12) A questo s'aggiungeva una brama ardente di far parlare di s, d'essere tenuto potente in Italia; ma soprattutto un desiderio vivissimo, che non gli dava mai pace, di rendere potenti anche tutti i suoi. "Il Papa e i suoi Medici," scriveva l'ambasciatore veneto, "non hanno altra fantasia che di far grande la prosperit della casa, e i suoi nipoti non si contentavano d'esser duchi, ma pretendevano che uno di loro fosse re."(13) Abbiamo gi visto come questi desideri, di cui parlano tutti i contemporanei amici e nemici di Leone X, spingessero di continuo al disegno di formare nell'alta Italia uno Stato di Modena e di Parma, da estendersi poi sino a Ferrara e ad Urbino, il che naturalmente doveva esser causa di guerra cogli Este e coi Della Rovere. Un tale disegno era stato quello che aveva suggerito al Machiavelli l'idea del Principe, nel quale consigliava ai Medici, che s'allargassero addirittura a tutta Italia, riunendola ed armandola. La prima speranza del Papa fu per qualche tempo di dare il nuovo Stato al nipote Lorenzo, supponendo di poter profittare degl'inevitabili garbugli d'Italia, in modo da ottenere pel fratello Giuliano il regno di Napoli. Trovata ben presto impossibile l'effettuazione del secondo e pi ambizioso disegno, voleva dar Modena e Parma a Giuliano. Ma questi, che era fantastico e buono, mor nel 1516, e cos rest solo Lorenzo, che aveva ventun anno, ed era, secondo l'ambasciatore veneto, "di un animo gagliardo, astuto e atto a far cose grandi, non come il Valentino, ma poco meno."(14) Costui stimolava continuamente il Papa, tanto pi che non gli piaceva punto lo starsene a Firenze, dove poteva comandar pi di nome che di fatto.
V'era anche un altro Medici, di maggiore et e pi autorevole, Giulio (1478-1534), figlio naturale di quel Giuliano che fu ucciso nella congiura dei Pazzi. Nato poco dopo la morte del padre, e notissimo pi tardi col nome di Clemente VII, s'era dato ben presto alla vita ecclesiastica; fu poi cavaliere di Rodi, frequent molto la Corte del cardinal Giovanni, e continu pi che mai, quando questi fu papa Leone X. S'era molto adoperato nella congiura che cacci il Soderini da Firenze, e venne poco dopo nominato arcivescovo di questa citt. Non and guari che fu promosso cardinale, dopo essere stato prima falsamente dichiarato figlio legittimo, al modo stesso che s'era da Alessandro VI praticato pel Valentino. Insieme con lui ebbero il cappello Bernardo da Bibbiena, il datario Lorenzo Pucci ed Innocenzo Cibo, nipote del Papa per parte di sorella. Questo fu il primo passo, dice il Vettori, dato da Leone X a violare i giuramenti, cosa che incominci subito a far mutare la buona opinione che s'era prima concepita di lui. Il cardinale Giulio veniva adoperato in tutte le pi gravi faccende, e passava per un uomo accortissimo, consigliere non solo, ma quasi guida del Papa.(15) Assai meno dedito ai piaceri, meno curante di fare il mecenate, reggeva meglio al lavoro, e si dava agli affari senza distrazioni. Ma il vero , che il Papa se ne valeva come di un utile e docile strumento della propria volont. Per cansar fatica egli adoperava sempre e molto gli altri; ma voleva far le cose a suo modo, ed ottenere il proprio intento, senza punto badare ai mezzi.
Fu sventura per lui salire al pontificato quando l'Europa era travagliata da lotte sanguinose per le gare dei grandi potentati; quando gi cominciava l'agitazione della Riforma religiosa; quando l'Italia era lacerata da Francesi e da Spagnuoli, che se ne contendevano il dominio, e vi chiamavano, per farsi a vicenda aiutare, altri stranieri. Egli presumeva farsi grande moderatore della politica generale in tutta Europa. L'autorit della Chiesa, il nome della famiglia, la grande fortuna che lo aveva mirabilmente secondato, lo ponevano certo assai in alto, e facevano a molti sperare, che come suo padre era stato chiamato l'ago della bilancia d'Italia, cos il figlio potesse essere arbitro delle grandi contese politiche, non solo in Italia, ma in tutta Europa. Ad ottenere un tal fine per, Leone X avrebbe dovuto avere un grande scopo ed il carattere proprio d'un uomo di Stato, lasciando da ci costantemente regolare la sua condotta; ma questo appunto era invece ci che gli mancava del tutto. Di certo sarebbe un grave errore il credere che, in mezzo a cos gravi conflitti, egli non pensasse che ai suoi interessi personali e di famiglia. Doveva anch'esso, al pari di tutti i papi, sentire il bisogno d'assicurare lo Stato della Chiesa, e quindi, se non poteva, come aveva sperato Giulio II, cacciar dall'Italia gli stranieri, impedire almeno ad ogni costo, che uno solo di loro divenisse padrone della Lombardia e del Napoletano. Non poteva un uomo del suo ingegno non vedere, che chi avesse cos avuto in mano "il capo e la coda d'Italia", avrebbe circondato e stretto dai due lati lo Stato della Chiesa, privandolo d'ogni possibile indipendenza. Ma il bisogno costante, irresistibile di profittar sempre di tutto a vantaggio non solamente suo e della Chiesa, ma dei parenti, creando a ciascuno di essi uno Stato, era quel che toglieva alla sua politica ogni valore impersonale.(16) A ci s'aggiungeva quella sua indole amante dei piaceri e del quieto vivere, senza troppi pensieri; il non prendere mai nessuna cosa sul serio; il continuo, l'eterno tergiversare senza mai decidersi; il trattare contemporaneamente con tutti nello stesso tempo, ingannando tutti con una doppiezza, di cui menava vanto, che aveva anzi elevata a principio. Quando si stringe alleanza con uno, egli diceva, non bisogna mai tralasciare d'aprir trattative anche cogli altri, per tenersi sempre aperta una via d'uscita, ed esser sempre pronto agli eventi.(17) Cos la sua politica fu una serie continua d'interminabili mutazioni, un caos, un laberinto in cui non  possibile trovare nessun filo conduttore, perch nessun alto principio la guidava mai. Neppure della tremenda rivoluzione religiosa, iniziata allora da Martino Lutero, egli, indolente e scettico com'era sempre, seppe formarsi un concetto chiaro.
Che la condotta d'un tale uomo dovesse riuscire funesta all'Italia,  facile immaginarlo. Non era appena morto Giulio II, che il generale Cardona s'impadron di Parma e di Piacenza, a vantaggio del ducato di Milano, dove governava, di nome pi che di fatto, Massimiliano Sforza, giovine inesperto e debole, il quale perci si trovava in bala degli Svizzeri, degli Spagnuoli e dell'Imperatore, a grande dispetto del suo segretario Girolamo Morone, uomo di molto ingegno, di animo audace, irrequieto e pieno sempre di ardimentosi disegni. Il Papa si sent allora mortalmente ferito per la perdita di quelle due citt, su cui aveva fatto pe' suoi parenti grande assegnamento, e cominci subito ad intrigare. Invitato dalla Francia, che nel marzo del 1513 aveva fatto lega con Venezia, per assaltare Milano, ricus d'aderire, perch non gli volevano assicurare la restituzione di Parma e di Piacenza.(18) Faceva quindi mostra d'avvicinarsi invece alla lega, che nell'aprile avevano conchiusa a Mecheln Enrico VIII e l'Imperatore, per difendere Milano e le terre della Chiesa, per assalire la Francia. Girolamo Morone era intanto corso a Roma, sperando d'avere aiuti a difesa del suo signore, ed il Papa, sebbene ancora non si sbilanciasse, gli dava danari per assoldare Svizzeri. La guerra cominci subito. Da un lato scesero i Francesi, da un altro s'avanzarono i Veneziani; e Milano si ribell al Duca, cui non restava altro che Como e Novara, nella quale ultima citt si rinchiuse. Ma allora scesero dalle Alpi gli Svizzeri, i quali nel giugno diedero alla Riotta una grande disfatta ai Francesi, mutando cos lo stato delle cose. Il Cardona in fatti ader prima in nome degli Spagnuoli, alla lega di Mecheln, e dette Parma e Piacenza al Papa, che, com'era naturale, senza pi esitare, aderiva anch'egli. Assal poi subito i Veneziani, ed arriv sin quasi alla laguna. Nell'ottobre venne alla Motta a giornata coll'Alviano, che i Francesi avevano liberato dalla prigionia, e lo ruppe. La Francia nello stesso tempo perdette Genova, e fu in casa assalita da Inglesi ed Imperiali, che le diedero una grave rotta a Guinegatte (16 agosto 1513). Gli Svizzeri l'assalirono dalla parte di Dijon; ma al La Trmoille riusc, con danari e larghe promesse, a farli ritirare da Milano.
Luigi XII cap finalmente che il suo interesse lo portava ad unirsi col Papa, il quale poteva suscitargli contro troppi nemici. Rinunzi quindi al Conciliabolo iniziato a Pisa, e sottomise la Chiesa gallicana al Concilio lateranense, il che era un gran trionfo per il Papa. Cos fu subito conclusa una nuova lega tra lui, la Francia e l'Inghilterra. Leone X adunque si trovava adesso legato con la nazione francese, stata sempre avversa alla sua casa; anzi allora appunto s'imparentava col re Luigi XII, mediante il matrimonio di Filiberta di Savoia con Giuliano, promettendo di mandarlo ad aiutare la ripresa di Milano, con la speranza, ben inteso, d'ottenere altri vantaggi. E intanto gi cercava in segreto di stringere accordi fra la Spagna, l'Impero, Venezia, Firenze e Milano, tanto per tenersi, come faceva sempre, aperta la via a gettarsi di qua o di l, secondo l'occorrenza. "Pieno di artifiz," cos scrive il Guicciardini, "voleva da un canto che il re di Francia non ricuperasse lo Stato di Milano; da un altro intratteneva lui e gli altri principi, quanto pi poteva, con varie arti."(19)  quindi impossibile tener dietro alle sue mille tergiversazioni. Egli trattava con tutti e non si teneva fermo a nessuno, perch da nessuno poteva avere le promesse ed assicurazioni che voleva pel reame di Napoli e per l'alta Italia. Tutti conoscevano per quali erano i suoi ambiziosi disegni.(20) Quando si vedeva che Giuliano se ne stava a Roma, quasi disprezzando la dimora in Firenze, si diceva dai pi accorti: "Bisogna che abbi fantasia a cose maggiori, che non pu essere altro che il regno di Napoli."(21) Quando si vedeva che il Papa permetteva ai Fiorentini d'assalire i Lucchesi; quando si vedeva che invece di restituire Reggio, secondo la data promessa, acquistava Modena dall'Imperatore per 44,000 ducati, tutti capivano quali erano anche da questo lato le sue mire. Siena, Ferrara, Urbino temevano d'essere da un momento all'altro avvolte nelle reti artificiose del Santo Padre, che era perci circondato da una generale diffidenza. Ma ora un nuovo avvenimento mutava affatto le condizioni politiche dell'Europa. Luigi XII, dopo la morte della moglie Anna, aveva sposato Maria, sorella del re Enrico VIII, bella e giovane tanto, che fu dai malevoli detto aver egli tratto d'Inghilterra "una chinea, che cammin s forte, che in pochi mesi lo port fuori del mondo."(22) Egli era infatti malaticcio, aveva 53 anni, e con una moglie di soli 16, non reggendo al mutato tenore di vita, mor il primo del 1515. Francesco I, che gli successe, non aveva pi di 20 anni; era pieno delle memorie di Gastone di Foix, del desiderio di vendicar le disfatte di Novara e di Guinegatte; s'era l'anno innanzi sposato con la figlia primogenita del re Luigi, la quale ereditava dalla madre il ducato di Brettagna, e dal padre le pretese su quello di Milano. Alto della persona, bello, forte, d'animo cavalleresco, amante delle lettere e dei piaceri, capace di concepire e di condurre ad effetto arditi disegni, assunse, con la corona di Francia, il titolo ancora di duca di Milano, e s'apparecchi all'impresa d'Italia. A questo fine concludeva alleanza con l'arciduca Carlo, rinnovava il trattato con l'Inghilterra, confermava quello gi fatto da Luigi XII con Venezia.(23) Ma non gli fu possibile accordarsi col Papa, perch il nunzio Canossa, vescovo di Tricarico, uomo operoso ed accorto, insisteva, secondo il solito, non solamente per Modena e Parma, ma anche per avere la promessa del regno di Napoli. A tanta insistenza Francesco I fu per perdere la pazienza. "Questa che Nostro Signore ci domanda," egli rispose, " troppo gran cosa, e male potremmo concederla senza gravissimo carico nostro e della Corona. N egli poi, n suo fratello Giuliano avrebbero la forza di comandare e governare un regno cos vasto, cos irrequieto, che non stette mai a lungo sotto uno stesso padrone."(24)
Senza perdere tempo, il Re raccolse un poderoso esercito tra la Saona, il Rodano e le Alpi, movendo finalmente per l'Italia con 60,000 uomini a piedi, 30,000 a cavallo, e 72 pezzi d'artiglieria. V'erano i celebri uomini d'arme francesi, formati dalla prima nobilt del regno, comandati dal Re in persona. V'erano molti lanzichenecchi e molti Guasconi, questi ultimi comandati dal Navarro, che aveva disertato la Spagna.(25) Il 17 luglio intanto s'era conclusa una confederazione armata fra l'Imperatore, il Cattolico, lo Sforza ed il Papa, "per la difesa e la libert d'Italia." Ad aver l'adesione del Papa era stato necessario cedergli addirittura Parma e Piacenza, promettendo un qualche compenso allo Sforza, che le possedeva. Raimondo di Cardona era gi alla testa di otto o dieci mila Spagnuoli, e gli Svizzeri discendevano dalle Alpi in grandissimo numero. Massimiliano Sforza ed il Papa che li avevano arrolati, dovevano non solo pagarli, ma provvederli anche di buona cavalleria, la quale si trovava gi pronta sotto il comando di Prospero Colonna. E oltre di tutto ci, il Papa aveva inviato un esercito di genti fiorentine e pontificie, comandate prima da Giuliano, poi, essendosi questi ammalato, da Lorenzo de' Medici, col titolo di capitano della Chiesa e dei Fiorentini. Ma gi si diceva, e si vide poi esser vero, che avevano avuto ordine di non combatter davvero la Francia, conducendosi in modo da cavare pel Papa buoni patti da chiunque vincesse, il che, com'era naturale, riusc di grave danno al fine della guerra.(26)
Il 13 settembre 1515 i due eserciti vennero presso Marignano a giornata. Gli Svizzeri, in tre corpi di 8 a 10 mila uomini ciascuno, assalirono con vigore e fortuna le genti d'arme francesi, e s'apparecchiavano, secondo il solito, a correre sulle artiglierie, quando Francesco I venne co' suoi all'assalto, e, combattendo sino a notte inoltrata, lasci incerto l'esito della giornata. Mand allora ad avvertire l'Alviano, perch s'avanzasse coi Veneziani; avvert altri de' suoi generali, e ripos qualche ora appoggiato ad un cannone, ricominciando in sull'alba a combattere. La battaglia fu fierissima, e pareva risolversi a favore degli Svizzeri, quando arriv l'Alviano che li assal al grido di Viva San Marco, ed allora dovettero cedere. Fecero ancora un ultimo sforzo disperato, e poi si posero in ritirata, lasciando da 7 ad 8 mila morti sul campo. Questa che il Trivulzio, il quale pur ne aveva visto tante, chiam battaglia di giganti, rec grave danno alla reputazione per cos lungo tempo goduta dagli Svizzeri, i quali d'allora in poi non furono pi tenuti invincibili come pel passato. Essi, ci non ostante, eseguirono la ritirata con ordine ammirabile; lasciarono qualche migliaio dei loro nel castello di Milano, e, ritornando alle Alpi, promisero di scender di nuovo a fare vendetta.
Francesco I, che s'era fatto sul campo di battaglia ordinar cavaliere dal Baiardo, entr in Milano, imponendole una taglia di 300,000 ducati. Poco dopo s'arrese la cittadella, non ostante i consigli contrari del Morone, che riusc a fuggire dalle mani dei Francesi.(27) Massimiliano Sforza, stanco ormai degli Svizzeri e dell'avversa fortuna, si pose nelle mani del Re, e, ritiratosi in Francia, si godette una pensione di 36,000 ducati senza pi pensare ad altro. Il Cardona, disgustato del Papa e dei Fiorentini, le cui genti avevano sempre tergiversato, mancando poi al bisogno, se ne and verso Napoli. Francesco I si ferm a Pavia, donde voleva muovere a prendere Parma e Piacenza, andando poi anche pi oltre. Queste notizie, come  da immaginarsi, posero uno spavento grandissimo nell'animo del Papa, il quale si vedeva abbandonato dagli amici, lasciato in preda ai nemici. Nel primo giorno della battaglia di Marignano, la fama dei vantaggi ottenuti dagli Svizzeri, s'era per via ingrossata in modo che era giunta a Roma, annunziando piena disfatta dei Francesi e dei Veneziani. Il cardinal Bibbiena fece subito illuminare la citt, Leone X da s stesso volle dar la grande notizia all'ambasciatore veneto Marin Giorgi. Questi per, avuto il giorno seguente lettera della Signoria, che annunziava la vittoria, vestitosi in gala, corse al Vaticano, fece svegliare il Papa, che usc di camera sbalordito e ancor mezzo spogliato. "Padre Santo," gli disse l'oratore, "ieri Vostra Santit mi diede una cattiva nuova e falsa, io gliene dar oggi una buona e vera: gli Svizzeri sono rotti." E cos dicendo gli mostr la lettera della Signoria, letta la quale, Leone X esclam tutto spaventato: - "Quid ergo erit de nobis, et quid de vobis? - "Di noi sar bene," rispose l'oratore, "che siamo col Cristianissimo re, e Vostra Santit non avr male alcuno. - Ci metteremo nelle mani del Cristianissimo, domandando misericordia,"(28) - concluse il Papa, che neppure in quel momento volle dire di rimettersi nella Signoria di Venezia.
Prima d'avventurarsi a nuove imprese, Francesco I, da vero uomo di Stato, cerc di consolidare quello che aveva acquistato. Dopo quindi aver preso Brescia ed alcune altre terre, dopo aver tentato di prender Verona, che per fu difesa dall'Imperatore Massimiliano, fece un trattato con l'arciduca Carlo a Noyon (13 agosto 1516), promettendogli in moglie la propria figlia, che avrebbe portato in dote i diritti sul reame di Napoli, il che poteva metter fine a dispute e guerre altrimenti interminabili. Intanto il re Cattolico, cio lo stesso arciduca Carlo, per la morte di Ferdinando d'Aragona (23 gennaio 1516) successo al trono della Spagna, che governava ora per mezzo del cardinal Ximenes, doveva pagare 100,000 scudi d'oro ogni anno, sino al compiuto matrimonio, necessariamente ritardato per l'et troppo tenera della sposa. Carlo, autore principale di questi accordi, fece consentir Massimiliano a cedere con nuovo trattato (Bruxelles, 3 dicembre 1516), mediante pagamento di 200,000 ducati, Verona ai Veneziani, i quali si trovavano cos insieme con la Francia padroni dell'alta Italia. Un'alleanza perpetua venne inoltre conclusa da Francesco I coi tredici Cantoni svizzeri (Friburgo, 29 novembre 1516), ai quali il Re dov pagare grosse somme di danaro. E finalmente il d 11 marzo 1517 fu concluso il trattato di Cambrai, mediante il quale Carlo, Massimiliano e Francesco I si garentivano a vicenda i propri Stati. In questo modo l'Arciduca, divenuto gi sovrano dei Paesi Bassi e della Spagna, s'assicurava il dominio del Napoletano, e cominciava a spianarsi la via alla sua straordinaria potenza in avvenire. Ma per ora gli occhi del mondo restavano rivolti sempre verso Francesco I, il quale, dopo avere umiliato gli Svizzeri, se ne era assicurata l'amicizia; e dopo essersi fatto padrone del Milanese, levava dalle mani del fantastico ed irrequieto Imperatore Verona, chiave del Tirolo; si faceva assicurare i propri Stati dalla Spagna e dalla Germania, rimanendo amico dei Veneziani.(29)
Quest'opera sarebbe per rimasta incerta e precaria, se Francesco I non fosse riuscito ad assicurarsi del Papa che, restando nemico, poteva di nuovo suscitargli avversari per tutto. Furono quindi iniziate pratiche, a concluder le quali venne deliberato, che il Re ed il Papa s'incontrerebbero a Bologna. Leone X giunse in Toscana verso la fine di novembre del 1515, e a dar tempo di compiere i grandi apparecchi che si facevano in Firenze, per riceverlo solennemente, si ferm qualche giorno a Marignolle, nella villa dei Gianfigliazzi. Il 30 del mese entr per la Porta di San Pier Gattolini,(30) di cui fu necessario demolir l'antiporto, perch il Papa potesse passare col suo numeroso seguito, del quale facevano parte diciotto cardinali. Alloggi a Santa Maria Novella, donde si rec il giorno seguente al palazzo dei Medici, ripartendo il 3 dicembre per Bologna. Affermano i cronisti che per pi d'un mese s'erano a Firenze adoperate circa duemila persone, spendendo settantamila fiorini e pi, per apparecchiare le feste.(31) Le vie e le piazze, per cui doveva passare il Papa, erano piene di archi trionfali, di statue, di obelischi, di tempii, opere tutte dei migliori artisti d'Italia, che allora fiorivano in grandissimo numero nella Citt.(32) Alcuni di questi lavori riproducevano antichi monumenti romani,(33) altri erano invenzioni nuove. Antonio da San Gallo aveva fatto un tempio ottagono in piazza della Signoria; Baccio Bandinelli, un gigante nella Loggia; pi di tutto richiamava l'attenzione del pubblico la facciata del Duomo, condotta in legno. L'architettura, con bassorilievi e statue, era opera di Iacopo Sansovino, dipinta da Andrea Del Sarto. L'idea prima ne era stata gi altra volta suggerita da Lorenzo il Magnifico.(34) Leone X, partito da Firenze, fece il 7 dicembre solenne ingresso a Bologna, dove il Re giunse l'11, per ripartirne il 15. Ritorn il Papa a Firenze il 22 dicembre, restandovi tra feste continue tutto il Natale ed il Carnevale, fino al 19 febbraio, quando ripart finalmente per Roma.(35).
A Bologna fu concluso un trattato, che era gi stato formulato il 13 ottobre 1515. Con esso Leone X non solamente disdisse l'accordo gi fatto con l'Imperatore; ma, quello che fu pi duro al suo cuore, dovette restituire al Re Parma e Piacenza; promettere di restituire Modena e Reggio al duca di Ferrara, il quale avrebbe reso a lui la somma gi pagata all'Imperatore. Francesco I prometteva dal canto suo di difendere Firenze e lo Stato della Chiesa, dare al fratello ed al nipote del Papa dignit e rendite in Francia. La Prammatica Sanzione fu abrogata con un accordo, che sempre pi sottometteva la Chiesa gallicana al Re ed a Roma.(36) In questa occasione Francesco I fece due nuove domande. Chiese d'avere in dono il gruppo del Laocoonte, da poco trovato nelle Terme di Tito, e del quale era corsa per tutto il mondo la fama. Leone X che, secondo l'espressione d'un moderno, avrebbe pi volentieri ceduto la testa d'un apostolo,(37) promise, con la intenzione per di dare invece una copia. La ordin infatti a Baccio Bandinelli, ma neppur questa and poi in Francia, trovandosi anche oggi in Firenze. Chiese inoltre che fosse perdonato al duca d'Urbino, Francesco Maria della Rovere, il quale, dopo aver preso soldo dal Papa, s'era nella guerra inteso colla Francia. Ma qui Leone X tenne duro. Aveva perduto ogni speranza su Napoli; aveva dovuto cedere Parma e Piacenza, promettere Modena e Reggio; voleva pei suoi poter fare assegnamento almeno sopra Urbino, il cui duca egli odiava. Rispose, quindi, che i propr sudditi voleva punirli, secondo che meritavano le loro colpe. Ed il Re non insistette.(38)
Il Papa s'era liberato da un pericolo imminente; ma era tutt'altro che contento. Egli odiava la Francia, si sentiva umiliato perch nulla aveva ottenuto pe' suoi, e quindi gi sottomano cercava d'avvicinarsi a Massimiliano, a Venezia, per aprirsi la via a nuovi intrighi, a nuove diserzioni. Al duca di Ferrara, che fu subito pronto col danaro, invece di cedere Modena, secondo l'accordo, dette solamente parole. Intanto apparecchiava la guerra d'Urbino, che doveva essere condotta da Lorenzo. Questi esitava, perch vedeva la difficolt dell'impresa; ma fu spinto dall'ambizione propria e della madre Alfonsina, dall'insistenza del Papa, che diceva di voler mantener salvo l'onore della Chiesa di fronte al Duca. Se non lo puniva, egli aggiungeva, ogni pi piccolo barone dello Stato si sarebbe ribellato.(39) E pubblic subito l'accusa di fellonia contro il povero Duca. Lorenzo, avanzatosi allora alla testa d'un piccolo esercito, fu in poco tempo padrone del Ducato, e n'ebbe dal Papa l'investitura. Ma ben presto lo spossessato Duca, secondato da Odetto di Foix, signore di Lautrec, che governava Milano per la Francia, ed era scontentissimo della mala fede del Papa; aiutato efficacemente da Federigo di Bozzolo, ardito venturiero, si pose insieme con lui alla testa di numerose bande di ventura, rimaste disoccupate dopo l'ultima guerra, e s'impadron da capo del proprio Stato, col favore delle popolazioni. Il Papa allora, tutto pieno di sdegno, ricorse agli alleati, che trov indifferenti e diffidenti.
Si decise perci di assoldare nuovi capitani di ventura, parte in nome proprio, parte dei Fiorentini, che cos costringeva a spendere per una impresa alla quale essi erano affatto estranei ed indifferenti. La guerra intanto ingrossava con grave danno delle popolazioni, taglieggiate da tutti quei soldati di ventura, i quali, non avendo altro da fare, la portavano in lungo pi che potevano. E quando le paghe non arrivavano, perch il Papa spendendo sempre ne' suoi piaceri, pe' suoi cortigiani e protetti, si trovava a secco, essi si rifacevano saccheggiando e taglieggiando di nuovo. Lorenzo cos continuava a guidare e comandare l'impresa, ma era poco o punto obbedito dai suoi. Vi furono, ci nonostante, diversi scontri, in uno dei quali egli venne ferito, e dovette, prima di poter tornare al campo, curarsi alcune settimane a Firenze. Francesco Maria della Rovere era invece rinforzato dai soldati che disertavano il Papa; s'avanzava quindi e devastava spesso il territorio occupato dal nemico. Avrebbe allora potuto vincere, se non si fosse anch'egli trovato alla testa di bande di ventura, delle quali non poteva in nessun modo fidarsi, tanto pi che dall'una e dall'altra parte erano a combattere Spagnuoli, i quali non volevano fra loro ammazzarsi. Pertanto, stanco, sfiduciato e senza denari, si decise a cedere il suo Stato, avendo con la mediazione di re Francesco e di re Carlo ottenuto di portar seco le sue robe, specialmente la libreria, con tanti sacrifiz raccolta dal duca Federigo. Cos nel settembre del 1517 ebbe fine questa malaugurata guerra, che cost 800,000 ducati, buona parte dei quali il Santo Padre addoss ai Fiorentini, dando loro in assai magro compenso San Leo ed il piviere di Sestino.(40) Fu questo il tempo in cui, essendo morto Giuliano, il Machiavelli mut la lettera dedicatoria del suo Principe, indirizzandola invece a Lorenzo, che aveva allora sperimentato che cosa erano i soldati di ventura, e trovavasi padrone d'uno Stato nuovo, acquistato per fortuna e per armi. Non sembra per, come gi notammo, che il piccolo volume riuscisse mai ad essere presentato ed accettato.
Questa guerra ebbe parecchie gravi conseguenze. Scontentissimi restavano i Fiorentini, per le grandi spese, cui erano stati, senza ragione, costretti, n meno scontenti erano allora in Roma i cardinali. Sino all'aprile del 1517 Leone X non ne aveva nominati che otto; e quindi molti nel Collegio erano ancora gli eletti o aderenti di Giulio II, venuto appunto dalla famiglia Della Rovere, e dovevano naturalmente essere assai irritati dalla guerra mossa al duca Francesco Maria. E v'era gi nel Collegio un'altra causa di fiero malumore. Il Papa, durante la sua ultima dimora in Toscana, s'era mescolato nelle cose di Siena, favorendo una rivoluzione, per la quale fu spossessato Borghese Petrucci figlio di Pandolfo e fratello del cardinale Alfonso, ponendovi invece un altro Petrucci Raffaele, cugino di Borghese. Ora Pandolfo era stato fra coloro che molto s'adoperarono pel ritorno dei Medici in Firenze, ed il Cardinale aveva anche assai contribuito all'elezione di Leone X. La rivoluzione promossa ora dall'ingratitudine del Papa non solo obbligava il Cardinale ad abbandonar Siena, ma lo privava ancora de' suoi averi. Egli se ne stava quindi a Roma, pieno di tanto sdegno, che portava il pugnale quando usciva a caccia col Papa, e persino quando andava in Concistoro, sperando d'avere occasione ed animo alla vendetta. Cercava intanto e trovava aderenti ad una congiura, e questi crebbero di numero per la guerra d'Urbino. Guadagn facilmente l'animo del cardinal Soderini, che non aveva mai perdonato al Papa la cacciata del fratello ex-gonfaloniere, sebbene questi sembrasse viversene tranquillo ed onorato in Roma, dove mor poi nel 1522, e fu sepolto in Santa Maria del Popolo. N aveva mai perdonato la promessa fatta e non mantenuta del matrimonio fra casa Medici e casa Soderini. Il cardinal Riario, che era parente dello spodestato duca d'Urbino, tenuto in disparte e non curato dal Papa, s'un anch'egli ai malcontenti. Tutto era pronto, quando furono intercette alcune lettere del cardinal Petrucci al suo segretario, dalle quali appariva che la congiura era ordita e vicina ad avere effetto. Un chirurgo assai celebre, Battista da Vercelli, che veniva a Roma sotto colore di curare il Papa della sua fistola, doveva amministrargli il veleno. Senza indugio vennero allora messi in carcere i cardinali Petrucci, Sauli e Riario. Il primo fu strangolato; il suo segretario ed il chirurgo, che fu preso a Firenze, finirono fra atroci tormenti. Il cardinal Sauli venne liberato pagando 50,000 ducati, ed il cardinal Riario fu condannato a pagarne 150,000. I cardinali Soderini ed Adriano, che furono in Concistoro costretti a confessare la loro partecipazione alla congiura, vennero condannati in 12,500 ducati ciascuno. Quando per avevano gi convenuto di dover essere liberati mediante una tal somma, questa venne dal Papa raddoppiata, ed essi si dettero allora alla fuga. Il primo fu lasciato vivere tranquillo a Palestrina, il secondo fu degradato e privato dei suoi averi.(41)
In tutto questo processo Leone X dette prova d'una gran mala fede, perch egli volle non solo punire i colpevoli, ma far le sue vendette, e profittar della congiura, per cavar dai cardinali pi danaro che poteva, avendone in quel momento grandissimo bisogno. E di ci s'ebbe nuova conferma quando, il 26 giugno 1517, nomin in una sola volta 31 cardinali, dai quali ebbe una somma grossissima, che si disse ascendere sino a 500,000 ducati, che tuttavia non bastavano alle larghe e continue spese. Con una cos scandalosa infornata di cardinali, il Papa mirava anche a riempire il Collegio di sue creature, ed avere in esso una sicura maggioranza, che lo secondasse nelle faccende politiche, e non ponesse ostacolo alla elezione, che voleva allora fare al cardinalato, del cugino Giulio, il quale in gran parte aveva anche consigliata e condotta la lucrosa operazione.(42)
Leone X cercava intanto di trar profitto dalla Francia, valendosi dell'opera di Francesco Vettori, che trovavasi col ambasciatore dei Fiorentini, e per mezzo di lui concluse il matrimonio fra Lorenzo de' Medici e Maddalena de la Tour d'Auvergne, congiunta alla famiglia reale. Nel marzo del 1518 Lorenzo and ad Amboise con un lusso non minore di quello del Valentino, con doni ricchissimi per la sposa e la regina, doni ai quali si attribuiva il valore di 300,000 ducati. Egli tenne a battesimo il Delfino, e fu tra continue feste, che si ripeterono poi al suo ritorno in Firenze, dove ricominci a governare, sempre per con poca voglia di restarvi;(43) giacch non poteva fare a suo modo, ma doveva destreggiarsi fra i repubblicani della Citt, e gli ordini imperiosi del Papa, che lo voleva docile strumento ai suoi disegni. Stando al giudizio del Vettori, ed a quello ancora pi esplicito del Machiavelli, Lorenzo s'era finalmente persuaso che solamente con quelli che chiamavano i modi civili, si poteva governare Firenze, ed era cos riuscito ad essere accetto ai Fiorentini.(44) Ma pare che appunto per la necessit di governare in tal modo, e per la sua mal ferma salute, sempre pi affranta da vecchi morbi e da continui viz, si fosse di tutto ci annoiato; onde se ne and a Roma, dove ben presto fu chiaro che s'avvicinava rapidamente alla morte. Non volle allora altra compagnia che quella del cognato Filippo Strozzi e di un buffone, il quale pareva gli fosse unico conforto nelle ultime ore della sua vita, che fin il 4 maggio 1519. Sei giorni prima era morta la moglie, dopo aver partorito una figlia, che fu la celebre Caterina dei Medici, divenuta poi cos infausta regina alla Francia. Giuliano era gi morto il 17 marzo 1516, e quindi con Lorenzo finiva la stirpe legittima di Cosimo il Vecchio. Non restava che il Papa e qualche figlio illegittimo, fra i quali principalissimo il cardinal Giulio, che venne ora a governare Firenze. Uomo pratico degli affari, prudente, semplice nel vivere, ecclesiastico e per anch'egli senza eredi, faceva sperare che gli dovesse riuscire pi agevole il governare con quella civile temperanza e quella apparenza di libert, tanto amate dai Fiorentini. Fu questo infatti il momento nel quale molti autorevoli cittadini vennero consultati sulla forma di governo pi adatta a Firenze; e si ebbero, come vedremo, molti pareri, fra i quali uno dal Guicciardini ed uno dal Machiavelli. Il primo consigliava al solito un governo ristretto in mano di pochi amici fidati; il secondo, invece, un governo fondato sul favore del popolo,(45) com'era stata sempre sua costante opinione. Ma tutti questi discorsi rimasero discorsi.
Le cose d'Europa intanto s'ingarbugliavano di nuovo, ed il Papa, sebbene non avesse pi il fratello Giuliano, n il nipote Lorenzo cui pensare, pur teneva sempre con la stessa avidit rivolti gli occhi a Parma, Piacenza, Ferrara e Perugia, che voleva adesso avere per tutelare, cos almeno diceva, l'indipendenza della Chisa. Un tentativo fatto contro Ferrara verso la fine del 1519, gli and a male. Nel seguente anno gli riusc invece un assalto improvviso contro Perugia, donde s'era allontanato il signore Giovan Paolo Baglioni. Questi, sebbene si fosse sempre condotto da volpe e da lupo, ora si lasci invece, come un agnello, cadere nelle mani del Papa, che, invitatolo prima colle lusinghe, lo prese e decapit poi in Castel Sant'Angelo, nel giugno del 1520.
Intanto, ai primi del 1519, era morto Massimiliano I, e cominci subito la gara tra re Carlo e Francesco I per la corona imperiale. Il Papa, che non voleva la elezione n dell'uno n dell'altro, trattava in segreto con ambedue, e sperava di veder riuscire invece qualcuno dei principi elettori della Germania. Alleato della Francia, egli aveva nello stesso tempo discusso un accordo segreto con Carlo, da durare tutta la loro vita. Sembra per che, saputo appena della morte di Massimiliano, non volesse pi firmarlo, e concludesse invece una capitolazione con Francesco I, mostrando di volerlo favorire nella elezione. Parlavasi anche d'un altro segreto accordo con Francesco Maria Sforza, figlio del Moro, erede presuntivo della Lombardia, tenuta sempre dai Francesi. Lo Sforza, dicevasi, avrebbe fatto cessione di tutto al cardinal Giulio, ricevendone in cambio il cappello cardinalizio, la cancelleria ed i benefiz che questi godeva allora, con l'entrata di cinquantamila ducati.(46) Ma il 28 giugno 1519 veniva eletto come re dei Romani Carlo, che fu quinto di questo nome. Giovane, ambizioso, di grande ingegno politico e militare, egli univa adesso la potenza dell'Impero alla sovranit della Spagna, dei Paesi Bassi, del reame di Napoli; era quindi prevedibile, che fra poco sarebbe stato l'arbitro dei destini dell'Europa. Il Papa perci insisteva sempre di pi per stringere alleanza con la Francia; aveva anzi gi firmato il trattato, e lo inviava a Francesco I, che esitava, temendo sempre i soliti inganni. E allora, senza perder pi tempo, strinse invece accordo con Carlo V, il quale gli promise non solamente di difendere gli Stati de' Fiorentini e della Chiesa; ma di cedergli anco le tanto agognate provincie di Parma e Piacenza, di aiutarlo contro il duca di Ferrara. Milano sarebbe stata ripresa per darla a Francesco Maria Sforza; e pel cardinal Giulio, che aveva promosso e condotto questo trattato, fu stipulata una pensione sul vescovado di Toledo; un'altra fu stipulata pel fanciullo Alessandro, bastardo del duca Lorenzo.(47)
Si disput assai lungamente sulle ragioni che potevano aver indotto il Papa a gettarsi cos repentinamente nelle braccia di un principe tanto potente, rendendolo ancora pi potente, abbandonando il re di Francia, col quale s'era poco prima imparentato. Si pretese da alcuni che lo avesse fatto per dar forza a Carlo V contro la Riforma, che vedeva sorgere minacciosa. Ma coloro che pi lo conoscevano, negarono fede a tali supposizioni, inclinando a non vedere in lui altro che ragioni d'interesse personale, sopra tutto l'eterno desiderio di aver Parma e Piacenza, che Francesco I non volle dare, e Carlo V promise. Cos dice il Vettori, che era stato allora ambasciatore fiorentino in Roma ed in Francia.(48) Il Guicciardini nega anch'egli risolutamente, che il Papa fosse in tutto ci mosso da alcun vero interesse per la religione, ed anzi attribuisce a colpa di lui il progresso che fece la Riforma, pel modo scandaloso con cui lasciava vendere le indulgenze pei vivi e pei morti, a solo fine di far danaro. La indignazione sal al colmo, egli dice, quando si videro molti ministri vendere per poco prezzo, o giocarsi nelle taverne la facolt di liberare le anime dei morti dal Purgatorio, e quando si sent che il Papa, con incredibile leggerezza, aveva concesso a sua sorella Maddalena l'emolumento e la esazione delle indulgenze in molte parti della Germania.(49) "Forse," egli conchiude altrove, "il Papa fu mosso dal desiderio di aver Parma, Piacenza e Ferrara; forse dalla paura di vedere i due sovrani unirsi a suo danno, e forse anche dalla speranza di fare qualche gran cosa prima di morire. Il cardinale dei Medici, conscio di tutti i segreti del Papa, mi disse che questi sperava cacciar prima con l'aiuto di Carlo V i Francesi da Genova e da Milano; poi, con l'aiuto dei Francesi, Carlo V dal Napoletano, vendicandosi quella gloria della libert d'Italia, alla quale aveva prima manifestamente aspirato l'antecessore. Sapeva bene, che questo non gli poteva riuscire colle proprie forze, e che non era facile avere poi per alleato colui che aveva prima combattuto; ma pure sperava che a suo tempo avrebbe potuto, con elezione di cardinali francesi e con altre lusinghe, indurre il Re ad aiutarlo, e quasi pigliare in luogo di sollazzo, che a Cesare accadesse il medesimo che era accaduto a lui."(50) E questo  il pi probabile. Sebbene dominato sempre da personali interessi e poco curante della religione, Leone X era pure un uomo d'ingegno ed assai ambizioso. Non avendo omai eredi a cui dover pensare, lasciavasi pi facilmente indurre a meditare qualche disegno grandioso e d'interesse generale, che potesse farlo passare appresso i posteri come principe liberatore. Ma anche in ci era come sempre mutabile ed incerto; e quindi ora lasciava credere, e forse anche credeva per un momento egli stesso, di voler ricostituire la repubblica in Firenze; ora mostrava e pareva davvero che volesse, come il suo predecessore, liberare l'Italia dagli stranieri, ed assicurare lo Stato della Chiesa. Questa grande, sebbene incerta e mutabile ambizione, fu quella che pi volte illuse il Machiavelli, il quale, dominato come era sempre dai suoi ideali politici, troppo facilmente sperava. Cos era stato ispirato a scrivere il Principe, e tante lettere aveva mandate al Vettori e ad altri, per alimentare una fiamma, la quale, quando pi sembrava riaccesa, spegnevasi da capo a un tratto, senza lasciare alcuna traccia di s.
Il Papa aveva sino all'ultima ora vacillato anche con Carlo, ma questi lo fece decidere con la minaccia d'un Concilio, e cos finalmente il giorno 29 maggio 1521 fu firmato il trattato, e subito si cominci la guerra. Insieme coi Fiorentini mise in pronto 600 uomini d'arme; altrettanti ne conduceva da Napoli il Marchese di Pescara Ferdinando d'Avalos, con 2,000 fanti. Al campo imperiale si trovavano gi 2,000 Spagnuoli, 4,000 Italiani ed altrettanti fra Tedeschi e Grigioni. Francesco Guicciardini, che era pel Papa governatore di Reggio, mand 10,000 ducati al Morone, che se ne stava a Trento presso Francesco Maria Sforza, coi fuorusciti milanesi, per scendere ad assalire i Francesi dalla parte di Parma. V'era per sempre una generale e grandissima diffidenza del Papa, temendosi che, avuto una volta quel che voleva, abbandonasse gli amici. Sapevasi bene che anche i Fiorentini assai di mal animo combattevano contro la Francia, avendo grandissimi interessi commerciali in quel paese. Da un altro lato per i Francesi erano malissimo comandati, essendo per intrighi di Corte caduti in disgrazia e stati allontanati dal campo i migliori generali, come il Conestabile di Borbone ed il vecchio Trivulzio, dando invece il comando dell'esercito a Odetto di Foix, signore di Lautrec, il cui merito principale era quello d'esser fratello della contessa di Chteaubriand, amante del Re. Cos ne avvenne che i capitani imperiali poterono condurre l'esercito nel Mantovano, e, dopo aver passato prima il Po e l'Adda, s'unirono agli Svizzeri, gi arrivati col, e tutti insieme andarono verso Milano, che il Lautrec non seppe difendere, e fu subito presa.(51)
Leone X se ne stava alla sua villa di Magliana, quando il 28 novembre gli giunse la fausta nuova, e ne fece gran festa, esclamando: questo mi piace pi del Papato. Era d'inverno, egli teneva nella stanza acceso il fuoco ed aperta la finestra, alla quale accorreva di continuo per vedere coloro che facevano sollazzo celebrando la vittoria. Questo bast a far peggiorare di molto un raffreddore che aveva preso alla caccia, e che, essendosene egli tornato subito a Roma, lo condusse col a morte il d 1 dicembre, quando gi Parma e Piacenza erano state occupate, ed il duca di Ferrara trovavasi circondato e stretto dai soldati della Chiesa. Al solito si parl anche di veleno, e si fecero molte ipotesi senza fondamento. Il continuo e rapido passaggio dal caldo al freddo, era pi che sufficiente a provocare la febbre che lo uccise. Il Vettori osserva, a questo proposito, essere piuttosto da meravigliarsi che non fosse morto prima. Sebbene avesse solo 46 anni, non era punto d'una forte costituzione. "Il suo capo era di una grossezza assai poco proporzionata al corpo, sempre pieno di catarro, e neppure poteva egli dirsi regolato nel vivere, perch a volte digiunava troppo, a volte invece eccedeva nel mangiare. Ebbe nella sua vita molte vicende; ma gli ultimi otto anni furono davvero fortunatissimi, cos pel suo ritorno a Firenze, come per la elezione, e continu durante tutto il papato, nel quale quanti pi errori commise, a tanti pi rimedi la fortuna, la quale anche nella congiura dei cardinali gli dette modo di rinnovare il Collegio, empiendolo di suoi amici. Non voleva noie, eppure se ne procur molte, pel continuo desiderio d'ingrandire i suoi; ma la fortuna, per favorirlo sempre, lo liber anche da questo pensiero, levandogli, oltre al fratello, il nipote."(52) E dopo di ci il Vettori rimane incerto, se in Leone X vi fosse pi da lodare o da biasimare. Anche il Guicciardini dice, che in lui si trovava molto dell'uno e molto dell'altro, essendo riuscito pi prudente ed assai meno buono che non era stato prima giudicato.(53) La sua morte fu pianta assai dai ricchi banchieri, che gli avevano prestato grandi somme che perdettero, e dai moltissimi cortigiani coi quali egli era stato sempre largo di favori. Contro di essi e contro del Papa uscirono allora sonetti e satire pungenti. N manc chi scrisse da Roma, che questi era morto con pessima fama, e che solo fra Mariano buffone gli aveva raccomandato l'anima.(54)
Certo non poche furono le contradizioni e singolarit del suo carattere. In mezzo ai pi grandi avvenimenti politici, quando si combattevano continue e sanguinose battaglie; quando la Riforma divideva, lacerava la Chiesa, Leone X passava il suo tempo fra artisti e letterati, sopra tutto fra improvvisatori, cantori e buffoni. Vago della musica, vanissimo sempre della bella mano e della voce armoniosa, pigliava parte ai concerti de' suoi cortigiani, facendo lauti doni a chi accompagnava il suo canto. Giuocava di continuo agli scacchi ed alle carte coi cardinali; ma pi di tutto si dilettava a sentire improvvisare in latino, anche in ci facendo egli stesso a gara cogli altri, beffandosi di coloro che si credevan poeti solo perch avevano facilit di far pessimi versi. Molti erano i suoi poeti istrioni. Celebre fra gli altri un Andrea Morone da Brescia, pel suo porgere e per l'arte con cui s'accompagnava colla musica. Credesi che Raffaello lo ritraesse nel suo celebre sonatore di violino. Un altro, per nome Camillo Querno, aveva scritto un poema di ventimila versi, pei quali l'Accademia Romana gli dette una corona di cavoli e d'alloro, e per maggior dileggio anche il titolo d'archipoeta. Il Papa soleva dargli di buoni bocconi, e porgendogli da bere nel proprio bicchiere, annacquava il vino se i versi non riuscivano; se invece gli piacevano, rispondeva subito improvvisandone altri.

Archipoeta facit versus pro mille poetis,

diceva il Querno, ed il Papa rispondeva, riempiendo il bicchiere:

Et pro mille aliis archipoeta bibit.

Il Querno chiedeva da bere:

Porrige, quod faciat mihi carmina docta, Falernum;

ed il Papa ricordavagli, che il vino promuove la podagra:

Hoc etiam enervat debilitatque pedes.

Una simile gara aveva luogo anche tra Leone X e le donne gentili, quando v'erano in Corte di quelle che avevano il dono dell'improvvisare latino. Un giorno, trovandosi fra di esse, egli ripeteva un mezzo verso di Virgilio, dicendo: ora posso davvero chiamarmi formosi gregis pastor; ed una, pi pronta delle altre, compiendo il verso, aggiungeva: formosior ipse.(55) Il Baraballo, altro infelicissimo verseggiatore, che aveva sessanta anni, e credevasi un secondo Petrarca, era sempre lo zimbello della Corte e del Papa, senza mai avvedersene. Un giorno gli fecero credere di volerlo coronare in Campidoglio, e lo menarono in processione, vestito all'antica, sopra un elefante, tra le acclamazioni della plebe. Arrivati sul Ponte Sant'Angelo, finirono improvvisamente la commedia, con un pretesto qualunque, abbandonando il pover uomo, che rimase sbalordito, senza mai di nulla avvedersi.(56)
La pi grande spesa di questo Papa, che aveva una rendita di 420,000 ducati, e faceva sempre nuovi debiti, era la mensa, alla quale accorrevano poeti, cortigiani, cantori, buffoni, parenti veri o supposti, sopra tutto Fiorentini. "A papa Giulio II," dice un oratore veneto, "bastavano circa quattromila ducati il mese; ma a Leone X non bastavano, per la grande spesa del suo tinello, neppure otto o novemila, e la causa principale di ci era che molti Fiorentini andavano in tinello a mangiare."(57) Dicemmo che di rado eccedeva, perch troppo epicureo; ma la sua mensa era occasione a mille ritrovi, a mille facezie. Ora imbandiva ai suoi parassiti carne di scimmia o di corvo, ora invece cibi delicati. Spesso lasciava la Citt, andando a caccia vestito da laico, sempre con la sua lente in mano; altre volte pescava nel lago di Bolsena, o se ne stava alla Magliana, dove aveva bellissimi giardini. E da per tutto lo seguiva uno sciame di poeti, letterati, artisti e cantori, nelle strade, in villa, al Vaticano, e perfino nella sua camera; n gliene doleva, che anzi amava esser sempre circondato e corteggiato. Un altro de' suoi divertimenti prediletti era la commedia, che egli promosse ed incoraggi molto, contribuendo cos al progresso che essa fece allora. Pi volte ne furono rappresentate innanzi a lui del Trissino, del Rucellai, dell'Ariosto, oltre la famosa ed oscena Calandra del Bibbiena, che era fra le preferite, e per essa le scene furono nel 1518 dipinte da Baldassarre Peruzzi. Nel 1519 vennero rappresentati i Suppositi dell'Ariosto in Castel Sant'Angelo, presso il nipote cardinal Cibo. Il Papa fece per le spese della festa, e quindi anche gli onori di casa, ricevendo e benedicendo gli ospiti. Entrato nel teatro, seduto in luogo eminente, ammir a lungo con la sua lente la scena, che era stata dipinta da Raffaello. Sul sipario era ritratto fra Mariano buffone, in mezzo a diavoli che lo tormentavano. Poi vi fu una splendida cena offerta a cardinali, cavalieri e signore, fra le quali molto si rallegrava il Santo Padre.(58)
 notevole per che con tanto ingegno e tanto gusto, quanto ne aveva di certo Leone X; con s vivo desiderio d'essere, come fu di fatto, un gran mecenate, egli fosse quasi sempre circondato da letterati assai mediocri, in un secolo che pur ne ebbe di grandissimi. Il Bembo, il Sadoleto, il Molza ed il Rucellai, non certo uomini di genio, ma pur di molto ingegno, erano fra i migliori; gli altri, quasi tutti al di sotto del mediocre, troppo spesso semplici pedanti o anche veri buffoni. Leone X non ebbe la gloria n la fortuna d'incoraggiare nessuna delle pi grandi opere letterarie del suo tempo. Nulla debbono direttamente a lui le storie e gli scritti politici del Guicciardini e del Machiavelli, sebbene questi fosse mosso pi volte dalla speranza di riuscirgli accetto, e quegli fosse da lui molto adoperato negli affari di Stato. Il pi grande poeta del secolo, Lodovico Ariosto, che il Papa aveva da cardinale assai ben conosciuto, facendogli mille profferte, venuto a Roma, non ebbe da lui che parole. Lo accolse con grandi dimostrazioni d'affetto, gli baci le gote; ma l fin tutto. "Sono," scriveva egli allora, "come quella gazza che in tempo di siccit e di gran sete, trovata che fu l'acqua, dovette aspettare che bevessero prima il padrone, i parenti, i servi, gli armenti, gli animali utili, fino a che non le rest che il morire di sete. Cos per me in Roma non v' nulla da sperare."

Li nipoti e i parenti, che son tanti,
Prima hanno a ber; poi quei che lo aiutavo
A vestirsi................
Se fin che tutti beano aspetto a trarme
La volont di bere, o me di sete
O secco il pozzo veder d'acqua parme.
Meglio  star nella solita quete,
Che provar s'egli  ver che qualunque erge
Fortuna in alto, il tuffa prima in Lete.(59)

Quanto alle arti belle, le cose andarono assai diversamente. Per la scultura e per l'architettura,  vero, egli non fece molto. Michelangiolo venne da lui trascurato, costretto a perder tempo nel far cavare blocchi di marmo a Carrara, nel far lavorare colonne, o ebbe ordine di eseguire opere alle quali il suo genio non si sentiva punto inclinato, che spesso non finiva, e qualche volta neppure incominciava. I celebri monumenti a Lorenzo ed a Giuliano de' Medici, fatti in quel tempo, nella sagrestia nuova di San Lorenzo in Firenze, sono dovuti alla iniziativa del cardinale Giulio, non del Papa. Questi s'occup certo assai della fabbrica di San Pietro, con grande ardore cominciata gi dal suo predecessore; e per continuarla, vendette con scandalo di tutto il mondo cristiano, le indulgenze per le anime dei defunti. Ma il danaro raccolto in questo modo cos biasimevole, valse pi ad affrettare lo scoppio della Riforma, che a far progredire la costruzione del tempio, la quale allora avanz meno che sotto tutti gli altri papi. Nessuno potr tuttavia mettere in dubbio il moltissimo che Leone X fece a pro' della pittura, specialmente per opera di Raffaello, che egli am e protesse tanto, che pensava di farlo addirittura cardinale.  bens vero che anche per la pittura Leone X non fece altro che spingere innanzi le grandi imprese gi prima iniziate da Giulio II; ma  pur certo che, in questi anni, da lui spronato, incoraggiato, lusingato, Raffaello dette prova d'una febbrile attivit, producendo un numero veramente sterminato di opere immortali, che n'eternarono la fama, ma gli abbreviarono la vita, e ne resero pi deplorata la morte immatura.
Quando fu eletto Leone X, Raffaello lavorava alla sala dell'Eliodoro, ed appena che l'ebbe finita, pose mano a quella dell'Incendio di Borgo. I soggetti che all'artista vennero ora dati, a differenza di quelli suggeriti sotto Giulio II, avevano qualche cosa di pi circoscritto, e diremo anche di pi personale, per la maggiore vanit del nuovo Papa, che voleva far troppo chiaramente trasparire le allusioni alla propria persona. La sua figura s'avanza assai spesso in primo piano, con danno qualche volta delle creazioni dell'artista. Nei medesimi anni questi pose mano ai lavori delle Logge vaticane, costruite dall'architetto Bramante, e le copr d'ornati, di rabeschi, di composizioni diverse, dipinte da' suoi scolari, ma disegnate e dirette da lui. Fu cos l'inventore d'un genere nuovo, ispirato dagli antichi monumenti, ma proprio della sua fantasia e del Rinascimento italiano, di cui si direbbe quasi un'artistica cornice. Dipinse la Santa Cecilia e lo Spasimo; disegn le mirabili storie della Psiche, dipinte poi dai suoi migliori allievi nella Farnesina; fece un numero grandissimo di ritratti. Sotto il pontificato di Leone X furono concepite e condotte ancora la Madonna di San Sisto e la Trasfigurazione, che son certo fra le opere maggiori del grande artista. Egli fu dal medesimo Papa costituito sopraintendente per le arti belle e per gli scavi in Roma. Lavor quindi moltissimo a misurare, a disegnare i monumenti antichi, a dirigere i lavori per scoprirne altri.(60) E con l'aiuto del suo amico Andrea Fulvio, del suo segretario Marco Fabio Calvo da Ravenna, si pose alla difficile opera d'una pianta archeologica di Roma, fondata sullo studio dei monumenti. Questo lavoro, da Raffaello iniziato, fu dopo la sua morte continuato e compiuto da' suoi compagni. Di lui ci resta solamente qualche disegno ed un proemio sotto forma di lettera a Leone X, piena di calda ammirazione per gli antichi. Attribuita dapprima a Baldassarre Castiglione, che forse ne corresse la forma, e col suo nome pubblicata, essa fu poi, nei giorni nostri, rivendicata a Raffaello suo vero autore.(61) Non si capisce come le forze d'un uomo solo potessero bastare a tanto; ben si capisce com'egli morisse nella giovane et di 37 anni. L'ardore costante, sincero con cui Leone X lo ammir e protesse, rimarr sempre l'aureola che splende pi viva intorno alla immagine di questo Papa che dette nome al suo secolo.
Che a promuovere tali e tante opere egli profondesse tesori, ognuno lo capisce facilmente. Se poi si aggiunge che, largo sempre d'aiuti e remunerazioni agli artisti, non era meno largo ai suoi cantori, sonatori e parassiti, non ci sar da maravigliarsi, che si trovasse sempre in bisogno di danari. Giulio II aveva avuto l'uso di prendere l'eredit dei prelati che morivano in Roma, come gi aveva fatto Alessandro VI, il quale a tal fine, ricorreva spesso anche alla iniquit di farli morir di veleno o di ferro. Leone X, in ci assai pi umano ed accorto, abbandon la scandolosa usanza, e tutti si sentirono pi sicuri. Cos a Roma accorse gente d'ogni parte, per godere la vita allegra, la tranquillit nuova e la generosa protezione del Papa, che morendo lasci un gran cumulo di debiti. Doveva al banco Bini 200,000 ducati, ai Gaddi 32,000, ai Ricasoli 10,000, al cardinal Salviati 80,000, al cardinal Santi Quattro 150,000, ed altrettanti al cardinale Armellini. Gli Strozzi furono addirittura per fallire; molti de' suoi intimi restarono rovinati. La Camera apostolica si trov vuota in modo, che pel funerale di colui che era stato il pi splendido dei papi, s'adoperarono le candele di cera poco prima servite per le esequie del cardinale Riario.(62)



CAPITOLO VII.

Il Machiavelli e la sua famiglia in villa. - I suoi figli. - Corrispondenza col nipote Giovanni Vernacci. - Viaggio a Genova. - Gli Orti Oricellari. - Discorsi del Guicciardini. - Il Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze. - Commissione a Lucca. - Sommario delle cose di Lucca. - Vita di Castruccio Castracani.

Il gusto letterario e la moda prevalente nella Corte di Leone X avrebbero dovuto consigliare al Machiavelli di porsi a scrivere poesie, satire, commedie. Da questi lavori poteva certo sperare maggior fortuna, ed egli vi era anche inclinato, come aveva con qualche primo saggio dimostrato, e come dimostr anche meglio pi tardi. Noi lo abbiam visto scrivere i suoi Decennali in mezzo a una moltitudine d'affari, che appena gli lasciavano qualche riposo; lo abbiamo visto, dopo le sue disgrazie, passar buona parte del giorno sotto gli alberi del proprio bosco, accanto ad una fonte, leggendo poeti italiani e latini. Da una lettera che scrisse a Lodovico Alamanni in Roma, il 17 dicembre 1517, si vede che, avendo letto con grande ammirazione l'Orlando Furioso dell'Ariosto, si doleva di non esser da lui stato annoverato fra i molti poeti che nominava. Ed aggiunse, che stava allora scrivendo il suo poema l'Asino, nel quale avrebbe invece reso giustizia al merito eminente dell'Ariosto, che lo aveva dimenticato.(63) Ma questo poema del Machiavelli, che contiene molte allusioni satiriche a' suoi contemporanei, rimase presto interrotto, e se egli compose allora, come fece di certo, altre poesie e lavori puramente letterar, non furono cose di lunga lena. L'animo suo era troppo addolorato dagli ultimi fatti seguiti in Firenze, dalle sventure che lo avevano colpito; la sua mente era ancor tutta piena delle immagini e memorie del passato; la sua attenzione era troppo vivamente rivolta a meditare sugli avvenimenti che ogni giorno turbavano l'Europa, minacciavano l'Italia. E per solo gli scritti politici potevano allora dargli qualche conforto, perch solo essi riuscivano ad impadronirsi veramente dell'animo suo, ad occupare tutte le sue facolt, facendogli per poco dimenticare il triste stato in cui era condannato a vivere.
Egli continuava a starsene in villa, dove aveva scritto e ritoccava il Principe, continuava i Discorsi, finiva l'Arte della guerra. Posta fra le colline che circondano Firenze, lontana alcune ore da essa, pareva che questa villa, chiudendolo fra boschi e poderi, lo separasse dal nato luogo, che era stato la sede della sua attivit, delle sue gioie, delle fallite speranze e delle sventure. Si sentiva col come isolato dal mondo, cercava pace nella solitudine e nello studio; pure, guardando a tramontana, di mezzo all'ondeggiar delle vaghe colline, ricomparivano la cupola, il campanile, la torre di Palazzo, a ricordargli continuamente il passato, a non fargli mai dimenticare il presente. Aveva allora cinque figli, quattro maschi ed una femmina. Bernardo, il primo, era nato il d 8 novembre 1503;(64) Pietro, l'ultimo, il 4 settembre 1514.(65) Degli altri tre, Lodovico, Guido e Bartolommeo, l'et non  certa. Ma in ogni modo la famiglia era numerosa, il patrimonio assai povero, e questi figli davano non poco pensiero. Qualcuno, come Pietro, che ebbe poi vita assai avventurosa nelle armi,(66) era ancora in et tenerissima. Guido era anch'egli fanciullo, giacch da una sua lettera del 1527, come vedremo, apparisce che allora studiava tuttavia grammatica. D'indole assai mite, si dette poi alla vita ecclesiastica ed alla letteratura, nella quale non usc mai dalla mediocrit.(67) Di Bernardo, che era assai pi innanzi cogli anni, sappiamo poco. Ma una condanna da lui subita nel 1528, per avere bestemmiato al gioco, e tentato di stuprare una donna del contado, non fa certo pensar bene del suo carattere.(68) Lodovico, poco pi giovane di Bernardo, era di un'indole violentissima. Una sua lettera del 14 agosto 1525(69) ce lo fa vedere in Adrianopoli, occupato nel commercio, in mezzo a brighe continue, pieno d'ira e desiderio di vendetta. Nello stesso anno aveva gi avute varie condanne dagli Otto per diverse risse, nelle quali v'erano state da una parte e dall'altra ferite e sangue. N le cagioni di queste risse erano sempre onorevoli; una di esse nacque anzi da gelosia per donna di mal affare.(70) Pi tardi, egli si pot, almeno in parte, redimere, combattendo e morendo in difesa della libert, nell'assedio di Firenze.(71) Intanto era di certo fra quelli che pi davano da pensare al padre. Della figlia Bartolommea o Baccia, che and poi sposa nei Ricci, sappiamo assai poco. Dal secondo testamento, che il Machiavelli fece nel 1532, vediamo che pensava a costituirle una dote sul Monte delle Fanciulle, senza esservi ancora riuscito.
Anche la Marietta rimane assai nell'ombra. Di lei abbiamo una sola lettera, che  scritta al Machiavelli in Roma, poco dopo la nascita d'uno dei figli. Sfortunatamente  senza data; ma la crediamo anteriore agli anni di cui ora ragioniamo.(72) Da essa trasparisce una vera affezione, diremo anzi amore verso il marito. Si duole di non ricevere pi spesso lettere di lui, e gli ricorda che sa bene, come ella non possa mai esser lieta, quando  separata da lui, tanto pi sentendo che " in luogo dove c' gran morbo. Pensate come io sto contenta, che non trovo riposo n d n notte. Il bambino sta bene e somiglia voi.  bianco come la neve, ma gli ha il capo che pare un velluto nero, ed  peloso come voi. E dacch somiglia voi, parmi bello, ed  vispo che pare che sia stato un anno al mondo, e aperse gli occhi che non era nato, e messe a romore tutta la casa. La bambina si sente male. Ricordovi el tornare." Da tutte le lettere di famiglia che ci restano, apparisce assai evidente, che questo affetto di moglie e di madre dur nella Marietta inalterato sino alla fine della sua vita. E sebbene non ne abbiamo del Machiavelli a lei, pure da quelle che scrisse ai figli, si vede chiaro che, non ostante i suoi trascorsi, qualche volta veri, ma qualche altra, come gi vedemmo, solamente immaginari, anch'egli am sino all'ultimo la moglie, e fu in famiglia migliore assai che non ci si  voluto far credere.
Di questi medesimi anni abbiamo una sua corrispondenza con Giovanni Vernacci, figlio di sua sorella Primerana, il quale trovavasi per affari commerciali in Pera. Da essa di tanto in tanto traspariscono tutta la tristezza da cui il Machiavelli era allora oppresso, ed anche un affetto sincero, vivace tra il nipote e lo zio. Questi che, come abbiam visto altrove, aveva sin dal principio annunziato al Vernacci la propria sventura, gli dava amorevoli consigli nell'agosto del 1513, e gli faceva sapere come alle altre sue calamit s'era in quell'anno per lui infausto, aggiunta la perdita d'una bimba, morta tre soli giorni dopo la nascita.(73) Nel 1514 gli parlava di affari, e gli faceva la proposta d'un matrimonio; il 17 agosto 1515 si scusava se non gli scriveva pi spesso, "perch i tempi sono stati di sorta, che mi hanno fatto sdimenticare di me medesimo. Pure non mi dimentico mai di te, e sempre ti avr in luogo di figliuolo, e me e le cose mie saranno sempre ai tuoi piaceri."(74) Queste lettere, andando in Oriente, spesso si perdevano; laonde il nipote scriveva e lamentavasi continuamente del silenzio, ed il Machiavelli era costretto a ripetere le sue attestazioni d'affetto. "La perdita delle mie lettere ti far credere che io mi sia dimenticato di te, il che non  punto vero, perch la fortuna non mi ha lasciato altro che i parenti e gli amici, e ne fo capitale. Ma se non scrivo pi spesso ancora, egli  che io sono diventato inutile a me, ai parenti ed agli amici, perch ha voluto cos la mia dolorosa sorte. Non mi  restato altro di buono che la sanit a me ed a tutti i miei."(75) Pi tardi, nel 1517, gli scrisse di nuovo e fece scrivere anche dai figli; ma le lettere al solito andarono perdute, e per il 5 gennaio 1518 gli scriveva da capo. Di quest'ultima lettera fece due copie, che dette a due persone diverse, ragguagliandone con un'altra il nipote, il 25 dello stesso mese.(76) L'8 di giugno gli diceva d'amarlo sempre pi, per aver esso "fatto prova d'uomo buono e valente. Io sono anzi orgoglioso di te, perch ti ho allevato. La casa mia  sempre al tuo piacere come pel passato, ancora che povera e sgraziata."(77) N meno affettuose erano le lettere del nipote. Il 31 ottobre 1517 gli chiedeva al solito notizie di lui e della famiglia, dolendosi di non averne da un anno. "Di me pi non avete ricordo come di caro nipote. Pure amandovi io sempre come figlio, spero che se avete perso la penna e 'l foglio allo scrivermi, non abbiate perso l'amore che tanto tempo mi avete portato."(78) Da altre lettere apparisce, come questo affetto dello zio pel nipote non fosse di sole parole, perch il Machiavelli, in mezzo ai suoi mille fastid, s'occupava spesso anche degli affari del lontano e affettuoso parente, che in lui riponeva piena fiducia.(79)
Tale era in realt l'uomo che ci  stato per s lungo tempo descritto come un mostro, incapace d'ogni sentimento gentile, d'ogni sincero affetto, d'ogni onest. Egli continuava ora a lavorare, a lottare contro l'avversit e la povert, dimostrandosi pronto a tutto, pur di guadagnare onestamente qualche cosa per aiutare la famiglia. Nell'aprile del 1518 and a Genova a trattare gli affari d'alcuni mercanti fiorentini, i quali dovevano col riscuotere parecchie migliaia di scudi,(80) e poi torn alla sua villa. Da essa veniva per di tanto in tanto a Firenze, dove aveva sempre una casa, dove aveva qualche faccenda, e dove, non ostante l'avversit dei tempi, serbava pure alcuni amici fidati, coi quali gli era conforto intrattenersi.
Quando a poco a poco i tempi divennero pi tranquilli, s'andaron nella Citt ricostituendo alcuni di quei convegni letterari, che molto diffusi in tutta l'Italia del secolo XVI, formavano una parte essenziale nella societ di quel tempo, uno dei piaceri pi geniali e desiderati da tutti gli uomini culti in Firenze. Il pi rinomato allora fra questi convegni si teneva negli Orti Oricellari, e v'intervenivano molti dei primi letterati non solo di Firenze, ma d'Italia. Bernardo Rucellai, vissuto nella seconda met del secolo XV, scrittore di satire latine, fautore de' Medici, ricco e potente cittadino, aveva, in sul finire del secolo, comperato un orto in via della Scala. Con molta spesa vi costru uno splendido palazzo, con pi splendido giardino, il quale ben presto fu celebrato pe' suoi bellissimi alberi, ed  nella storia letteraria del tempo conosciuto col nome d'Orti Oricellari. Anch'oggi possiamo avere un'idea abbastanza esatta di quel che dovevano essere allora palazzo e giardino, se da questo leviamo la singolare e colossale statua di Polifemo, messavi pi tardi dai Medici, ed alcune piccole costruzioni di pietra che vi furono aggiunte ai nostri giorni, e fanno singolare contrasto col carattere antico. Gli alberi sono tuttavia bellissimi, e paiono invitar sempre sotto le loro ombre al meditare ed al conversare. Attraverso i loro folti rami si vedono ancora le linee eleganti, armoniche dell'antico palazzo, che ha tutto il severo carattere architettonico della scuola di Filippo Brunelleschi e di Leon Battista Alberti.(81) Le ampie sale terrene sono sempre aperte, come a sicuro ricovero dalla pioggia o dal sole nelle ore canicolari. Per poco che la mente si distragga, le ombre del passato sorgono intorno a noi, e ci pare di sentir nuovamente la voce degli uomini che cos spesso s'adunavano col, e dei quali tanto parlano le storie.(82)
Bernardo Rucellai moriva nel 1514. Gli anni che precedettero, e quelli che seguirono di poco il 1512, erano stati cos turbolenti da non lasciare agio al pacifico conversare letterario, e per gli Orti furono allora poco frequentati. Dei figli Cosimo e Piero che lo precedettero nella tomba, poco dicono le storie, che parlano invece assai del secondogenito Palla, il quale tenne alti uffic politici, e s'adopr tenacemente, fin quasi agli ultimi anni di sua vita, a favore de' Medici, essendosi da essi alienato solo nel 1537. Un altro fratello, Giovanni, come tutti i Rucellai, amico de' Medici, di cui erano anche parenti, si dette con grande fortuna alle lettere, e fu il noto autore della tragedia la Rosmunda, e del poema Le Api. Discepolo o amico dei primi letterati di Firenze, cominci a raccoglierli intorno a s; ma aspirando al cappello cardinalizio, se ne and poi a Roma, presso Leone X, suo cugino. Vestito l'abito ecclesiastico, entrato in prelatura, pass col la maggior parte del tempo, anche sotto Clemente VII, che lo nomin castellano di Castel Sant'Angelo, ufficio che tenne sino alla morte, seguita nel 1525, quando aspettava maggior grado. Per tutte queste ragioni, sebbene la casa de' Rucellai fosse da un pezzo gi molto frequentata, il primo ad iniziar davvero, in modo regolare, le adunanze negli Orti, fu il figlio di Cosimo, che, nato nel 1495, l'anno stesso in cui moriva il padre, ne ebbe il nome, e fu da tutti chiamato Cosimino. Si dedic alle lettere, scriveva versi e dava grandi speranze di s, dimostrava indole generosa e benevola assai verso gli amici. Ma per trascorsi di giovent aveva preso una malattia venerea, che, non ben curata, lo ridusse storpio in modo, che dov per sempre giacere in una specie di culla o in una lettiga, su cui veniva trasportato. Questa sua sventura, i facili modi, l'indole benevola e lo svegliato ingegno raccolsero intorno a lui tutti i migliori amici di casa Rucellai, i quali lo visitavano assai spesso, sicuri di trovarlo sempre in casa o nel giardino, dove solamente poteva respirare all'aperto.(83)
Fra i pi assidui frequentatori di queste adunanze, erano Zanobi Buondelmonti e Luigi di Piero Alamanni, poeta assai noto per le sue liriche, pe' suoi poemi cavallereschi, ma pi di tutto per il poema La Coltivazione, in cui volle imitare le Georgiche di Virgilio, dimostrando molta eleganza e facilit in un verseggiare, che non  per senza monotonia. Questi due giovani, i quali pi tardi divennero ardenti fautori di libert, erano allora anch'essi amici de' Medici, come quasi tutti coloro che frequentavano gli Orti Oricellari.(84) Assai spesso venivano col anche due cugini, che si chiamavano, cos l'uno come l'altro, Francesco da Diacceto, e per a distinguerli, erano dal colore degli abiti chiamati uno il Nero, l'altro il Pagonazzo, ed appartenevano ambedue alla scuola degli eruditi. Il secondo, nato da Zanobi da Diacceto nel 1466, era stato fra i principali discepoli del Ficino, aveva scritto molte opere filosofiche ed insegnava nello Studio.(85) Un Diacceto d'altra famiglia, ma discepolo del Pagonazzo, e chiamato il Diaccetino, si trovava anch'egli fra i principali frequentatori degli Orti; aveva studiato il greco ed ottenuto dal cardinale dei Medici una lezione nello Studio.(86) Costui era, come l'Alamanni ed il Buondelmonti, ambizioso, audace, passionatissimo. Loro comune amico fu sempre un Giovan Battista della Palla, il quale, essendo stato molto affezionato a Giuliano dei Medici, sperava per tal mezzo d'ottenere il cappello di cardinale, e se ne and quindi ben presto a Roma ad intrigare. Ma, come vedremo, egli non tralasci mai di corrispondere per lettere continue co' suoi amici di Firenze, coi quali pi tardi cospir. Frequentavano gli Orti moltissimi altri, fra cui i due ben noti scrittori di storie, Iacopo Nardi e Filippo dei Nerli, questi mediceo, quegli repubblicano, ma per ora anch'egli in buoni termini col Cardinale. V'erano spesso tutti i Rucellai, tutti i pi celebri letterati d'Italia, che capitavano a Firenze, fra i quali ricorderemo solo Giangiorgio Trissino, il celebre gentiluomo di Vicenza, erudito, grammatico, poeta tragico ed epico, l'autore della Sofonisba e dell'Italia liberata dai Goti, che tanto faceva allora parlare di s.(87)
A torto s' in tali riunioni voluto vedere una continuazione o rinnovamento dell'Accademia Platonica. Questa era morta col Ficino, ed il tentativo di rinnovarla fu fatto assai pi tardi da altri uomini. Quelli che adesso frequentavano gli Orti Oricellari, appartenevano, se facciamo eccezione di Francesco da Diacceto e di qualche altro, ad una generazione non solo posteriore, ma anche assai diversa. Tutti ammiratori dell'antichit, tutti pi o meno conoscitori delle lingue antiche, non erano di coloro che a tempo di Lorenzo il Magnifico passavano i giorni ed i mesi a disputare sulle idee di Platone, sulle forme di Aristotile, sulle allegorie di Plotino e di Porfirio, sopra questioni di grammatica. Alcuni di essi erano solamente uomini politici, pratici degli affari; altri erano poeti, scrittori di storie, di prose italiane, veri letterati del Cinquecento, contemporanei di Raffaello, di Michelangelo, del Guicciardini, dell'Ariosto, sebbene, essendo ingegni minori assai di questi sommi, e per meno indipendenti, rimanevano pi servilmente legati all'antichit. E neppure si deve credere che queste adunanze fossero allora ostili al Cardinale ed al Papa, come si  detto e ripetuto tante volte, a causa della congiura pi tardi tramata da alcuni di coloro che spesso v'intervenivano. Quasi tutti erano anzi amici dei Medici; quegli stessi che pi tardi cospirarono contro di loro, erano stati per molto tempo in buonissimi termini con essi, e se ne alienarono la prima volta per ragioni affatto personali, alle quali s'aggiunse poi la passione politica. Una riprova di tutto ci deve vedersi anco nel fatto, che venuto Leone X a Firenze nel 1515, fu invitato negli Orti, dove per rendergli onore, si fece, alla sua presenza, rappresentare la Rosmunda del Rucellai.
Quando queste adunanze erano gi fiorenti, vi fu introdotto anche il Machiavelli, ed il suo andare col non era certamente segno ch'egli s'allontanasse dai Medici; indicava anzi il contrario. Infatti noi troviamo che alcuni anni dopo egli fu introdotto in casa Medici. Il 17 marzo 1519 Filippo Strozzi scriveva da Roma al fratello Lorenzo: "Piacemi assai abbiate condotto el Machiavello in casa e' Medici, che ogni poco di fede acquisti co' padroni  persona per surgere."(88) Questa lettera da un lato conferma quello che abbiam detto sulla compagnia degli Orti Oricellari, e dall'altro spiega come il cardinal de' Medici cominciasse allora appunto a dimostrare qualche benevolenza al Machiavelli. Se adesso solamente egli fu introdotto in casa Medici, ci prova del pari quanto esagerate, anzi addirittura immaginarie, fossero le pretese relazioni intime che, secondo molti scrittori, l'autore del Principe avrebbe avute con Lorenzo e Giuliano.
Il Machiavelli, com'era naturale, venne assai bene accolto negli Orti, e Cosimino specialmente lo ammir molto, legandosi a lui d'un affetto sincero, che fu ricambiato con vera amicizia. A lui ed a Zanobi Buondelmonti il Machiavelli dedic i Discorsi; di lui con vivo dolore parl nell'Arte della Guerra, poco dopo la morte immatura. A questi amici cominci a leggere i Discorsi, che molto piacquero, e dettero luogo a discussioni assai animate, che finivano sempre incoraggiandolo a continuare con zelo indefesso l'opera intrapresa, la quale il Nardi dice "di nuovo argomento, non pi tentata (che io sappi) ad alcuno." Ed aggiunge, che il nuovo ospite fu tanto amato da quei giovani, che essi trovarono modo anche di sovvenirlo cortesemente, perch si dilettavano oltre ogni dire della sua conversazione, e ne ammiravano gli scritti per modo, che egli non fu poi giudicato senza colpa, quando il loro animo si trov infiammato ad imprese audaci e pericolose a favore della libert.(89) Questa benevola accoglienza si spiega facilmente. Ammiratore sincerissimo degli antichi, il Machiavelli aveva pure, studiando le loro opere, ritrovato tutta l'indipendenza del proprio spirito, meditando con originalit vera sugli avvenimenti del suo tempo. E quindi le sue opere riuscirono a quegli uditori, ancora troppo servilmente imitatori dell'antichit, come la rivelazione della loro pi intima coscienza. Anche in mezzo a questi fautori dei Medici, egli che non sapeva mai parlare o scrivere diversamente da quel che sentiva, manifest tutto il suo amore di libert, tutto il suo entusiasmo per la repubblica romana. N ci produceva scandalo veruno. Ogni dotto Italiano ammirava allora l'antica Roma; ogni vero Fiorentino si sentiva repubblicano; i Medici stessi facevano mostra di voler governare Firenze a repubblica, e promettevano di sempre pi ridurla tale. Il Machiavelli perci si espandeva, si manifestava liberamente fra quei giovani, esaltandosi e tornando di continuo all'idea prediletta della sua Ordinanza, cio del popolo armato. Cavando esempi dalla storia antica, esponeva in che modo poteva armarsi l'Italia di buone armi, tali da resistere agli stranieri, tutelare la dignit e la indipendenza nazionale. Questi erano i ragionamenti stessi ripetuti poi nella sua Arte della Guerra, che and via via leggendo ai giovani amici. La nuova opera, che fra poco esamineremo,  in fatti composta a forma di dialoghi tenuti negli Orti Oricellari fra i principali frequentatori di quelle adunanze. L'entusiasmo, non solamente letterario, ma politico, che con tali discorsi e con tali letture il Machiavelli destava in essi, s'accendeva sempre di pi; ma egli, tutto compreso del suo soggetto, trascinato dalle proprie idee, non s'accorgeva che le sue parole producevano qualche volta sull'animo loro, l'effetto stesso di una scintilla sulla polvere da sparo, e potevano perci avere pericolose conseguenze. Se ne tornava quindi tranquillo nella solitudine della sua villa, e continuava a porre sulla carta i ragionamenti avuti, per tornare poi a leggerli ed a discuterli coi suoi amici ed ammiratori.
Tutto questo per, allora almeno, non gli noceva punto appresso ai Medici, anzi faceva s che, secondo la frase adoperata dallo Strozzi, egli fosse tenuto veramente "persona per sorgere." Molto in fatti parlavano di lui coloro che circondavano il Cardinale, il quale, come altra volta lo aveva da Roma, per mezzo del Vettori, interrogato sulla politica generale d'Italia, cos ora lo incitava a scrivere sul modo di riformare il governo di Firenze, indirizzando il suo discorso a Leone X, che in sostanza era il vero padrone della Citt. Usavano allora i Medici, massime il cardinal Giulio, interrogare cos le persone pi autorevoli; ed era anche assai gradito ai Fiorentini esporre le proprie opinioni sugli eventi che seguivano alla giornata, sulle riforme da portare nel governo, per rendere contenta la loro sempre irrequieta citt. Abbiamo quindi un numero non piccolo di tali discorsi, pi o meno eloquenti, pi o meno audaci o accorti, scritti in questi anni appunto.
Vedemmo altrove(90) come il Guicciardini nel 1512, essendo nella Spagna, dove prevedeva gi le caduta del Soderini, ma non sapeva ancora del ritorno de' Medici, scrivesse un discorso, in cui con grandissimo acume suggeriva i modi secondo lui migliori per rendere pi forte e sicura la Repubblica. E vedemmo pure, come avuta appena notizia del mutamento seguito nella Citt, ne scrivesse un altro, nel quale, senza ancora troppo dichiararsi pronto a mutar parte, esponeva invece i modi con cui il governo dei Medici avrebbe potuto rafforzarsi.(91) Pi esplicitamente e pi largamente ancora tratt questo medesimo soggetto in un terzo discorso, scritto nel 1516, quando, gi da tre anni tornato a Firenze, era divenuto uno dei loro pi caldi fautori. "I Medici," egli scriveva allora, "s'erano impadroniti della Citt contro il desiderio e la volont del massimo numero dei suoi abitanti. La elezione di Leone X aveva,  vero, mutato le cose in loro favore; ma era tuttavia necessario pensare all'avvenire con accorti provvedimenti, se non si voleva da un momento all'altro vedersi esposti a gravissimi pericoli. Il principale ostacolo a questi provvedimenti trovavasi per nella indifferenza di Giuliano e di Lorenzo, i quali avevano messo cos alto la loro mira, che poco o punto si curavano di Firenze, pensando invece a formarsi altrove uno Stato. E questo era un sogno pericoloso, perch nella sua effettuazione urtava contro difficolt insormontabile. A Firenze i Medici, sotto le apparenze di repubblica, avevano un dominio assai pi solido e sicuro di quello che potevano sperare a Parma, a Modena o altrove. Era bene ricordarsi, che i nipoti di Calisto III e di Pio II, contentandosi di poco, restarono nel loro grado anche dopo la morte di quei papi; il duca Valentino, invece, che voleva grande e nuovo Stato, rovin." "E la ragione ci  manifesta, perch privati acquistare Stati grandi  cosa ardua, ma molto pi ardua conservarli, per infinite difficolt che si tira dietro un principato nuovo."(92) Qui  chiaro che il Guicciardini si dimostra contrario affatto non solamente alle illusioni del Machiavelli sul Valentino; ma allo stesso concetto fondamentale del Principe, non che ai consigli che l'autore di esso aveva gi dati ai Medici per mezzo del Vettori, quando si parlava della formazione d'uno Stato nuovo a Parma ed a Modena. I Medici, secondo il Guicciardini, avrebbero fatto assai meglio e operato da savi smettendo queste illusioni pericolose, pensando solo a conservare quello che avevano in Firenze. A tal fine occorreva formarsi un nucleo d'amici fidati e sicuri, i quali conoscessero bene la Citt, e fossero perci in grado di dare aiuto e consigli opportuni. "Senza affidarsi ad essi troppo ciecamente, ma tenendo sempre nelle proprie mani la briglia,  pur necessario dar loro favori e potere. Con i favori si  ben sicuri di potersi guadagnare l'animo di ciascuno, giacch ora non sono pi i tempi dei Greci e dei Romani, che si contentavano della sola gloria. Non v' oggi in Firenze alcuno, il quale ami tanto la libert, che non si volti facilmente ad un altro reggimento qualunque, se pu in esso avere maggior parte e miglior essere che nella repubblica. Quanto poi alla universalit dei cittadini basta fare economia per non aggravarli di tasse, curare che la giustizia civile sia bene amministrata, difendere i deboli contro i potenti, usare con tutti modi cortesi. A coloro che consigliano di prendere addirittura in Firenze il dominio assoluto, senza alcuna ombra di civilt e di libert, bisogna ricordare, che non si potrebbe prendere un partito peggiore, pi pieno di sospetti, di difficolt, ed, a lungo andare, anche assai crudele e quindi pericoloso a tutti."(93)
Questi erano i consigli che dava ai Medici il Guicciardini; ben diversi invece furono quelli dati dal Machiavelli, quando venne interrogato.(94) In sostanza egli consigliava n pi n meno che il ristabilimento della repubblica, sforzandosi per di trovare un modo col quale il Papa ed il Cardinale potessero, durante la loro vita, restar padroni della Citt, senza di che sapeva che ogni sua proposta sarebbe stata vana e puerile. Molti lo hanno perci accusato di contradirsi, rimproverandogli che, dopo d'avere nel Principe suggerito il governo assoluto a Giuliano ed a Lorenzo de' Medici, consigliava ora a papa Leone X la repubblica. Ma ogni contradizione scomparisce del tutto, se per poco si rifletta che il Principe fu scritto per dimostrare come si poteva colla forza formare uno Stato assoluto e nuovo, e come, formandolo in Italia, si poteva ingrandirlo per riunire tutta la Penisola. Adesso invece erano gi morti Giuliano e Lorenzo, ai quali questi consigli erano stati indirizzati, ed il Machiavelli veniva interrogato dal Cardinale sopra un altro e assai diverso argomento. Non si trattava pi d'uno Stato nuovo a Parma e Modena, o altrove; si trattava di Firenze solamente. Egli aveva gi molte e molte volte ripetuto nei Discorsi, nelle lettere familiari, in quasi tutte le sue opere politiche, che se nell'Italia settentrionale e nella meridionale non era possibile altro che una monarchia; se con questa solamente poteva iniziarsi col uno Stato nuovo, ed ingrossarlo sempre pi, nella Toscana invece, massime poi a Firenze, per la grande uguaglianza che v'era e per le antiche consuetudini, solo una repubblica poteva contentare e durare. Di ci appunto si trattava adesso. Il Papa stesso ed il Cardinale sembravano persuasi, che i Fiorentini, pi o meno, volevano tutti la repubblica. Non avendo eredi legittimi, essendo perci certi che in loro spegnevasi il ramo mediceo di Cosimo il Vecchio e di Lorenzo il Magnifico, mostravano di esitare a far qualche passo decisivo verso la repubblica, solamente per non perdere il loro protettorato assoluto finch vivevano. Veri o finti che fossero questi loro sentimenti, essi li manifestavano e li facevano credere a molti. Ed il Machiavelli era persuaso d'aver trovato il modo di risolvere l'arduo problema, di fondare cio sicuramente la libert per l'avvenire, mantenendo ferma nel presente l'autorit assoluta del Papa e del Cardinale, finch vivevano. Con tale intendimento egli scrisse il suo nuovo Discorso.
Incomincia adunque con l'esaminare le cagioni della instabilit di tutti i governi che si successero in Firenze, e le ritrova nell'essere stati sempre ordinati a vantaggio d'una sola parte e non del pubblico, nell'essere riusciti tutti una mescolanza ibrida e poco durevole di monarchia e di repubblica. "Questi governi di mezzo," egli dice, "riescono sempre debolissimi, perch hanno pi vie aperte alla loro rovina. Il principato rovina andando verso la repubblica, e questa andando verso il principato. Ma i governi di mezzo rovinano da ogni lato, sia che vadano verso la repubblica, sia che vadano verso il principato. Vi sono molti che esaltano il governo di Cosimo e di Lorenzo il Magnifico, e vorrebbero perci ristabilirne oggi uno simile. Ma esso non fu esente dai difetti e dai pericoli gi notati negli altri, e questi difetti sarebbero oggi di gran lunga maggiori. I Medici erano allora educati e vissuti nella Citt, e la conoscevano assai bene; governavano con una familiarit alla quale non si saprebbero pi piegare adesso che sono divenuti potentissimi, dopo essere stati lungamente in esilio. Allora avevano assai favorevole la universalit dei cittadini, ora l'hanno contraria. N v'erano come oggi in Italia tanti potenti armati, contro i quali un governo debole non potrebbe pi in alcun modo resistere. Dicono molti che Firenze non pu stare senza un capo; ma non riflettono costoro che si pu avere un capo pubblico ed un capo privato. Nessuno dubita che se si dovesse scegliere un capo privato, tutti preferirebbero uno della casa dei Medici. Quando per si dovesse scegliere tra capo pubblico e privato, sempre piacer pi ai Fiorentini avere il primo, o sia un magistrato eletto dai cittadini, e frenato dalle leggi.  certo in ogni modo, che a volere ordinare il principato in Firenze, dove  s grande uguaglianza, non si riuscirebbe senza mutare tutto con violenza. E perch questa sarebbe una cosa non solo difficile, ma ancora inumana e crudele, deve giudicarsi indegna di chiunque desideri essere tenuto pietoso e buono. Io, adunque, lascer indietro il ragionare del principato, e parler della repubblica, anche perch s'intende la Santit Vostra esservi dispostissima, ed esitare solamente, perch desidera trovare un ordine con cui l'autorit sua rimanga grande in Firenze, e gli amici vivano sicuri. Parendomi pertanto d'averlo pensato, ho voluto che intenda questo mio pensiero; acciocch, se ci  cosa veruna di buono, se ne valga, e possa ancora, mediante questo, conoscere quale sia la mia servit verso di lei."(95)
Il concetto del Machiavelli era, in termini generali, semplicissimo: fondare una vera e propria repubblica, lasciando per ora le elezioni dei magistrati in mano dei Medici. Cos essi sarebbero stati i veri padroni d'ogni cosa, durante la vita; ma alla loro morte Firenze sarebbe tornata libera davvero. Non era un concetto nuovo del tutto, giacch per mezzo delle elezioni appunto, Cosimo e Lorenzo il Magnifico erano riusciti a rendersi padroni della repubblica.  vero che cos avevano anche ucciso la libert; ma adesso il Papa era lontano, e n egli n il Cardinale avevano successori cui dover pensare; non potevano o almeno non era, secondo il Machiavelli, ragionevole che si dolessero se, dopo la morte loro, la libert potesse davvero prosperare. In sostanza adunque tutto si riduceva a cercar di persuadere i Medici, che essi acquisterebbero una gloria immortale, se, pur mantenendosi in vita padroni di Firenze, assicurassero fin d'allora il trionfo della repubblica per l'avvenire. A risolvere praticamente l'arduo problema, il Machiavelli ricorre nel Discorso anche a molti ripieghi, che finiscono col rendere assai artificiosa la sua proposta. Egli torna un momento alla vecchia teoria fiorentina delle tre ambizioni, dei tre ordini di cittadini da soddisfare: coloro che vogliono primeggiare e comandare; coloro che sono contenti di partecipare in qualche modo al governo; e coloro che formano la moltitudine, la quale chiede solo libert e giustizia. Vuole sopprimere tutte le complicazioni dei vecchi Consigli e dei vecchi magistrati, che i Medici, per mera apparenza, avevano risuscitati dagli Statuti anteriori al 1494, ed istituire un Gonfaloniere con la Signoria, il Senato ed il Consiglio Grande. Questa era la forma di governo fondata nel 1494, al tempo del Savonarola, e, con poche modificazioni, durata sino al 1512. Essa era anche quella che in sostanza veniva proposta dal Guicciardini, quando favoriva la repubblica, e pi tardi dal Giannotti, sebbene ciascuno, a suo modo, la modificasse.
Venendo poi ai mezzi pratici d'attuare una tale riforma, il Machiavelli incominciava col proporre, che si eleggessero a vita sessantacinque cittadini di quarantacinque anni finiti, nominando uno di essi Gonfaloniere per due o tre anni, od anche a vita. La met dei sessantaquattro che restavano, doveva formare una specie di Consiglio del Gonfaloniere, per un anno, venendo, nel seguente, sostituita dall'altra met, e continuando cos ad alternarsi. Questi trentadue si dividevano poi in quattro parti di otto cittadini ciascuna, i quali per un trimestre formavano la Signoria propriamente detta, alla cui testa era il Gonfaloniere. E cos venivano, egli credeva, soddisfatte le ambizioni pi irrequiete. V'era inoltre un Senato o Consiglio dei Dugento, i quali dovevano avere ciascuno quaranta anni finiti. Il Machiavelli che aboliva, come dicemmo, molti dei vecchi magistrati, lasciava invece sussistere gli Otto di Guardia e Bala, che formavano una specie di tribunale ordinario, e gli Otto di Pratica, che provvedevano alle cose della guerra, e quindi all'Ordinanza, che fu sempre l'istituzione a lui pi cara. I Medici l'avevano nel 1512 disciolta, per poi in modo efimero ricostituirla, con una provvisione del 19 maggio 1514, chiamandola Ordinanza del Contado.(96) Su questo soggetto che doveva riuscire assai scabroso, perch si trattava di far dare dai Medici le armi al popolo, il Machiavelli non si ferm allora, deliberato com'era a tornarvi pi tardi, dopo essere cio prima riuscito a persuader loro la opportunit di ricostituire la repubblica. Per adesso lasciava l'Ordinanza quale essi l'avevano ridotta, proponendo solo che fosse divisa in due parti, ciascuna delle quali venisse comandata da un commissario, eletto ogni due anni dal Papa. Questi ed il Cardinale dovevano inoltre, con l'autorit e bala di tutto il popolo fiorentino, eleggere il Gonfaloniere, la Signoria, i Dugento, gli altri magistrati. Tale era il mezzo dal Machiavelli escogitato per assicurare ai Medici un potere che, dopo la loro morte, sarebbe andato tutto nelle mani del popolo.
Rimaneva ancora l'ultima parte, la pi importante della riforma, quella cio con cui bisognava soddisfar subito alla universalit dei cittadini. A tal fine, proseguiva il Machiavelli, cominciando subito ad esaltarsi,  necessario riaprire la sala del Consiglio Grande. "Senza satisfare all'universale, non si fece mai alcuna repubblica stabile; non si satisfar mai all'universale dei cittadini fiorentini, se non si riapre la Sala; per conviene, a volere fare una repubblica in Firenze, riaprire questa Sala e rendere questa distribuzione all'universale. E sappia Vostra Santit, che chiunque penser di torle lo Stato, penser innanzi ad ogni altra cosa di riaprirla, e per  partito migliore, che quella l'apra con termini e modi sicuri."(97) Bisognava adunque ricostituire il Consiglio Grande, componendolo di mille o almeno di seicento cittadini. E non occorreva determinare il modo della elezione, perch si dovevano in esso alternare tutti coloro che, secondo gli antichi statuti erano cittadini beneficiati o sia abili al governo. Suo ufficio principalissimo doveva essere, oltre l'approvazione delle leggi, la elezione dei magistrati. Queste attribuzioni per gli venivano per ora solo in minima parte concesse, dovendo restare ai Medici, finch vivevano il Papa ed il Cardinale. E quindi il Machiavelli suggeriva ai Medici, che di tanto in tanto chiamassero il Consiglio ad un pi largo esercizio de' suoi diritti. Cos si sarebbe cominciato fin d'ora ad educare il popolo alla libert, nel che stava lo scopo principalissimo che egli si era proposto nel Discorso.
"Con questi ordini," cos egli conchiudeva, rivolgendosi al Papa ed al Cardinale, esaltandosi sempre di pi, "voi siete i padroni assoluti di tutto. Nominate i principali magistrati, il Gonfaloniere, la Signoria, i Dugento; fate le leggi con l'autorit di tutto il popolo; ogni cosa dipende dal vostro arbitrio; n, durante la vostra vita, v' alcuna differenza da questo governo ad una monarchia. Alla vostra morte, lasciate alla patria una vera e libera repubblica, che dovr a voi la sua esistenza." "Io credo che il maggiore onore che possono avere gli uomini, sia quello che volontariamente  loro dato dalla loro patria; credo che il maggior bene che si faccia ed il pi grato a Dio, sia quello che si fa alla sua patria. Oltre di questo, non  esaltato alcun uomo tanto in alcuna sua azione, quanto sono quelli che hanno con leggi e con istituti riformato le repubbliche e i regni: questi sono, dopo quelli che sono stati Iddii, i primi laudati.... Non d adunque il Cielo maggiore dono ad un uomo, n gli pu mostrare pi gloriosa via di questa; ed in fra tante felicit, che ha date Dio alla casa vostra ed alla persona di Vostra Santit,  questa la maggiore, di darle potenza e subietto da farsi immortale, e superare di gran lunga per questa via la potenza e la avita gloria."(98)
Sebbene una tal conclusione ci riconduca al pensiero dominante del Machiavelli, e ricordi la celebre esortazione finale del Principe, pure noi non possiamo attribuire a tutto il Discorso un grande valore scientifico, e neppure un grande valore pratico. Egli o ripete idee che gi aveva esposte altrove pi ampiamente, o accetta senz'altro dottrine universalmente divulgate in Firenze. La forma di repubblica da lui proposta , ne' suoi lineamenti generali, quella stessa che allora tutti pi o meno consigliavano. E quanto alle modificazioni con cui voleva migliorarla, i suoi suggerimenti restavano di gran lunga inferiori a quelli assai pi accorti e pratici, che aveva dati dalla Spagna il Guicciardini nel primo de' suoi discorsi.(99) I ripieghi poi coi quali voleva apparecchiare il passaggio dal dispotismo presente alla futura libert, erano davvero troppo sottili ed artifiziosi, com'ebbe a notare pi tardi Alessandro de' Pazzi, quando fu del pari interrogato dal cardinale dei Medici.(100) E quando essi fossero stati davvero accettati, difficilmente avrebbero ottenuto l'intento cui miravano. Una repubblica lasciata in pieno arbitrio d'un papa come Leone X, o avrebbe portato ad immediato conflitto col popolo, o avrebbe reso sempre pi difficile fondare in avvenire la libert. In tal modo non poteva quindi il Discorso riuscire n scientifico n pratico abbastanza, ma solo fantastico. Ci non ostante, esso dimostrava ancora una volta quanto sincero, costante, profondo fosse nel Machiavelli l'amore della libert. Dopo aver tanto desiderato il favore dei Medici, per poter essere in qualche modo adoperato da loro negli affari, appena essi rivolgono a lui lo sguardo e lo interrogano, non sa far altro che ripetere con entusiasmo irrefrenabile un solo e medesimo pensiero: la maggior gloria, la pi grande fortuna che si possa dai mortali desiderare su questa terra, sta nel sapere e nel volere fondare uno Stato libero, civile e forte. E di ci era tanto convinto, che non capiva come non dovesse subito convincersene ognuno. Questo gli fece credere di poter persuadere prima Giuliano e poi Lorenzo a farsi redentori d'Italia; questo gli faceva sperare adesso d'indurre Leone X a fondare per l'avvenire la libert di Firenze. Ma s'illuse la prima e la seconda volta, senza per mai perdere la sua fede o smettere il pensiero di tornare alla prova. Per ora il Papa non dava nessuna importanza a tutte le proposte che da pi parte gli venivano, principalmente per istigazione del Cardinale.(101) L'uno e l'altro del resto avevano promosso questi scritti solo col fine di alimentare speranze ed illusioni nei pi caldi amatori di libert, e cos tenerli sospesi e tranquilli, scoprendone in pari tempo le pi riposte intenzioni.
Il cardinale per sembrava che volesse veramente avvicinare a s il Machiavelli. Lo aveva da poco conosciuto di persona, gli aveva cominciato a scrivere qualche lettera, a rendere qualche favore. Pareva quindi che dovessero per lui cominciare tempi migliori; ma erano ancora segni cos tenui e favori cos meschini, che qualche volta riuscivano pi ad umiliarlo che ad esaltarlo. Nell'anno 1520 ebbe in fatti dalla Signoria e dal Cardinale una prima commissione a Lucca, per trattar gli affari d'alcuni mercanti fiorentini, i quali avevano col un credito di 1600 fiorini con un tal Michele Guinigi, che non voleva pagare. Questa privata faccenda avrebbe dovuto esser decisa dai tribunali ordinar, ma s'era andata complicando ed arruffando in maniera, che veniva ora trattata dai due governi. Il Guinigi aveva ereditato dal padre una grossa fortuna, la pi parte della quale era stata vincolata ai suoi figli, sapendosi che egli l'avrebbe subito mandata a male. Oltre i debiti da lui contratti con Fiorentini e con altri non pochi per faccende commerciali, ne aveva gi fatto altri moltissimi al gioco, ed era nella impossibilit di pagarli. Si cercava dunque d'ottenere dalla repubblica lucchese, che l'affare venisse eccezionalmente rimesso nelle mani di arbitri, con facolt d'annullare questi secondi debiti, o almeno dare precedenza assoluta ai primi. In tal caso solamente i parenti e tutori dei figli del Guinigi promettevano di pagare quelli che risultavano da affari commerciali, cosa che in nessun modo avrebbero consentito pei debiti fatti al giuoco. Se non che questi erano stati contratti con carte cos legali e regolari, che occorreva a metterli da parte l'intervento del potere politico. Ove ci non si fosse ottenuto, la fortuna di Michele Guinigi, cui spettava solo l'usufrutto, sarebbe rimasta vincolata tutta ai suoi figli minori, ed i parenti che ne avevano la tutela, avrebbero con loro pieno diritto negato di nulla concedere ai creditori fiorentini. Il Machiavelli, dopo lungo negoziare, ottenne che il Consiglio Generale di Lucca deliberasse di rimettere la cosa al pretore ed a tre arbitri, che rivedessero i libri; esaminassero quali obblighi erano contratti veramente per debiti giustificati, quali erano fittizi, e nei casi dubbi ne riferissero agli Anziani della repubblica, i quali avrebbero portata di nuovo la cosa al Consiglio Generale.(102)
Egli si trattenne per questa faccenda parecchi mesi a Lucca, dove pass il tempo, studiando al solito la forma di quel governo, e pigliando su di esso alcuni appunti. Noi abbiamo in fatti un suo Sommario delle cose della citt di Lucca,(103) che il Machiavelli dov scrivere in questo tempo.  un abbozzo compilato in fretta, n senza qualche inesattezza; non vi mancano per opportune osservazioni. Nove cittadini ed un Gonfaloniere, egli dice, componevano la Signoria, che mutava ogni due mesi, dopo i quali ciascuno aveva divieto per due anni, cio non poteva in quel tempo essere rieletto. Seguiva un Consiglio di trentasei, che si rinnovava da s ogni sei mesi, non potendo, chi aveva seduto un primo semestre, continuare nel secondo, ma bens nel terzo. Il Consiglio Generale durava un anno, ed era composto di settantadue(104) membri, i quali venivano eletti dalla Signoria e da dodici altri cittadini nominati dai trentasei; avevano divieto un anno. La Signoria esercitava grandissima autorit nel contado, il quale, secondo l'uso repubblicano di quei tempi, non godeva delle libert politiche; ma ben poca ne aveva nella citt, dove poteva solo radunare i Consigli, e proporre le deliberazioni apparecchiate nelle Pratiche, che a Lucca si chiamavano Colloqui, ai quali erano invitati i pi sav cittadini. Il Consiglio Generale era il vero padrone della citt; faceva leggi e tregue; pronunziava condanne a morte senza appello, e i partiti si vincevano in esso con tre quarti dei voti. V'era nonostante un Potest,(105) che aveva autorit nelle cause civili e nelle criminali.
Il Machiavelli osserva che questo governo a Lucca operava bene, quantunque non fosse senza difetti. Loda il non dare alla Signoria molta autorit sui cittadini, "perch cos hanno sempre fatto le buone repubbliche giacch il primo magistrato facilmente pu abusare, se non  frenato. Non avevano i Consoli romani, non avevano e non hanno autorit sulla vita dei cittadini il Doge e la Signoria di Venezia." A Lucca per la Signoria mancava, secondo il Machiavelli, della dovuta maest, "perch la breve durata dell'ufficio, e i molti divieti obbligavano a nominare persone di poco conto. Si era quindi necessitati di continuo a richiedere nei Colloqui il consiglio di privati cittadini, il che non si usa nelle repubbliche bene ordinate, nelle quali il numero maggiore distribuisce gli uffic, il mezzano consiglia, il minore esegue." Questa infatti, era allora tenuta la norma fondamentale e la base necessaria d'ogni regolare governo, non essendovi alcuna idea della moderna divisione dei poteri. E perci il Machiavelli continuava: "Cos facevano a Roma il popolo, il Senato, i Consoli; cos fanno a Venezia il Gran Consiglio, i Pregadi, la Signoria. Ma a Lucca invece questi ordini sono confusi perch il numero mezzano, cio i Trentasei distribuiscono gli uffici; i Settantadue e la Signoria parte consigliano, parte eseguono. Pure anche da ci non viene nel fatto gran danno, per la ragione gi notata, che i magistrati non sono, per la loro poca maest, punto ricercati, e i ricchi si occupano pi che altro delle loro private faccende. Questo  tuttavia un ordine da non raccomandarsi." Loda poi l'autorit data al Consiglio Generale sulla vita dei cittadini, perch questo , secondo lui, un gran freno all'ambizione dei potenti, i quali non sarebbero mai condannati da pochi giudici. Vorrebbe per che vi fosse, come a Firenze, un tribunale di quattro o sei magistrati per giudicare le minori cause civili e criminali fra i cittadini, lasciando al Potest quelle del dominio, e tutte le altre a lui devolute dagli Statuti. "Se una tale magistratura non si istituisce," egli diceva, "le minori cause che occorrono alla giornata, saranno sempre trascurate con danno e pericolo della libert. Infatti anche a Lucca s' dovuto venire ad una legge speciale, che fu chiamata dei discoli, per la quale, nel settembre e nel marzo, i Consigli riuniti deliberano di mandare, per tre anni, fuori dello Stato un certo numero di giovani creduti pi pericolosi. Essa mise di certo un freno, ma  pure riuscita impotente contro l'insolenza della famiglia, che  chiamata di quelli di Poggio." Questo breve Sommario, come si vede facilmente, non ha gran valore; ma dimostra, che allora come sempre il Machiavelli non lasciava mai fuggire alcuna occasione per studiare le istituzioni, gli ordinamenti politici dei popoli vicini o lontani, cercando d'indagare e suggerire i modi per migliorarli.
Fu tuttavia un lavoro che pot occuparlo poco tempo, n molto l'occuparono altre piccole faccende. Ricevette allora varie lettere, una fra le altre del cardinal dei Medici, in data dell'ultimo di luglio, la quale incominciando con le parole: Spectabilis vir, amice mi carissime, gli raccomandava di far cacciare da Lucca tre studenti dell'universit di Pisa, gi mandati via di l per cattiva condotta.(106) Gli amici degli Orti Oricellari gli scrivevano lettere ora serie, ora facete, pregandolo di tornare presto, e pi vive premure gli facevano i figli, in nome loro e della madre Marietta.(107) Ma il Machiavelli non si poteva muovere, se prima non veniva a qualche conclusione l'affare di cui era incaricato, e quindi profitt del tempo che gli restava libero, per comporre un altro suo breve lavoro, che  assai noto, e che da lui fu intitolato Vita di Castruccio Castracani. Il 29 agosto lo mandava di l all'amico Zanobi Buondelmonti, al quale ed a Luigi Alamanni, suoi amicissimi, lo aveva dedicato. E gi il 6 settembre il Buondelmonti gli rispondeva d'averlo ricevuto e letto con l'Alamanni ed altri, ai quali tutti era molto piaciuto.(108)
 notissimo che questo lavoro dette anch'esso occasione a dubbi e dispute non poche. Chi lo chiam un romanzo, chi una imitazione della Ciropedia di Senofonte, chi altro. Certamente esso non  una storia, come pu accorgersene chiunque lo paragoni per poco con la narrazione autentica dei fatti pi conosciuti ed accertati. L'autore compose la biografia d'un personaggio ideale, cui diede il nome di Castruccio Castracani, e la ricav in parte dalla vita di questo capitano, quale ci  data nelle storie e biografie; ma in parte non piccola ancora dalla vita d'Agatocle, narrata nei libri XIX e XX di Diodoro Siculo, aggiungendovi anche fatti che sono addirittura di sua propria invenzione. Castruccio, in vero, fu un figlio legittimo della nobile famiglia Antelminelli, nacque nel 1281, ed and ben presto col padre Geri in esilio ad Ancona. Restato senza genitori, fu a combattere in Fiandra insieme con Alberto Scotti e Musciatto Franzesi, al soldo di Filippo il Bello. Nel 1310 combatteva in Lombardia, a favore dei Visconti. Il Machiavelli, invece, comincia coll'affermare, che gli uomini straordinari sogliono aver quasi tutti bassa ed oscura origine, perch la fortuna vuol mostrare la sua potenza, e poi aggiunge, che un canonico Castracani ed una sua sorella Dianora, i quali vivevano insieme, trovarono nel proprio giardino un bimbo abbandonato, che allevarono in casa loro, e fu questi il celebre Castruccio. Mostrando egli attitudine alle armi, venne da messer Francesco Guinigi educato e condotto poi a combattere in Lombardia, dove sin dall'et di 18 anni cominci a mostrare il suo valore. Il canonico e la sorella sono personaggi immaginari del tutto, come immaginario  il fatto del bimbo trovato nel giardino. Nell'et di 18 anni Castruccio era inoltre fuori d'Italia, n si trova un Francesco Guinigi, cui si possano attribuire i fatti narrati dal Machiavelli. Invece Agatocle, secondo Diodoro Siculo, fu dal padre abbandonato, e dopo alcuni giorni la madre lo prese e men dal proprio fratello, che lo allev. Venne pi tardi protetto da un nobile che gli di grado nell'esercito, nel quale Agatocle subito fece prova del suo valore.
Prosegue il Machiavelli raccontando come, tornato che Castruccio fu dalla Lombardia a Lucca, messer Francesco Guinigi mor e lasci un figlio di tredici anni, di nome Paolo, nominando Castruccio tutore di esso, ed amministratore de' suoi beni. Paolo  personaggio immaginario come il padre e come tutto l'episodio, imitato anche questo da Diodoro, il quale narra in fatti che Agatocle spos la vedova del suo protettore, e cos di povero divenne ricco. Il modo con cui Castruccio, a poco a poco, prima coll'aiuto d'Uguccione della Faggiola signore di Pisa, poi contro la volont di lui, riusc a farsi padrone di Lucca,  narrato dal Machiavelli con maggiore verit. Ma la battaglia di Montecatini, nella quale i Fiorentini furono disfatti, e Castruccio combatt tanto valorosamente sotto gli ordini d'Uguccione, che per ci appunto ne ingelos e gli fu nemico,  descritta in un modo affatto arbitrario. Il Machiavelli fa ammalare Uguccione, che invece si trov a comandare l'esercito, e ci per dare il comando a Castruccio, cui attribuisce, a suo modo, tutto un disegno immaginario di battaglia. Divenuto Castruccio signore di Lucca, e capo dei Ghibellini di Toscana, per la morte d'Uguccione, segue la narrazione del modo con cui egli soppresse una ribellione in quella citt.
E qui il Machiavelli imita di nuovo Diodoro, attribuendo al suo eroe una condotta simile a quella tenuta da Agatocle nello spegnere i propri nemici, condotta gi ricordata e lodata tante volte nel Principe e nei Discorsi. Secondo Diodoro Siculo, Agatocle, formato prima, come capitano dei Siracusani, un grosso esercito, chiam i capi del Consiglio dei seicento, sotto pretesto di ragionar con loro, e gli spense tutti. Indi sollev contro i Grandi il popolo che li odiava, e furono cos uccise da quattromila persone. Secondo il Machiavelli, Stefano di Poggio s'un prima ai ribelli in Lucca; poi li sed, e quando Castruccio fu tornato dal campo, si present a lui, mostrandogli come tutto era tranquillo per opera sua, e gli raccomand i propri amici e parenti. Castruccio lo accolse con benevolenza e lo invit a condur seco gli amici. Venuti sotto la data fede alla sua presenza, furono tutti presi e morti, dopo di che egli spense ancora molti altri, i quali potevano per ambizione aspirare ai primi onori, e cos fu finalmente sicuro padrone di Lucca.(109)
Anche la narrazione del modo in cui Castruccio s'impadron di Pistoia,  affatto immaginaria. Secondo il Machiavelli, egli si sarebbe messo d'accordo coi capi delle due parti che dividevano la citt, facendo credere cos agli uni come agli altri, che entrerebbe una tal notte per combattere gli avversar. Invece, al momento stabilito, dato il segnale, s'impadron subito degli uni e degli altri, facendoli tutti ammazzare. La citt venne allora corsa in nome di Castruccio, e si sottomise insieme col contado, "tale," cos conchiude il Machiavelli, "che ognuno, pieno di speranza, mosso in buona parte dalla virt sua, si quiet."(110) Invece Pistoia fu ceduta da Filippo Tedici, che n'era capo. Sentendosi troppo debole per lottare ad un tempo contro Castruccio, contro i Fiorentini e contro i nemici interni, ingann i secondi e s'arrese al primo, che lo fece suo capitano e gli dette in moglie la propria figliuola. Cos almeno raccontano le Storie Pistoiesi, ben pi credibili. Il Machiavelli, fra le altre cose, non d a Castruccio n moglie n figli, quando ebbe moglie e molti figli, nove secondo il suo biografo Tegrimi.
Dopo la presa di Pistoia seguono storicamente due battaglie, che sono i fatti pi importanti nella vita militare di Castruccio. La prima e principale fu quella di Altopascio (1325), nella quale i Fiorentini vennero pienamente rotti. E di questa il Machiavelli, che la descrive minutamente nelle sue Storie, non dice qui neppure una parola. Dopo var altri fatti d'arme, Castruccio, divenuto duca di Lucca, Volterra, Pistoia, ecc., e vicario imperiale in Pisa, trovavasi in Roma, dove aveva accompagnato Lodovico il Bavaro. Ivi seppe che i Fiorentini avevano ripreso Pistoia. Corse allora a Lucca, form un esercito, assedi Pistoia, e batt nello stesso tempo i Fiorentini, che volevano liberarla. Ma qui prese una febbre, di cui mor a Lucca. Ed anche di questo fatto militare, che  per la sua importanza il secondo nella vita di Castruccio, il Machiavelli tace affatto, per narrare invece battaglie immaginarie. Secondo lui, Castruccio, uscito di Lucca coll'esercito, incontr i Fiorentini a Serravalle, dove  minutissimamente descritto uno scontro, che non avvenne mai, nel quale Castruccio avrebbe dato prova del suo grandissimo genio militare, rompendo il nemico. Divenuto cos nuovamente padrone di Pistoia, corse verso Pisa, dove era scoppiata una congiura. Incontr per via i Fiorentini, che lo assalirono con numerosissimo esercito, ed abbiamo a Fucecchio la descrizione minutissima di un'altra battaglia immaginaria, nella quale risplende di nuovo il genio militare di Castruccio, e i Fiorentini sono rotti un'altra volta. In queste due narrazioni, che sono smentite dalle Storie stesse del Machiavelli, si vede anche pi chiaro che altrove, come nella sua Vita di Castruccio egli si fosse proposto di scrivere una specie di piccolo romanzo politico-militare, per dimostrare alcuni suoi concetti politici, e fra le altre cose, anche la grande superiorit che nella guerra i fanti hanno contro i cavalli. Ci dice infatti che Castruccio riusc facilmente vittorioso contro i Fiorentini, perch essi s'erano fondati sui cavalli, ed egli invece sui fanti. E questa fu sempre la teoria non senza valide ragioni sostenuta dal Machiavelli. L'aveva gi prima accennata nei Discorsi; pi tardi, come vedremo fra poco, l'espose a lungo e dimostr teoreticamente nell'Arte della Guerra. Nella Vita di Castruccio cerc invece descriverla, e renderla visibile, con esemp da lui immaginati, ai quali dette un'apparenza storica, per renderli pi efficaci.
La fortuna intanto, eterna dominatrice delle cose umane, continua il Machiavelli, come aveva sinora favorito Castruccio, volle, per dimostrare sempre meglio la propria potenza, troncarne a un tratto la vita, con una febbre che lo colp dopo l'ultima sua gloriosa battaglia. Presso a morire, egli chiam l'ipotetico suo successore, Paolo Guinigi, e gli tenne questo discorso: "Se avessi saputo, che la fortuna voleva troncare a mezzo il mio cammino, ti avrei lasciato pi piccolo Stato e meno nemici. Ma essa vuole essere arbitra di tutto, e non mi ha dato tanto giudizio da conoscerla prima, n tanto tempo da poterla poi superare. Io non presi moglie per dimostrarmi grato al sangue di tuo padre, che mi aveva protetto. Ora tocca a te cercar di mantenere il regno che ti lascio, e che acquistai con la guerra." Paolo non ebbe per n la virt n la fortuna di Castruccio, e subito perdette il regno. Cos ci narra il Machiavelli; ma anche questo  un romanzo, perch, come abbiamo gi detto, Castruccio lasci invece molti figli, e furono essi che ebbero lo Stato, e che per la loro incapacit lo perdettero.(111) Questa singolare biografia, che incomincia e finisce con l'esaltare l'onnipotenza della fortuna, ha come in appendice una serie di detti memorabili attribuiti a Castruccio. Si credette da molti che fossero quasi tutti cavati dagli Apoftegmi di Plutarco; ma fu invece dimostrato recentemente che sono in parte non piccola cavati dalla Vita d'Aristippo, scritta da Diogene Laerzio.(112)
Da tutto quello che abbiam detto, ci par che risulti chiaro quale scopo ebbe il Machiavelli nel comporre il suo scritto. Trovandosi a Lucca, medit, com'era suo costume, sulla storia di quel paese, e naturalmente si ferm sopra il carattere e le avventure di Castruccio, ardito soldato, accorto politico, che fond uno Stato nuovo, e fu un personaggio del genere del Valentino. E come questi, trasformato dalla fantasia del Machiavelli, era divenuto un suo ideale politico, cos anche Castruccio, che pi facilmente poteva essere trasformato, perch pi antico, divenne un altro suo ideale politico-militare. Facendone l'eroe d'un singolare romanzo storico, volle in lui personificare alcune delle idee espresse nel Principe e nei Discorsi, ma pi ancora le teorie pi tardi da lui esposte nell'Arte della Guerra. Dove la storia di Castruccio non bastava, gli attribu fatti ricavati dalla vita d'Agatocle, e dove neppur questa era sufficiente, suppl colla sua immaginazione, che del resto fu quella che riun e compose tutto a suo arbitrio. Pu ben essere, come da molti si  ripetuto, che la Ciropedia di Senofonte o altri scritti dell'antichit dessero il primo suggerimento alla composizione di questo scritto. La vita di Castruccio fu sin dal principio, a cominciare dallo stesso Tegrimi, circondata da leggende. Il Machiavelli, ricordandola nei suoi Discorsi,(113) la dice scritta da lui per dimostrare quali sono le qualit che hanno, e che, per riuscire nelle loro imprese,  necessario abbiano i principi conquistatori.  certo in ogni caso, che la Ciropedia o altri lavori poterono dargli solo un qualche suggerimento intorno al genere del lavoro ed al modo di condurlo. Quanto alla sostanza, agl'intendimenti di esso, ai precetti che suggerisce, la Vita di Castruccio  tutta propria del Machiavelli e del suo tempo.
Non vi  quindi da maravigliarsi, se uno scritto composto con tali intendimenti ed in tal modo, desse occasione a molte dispute. I dubb sullo scopo e sull'indole di esso cominciarono in fatti sin dalla sua prima apparizione, e persisterono sempre. Anche nella lettera pi sopra menzionata di Zanobi Buondelmonti, questi diceva d'aver subito letto con piacere il nuovo lavoro del Machiavelli, insieme con molti amici degli Orti Oricellari, e tutti lo incoraggiavano a scrivere storie, "perch voi qui vi alzate con lo stile pi che non fate altrove." Mentre per tutti erano in ci d'accordo, "ciascuno si fermava e dubitava circa all'istoria ed alla esplicazione dei sensi e concetti vostri." Osservava inoltre, e non senza ragione, che i detti da lui attribuiti a Castruccio parevan troppi, tanto pi che alcuni di essi erano stati ad "altri antichi e moderni savi attribuiti."(114) La narrazione della sua Vita di Castruccio procede veramente con una rapidit, con una evidenza e freschezza di stile che trascina, come gli seguiva ogni volta che, sotto una o un'altra forma, presentava e descriveva l'immagine de' suoi ideali prediletti.



CAPITOLO VIII.

L'Arte della Guerra.

Noi abbiamo gi ricordato che il Machiavelli scrisse in questi anni a Firenze i sette libri dell'Arte della Guerra. Dedicati a Lorenzo di Filippo Strozzi, che lo aveva presentato in casa Medici, essi sono dialoghi, che si suppongono tenuti negli Orti Oricellari fra Cosimo Rucellai, Fabrizio Colonna, Zanobi Buondelmonti, Battista della Palla e Luigi Alamanni, nel 1516, quando il Colonna, finita la guerra di Lombardia, era tornato a Firenze.  chiaro per che quest'opera fu scritta alcuni anni dopo, giacch sin dalle prime pagine l'autore parla della morte di Cosimo Rucellai, che non avvenne prima del 1519.(115) Il libro si pu credere gi finito nel 1520. In fatti il 17 novembre di questo anno Filippo dei Nerli, scrivendo al Machiavelli, gli diceva di non aver ricevuto ancora n la Vita di Castruccio n l'opera De re militari, e del non aver quest'ultima specialmente si doleva, perch anche il cardinal de' Medici la voleva leggere.(116) L'Arte della Guerra, in ogni modo, era gi stampata in Firenze, il 16 agosto 1521.(117)
Come il Principe svolge pi ampiamente alcune idee gi accennate nei Discorsi, cos l'Arte della Guerra espone a lungo ci che in essi  brevemente detto sul modo di formare gli eserciti, e condurli dinanzi al nemico. Le tre opere in vero, dominate da uno stesso concetto, si potrebbero facilmente riunire in una sola. I Discorsi, che contengono in germe le altre due, e per tutto il sistema politico dell'autore, ragionano principalmente del come render libero lo Stato; il Principe, del come si fonda una monarchia nuova ed assoluta, per potere poi con essa rendere unita e indipendente la patria; l'Arte della Guerra espone come si debba armare il popolo, per difendere non solo la libert, ma anche l'indipendenza di uno Stato, sia esso repubblica o monarchia. Ed in tutto ci il Machiavelli, pur discorrendo assai spesso teoricamente ed in termini generali, mira sempre in particolare all'Italia. Laonde questi suoi scritti hanno nello stesso tempo un valore non solo scientifico, ma anche storico e pratico, il che, se ne aumenta il valore, rende sempre pi difficile il giudicarli. A fare poi un esame accurato ed una vera critica dell'Arte della Guerra, s'incontrano altre e maggiori difficolt. Agli uomini pratici delle armi facilmente sfugge il carattere storico d'un libro, che, messo fuori de' suoi tempi, riesce affatto incomprensibile, ed ai profani non  possibile determinar con precisione il valore intrinseco e tecnico, che esso ha certamente. N giova a diminuire tali difficolt il non essere neppure il Machiavelli stato mai, a parlar propriamente, un uomo del mestiere. Ci in fatti non agevola punto il giudicare che reale importanza abbiano davvero le sue teorie militari, in quali errori sia egli caduto, e quali di questi errori derivino dalla sua inesperienza, quali invece da' suoi tempi. Quando egli scriveva, le armi da fuoco non avevano ancora prodotto quella rivoluzione negli eserciti, che li modific poi sostanzialmente, creando la tattica moderna. Anzi una scienza della tattica non era allora neppur cominciata. Il Machiavelli fu di certo colui che os primo iniziarla, e lo fece con un'audacia intellettuale non punto minore di quella con cui s'era deciso a fondare la scienza dello Stato. Fino a che punto vi riusc?  questa la domanda a cui si deve, ed a cui  assai difficile rispondere, specialmente quando si  affatto estranei a tali stud. Cercheremo quindi valerci degli autori pi competenti, dei consigli e suggerimenti di persone del mestiere, alle quali molto spesso dovemmo ricorrere per avere aiuto in questo capitolo.(118) Fortunatamente per vi sono nel libro del Machiavelli alcune idee fondamentali e generali d'un grandissimo valore politico-militare, che si possono esporre e giudicare da ognuno. E di queste ci occuperemo prima di procedere ad un esame pi speciale e minuto dell'opera.
L'arte della guerra, come del resto tutta la societ in Europa, era allora in una grande e rapida trasformazione. Gli uomini d'arme, coperti di ferro da capo a piedi, cavaliere e cavallo, avevano con le loro lunghissime lance cominciato nel Medio Evo ad abbattere i fanti, che perci finirono col cadere in discredito, e cos il nerbo degli eserciti fu la cavalleria pesante. Di questa vennero principalmente composte le Compagnie di ventura, che in Italia prevalsero, riducendo quasi a nulla le milizie degli antichi Comuni, formate da artigiani, i quali militavano a piedi, e assai difficilmente potevano trovare il tempo e i denari per educarsi ai pi lunghi e difficili eserciz della cavalleria. Nel secolo XV per le fanterie degli Svizzeri scesero dai loro monti a difesa della propria libert. Coperti d'una semplice corazza, riuniti in grossi e serrati battaglioni, con lunghissime picche, che poggiavano a terra, e puntavano contro gli uomini d'arme, essi combatterono con grandissimo valore contro l'Austria e contro i duchi di Borgogna, dimostrando come i fanti potevano resistere non solo, ma vincere anco la pi forte cavalleria. Con ci conquistarono nello stesso tempo la loro indipendenza e la reputazione d'essere i primi soldati del mondo. Cominciarono quindi a servir come soldati di ventura presso gli stranieri, e furono subito da tutti ricercati in modo, che pareva non si potesse pi vincere una battaglia, senza avere in aiuto un buon numero di Svizzeri. Vennero imitati prima dai lanzichenecchi tedeschi, poi dagli Spagnuoli, e sempre con fortuna. Cos a poco a poco la forza principale degli eserciti si fond sulla fanteria, e non pi sulla cavalleria; s'and abbassando la temuta potenza delle antiche Compagnie di ventura, che per molte altre ragioni dovevano col tempo scomparire; e neppure i tanto celebrati uomini d'arme francesi furono pi giudicati invincibili dai fanti.
Di tutto questo il Machiavelli cominci ad avvedersi sin dalla prima esperienza che ebbe di cose militari al campo di Pisa, e sempre pi se ne convinse nei viaggi da lui fatti pi tardi nella Svizzera e nel Tirolo. E su di ci si pose lungamente a meditare. L'idea fondamentale della sua Arte della Guerra  in fatti, che la vera milizia  il popolo armato; che in ogni tempo il nerbo degli eserciti sta nella fanteria, e quindi che all'ordinamento ed alla disciplina di questa bisogna sopra tutto provvedere. Nei paesi, egli dice, dove, come in alcune regioni dell'Asia, sono immense pianure e popolazioni nomadi, pu darsi che la cavalleria debba nella guerra avere una parte predominante; ma in Europa essa vale solo a fare scorrerie, a riconoscere il paese, a venire alcuna volta in aiuto dei fanti, ad inseguire il nemico vinto, non per mai a decidere la battaglia. E lo dice e ripete con tanta precisione, con tanta sicurezza, che autorevoli scrittori militari affermano trovarsi in queste sue parole addirittura il linguaggio di un tattico moderno.(119)
Partendo da tale concetto, il Machiavelli veniva dalla sua ammirazione pei Romani naturalmente condotto a studiare in Tito Livio, in Polibio, sopra tutto in Vegezio l'ordine, la formazione, la disciplina della loro fanteria, e si persuase subito che la legione romana era un modello, non solo da imitarsi, ma assai difficilmente superabile. N in ci s'ingannava. Anche dopo di lui essa fu, per pi secoli, oggetto di studio e di ammirazione da parte dei grandi riformatori di eserciti. Se in fatti lasciamo per poco da un lato le profonde modificazioni portate nella tattica moderna dalle armi da fuoco, la legione romana resta anch'oggi un modello non mai superato, e dal quale si pu tuttavia apprendere molto. A tali stud unendo l'esperienza avuta dei fanti svizzeri, le osservazioni ripetute ne' suoi viaggi sui fanti tedeschi, e quello che aveva negli ultimi anni sentito degli Spagnuoli, il Machiavelli si pose a meditare sulla riforma della fanteria, e arriv cos alla sua Ordinanza, che and nella propria mente sempre pi perfezionando. E questo concetto della nuova fanteria si univa all'altro di maggiore importanza, dal quale derivava, e che gli era suggerito anch'esso dall'esempio dei Romani, degli Svizzeri, dei Tirolesi, il concetto che  fine principale del suo libro, e fu uno degli scopi pi costanti di tutta la sua vita: la vera forza militare dello Stato moderno, l'esercito veramente nazionale, invincibile  il popolo armato. Tale idea, non senza ragione fu da alcuni chiamata profetica, perch, sebbene a lui suggerita dai Romani, trionf nuovamente solo ai nostri giorni col sistema prussiano del servizio militare obbligatorio, pi o meno imitato ora in quasi tutta Europa.(120) Il pensiero politico ed il pensiero militare del Machiavelli si riuniscono cos in uno solo nell'Arte della Guerra, e se la originalit del primo apparisce luminosa a tutti, anche le riforme tecniche da lui proposte per migliorare la fanteria de' suoi tempi, riscossero pi volte l'approvazione e l'ammirazione dei tattici moderni.
Noi abbiamo gi detto, che il Machiavelli non era uomo del mestiere, e questo apertamente riconosce egli stesso sin dal principio della sua opera. Ci rende di certo maggiore il merito delle verit da lui divinate, e dimostra sempre pi l'altezza del suo ingegno; ma lo fa anche cadere qualche volta in errori. E sopra uno di questi errori dobbiamo ora fermare la nostra attenzione, perch esso ha conseguenze che determinano in parte il carattere generale dell'opera. Il Machiavelli aveva assai poca fede nelle armi da fuoco. Gi nei Discorsi aveva detto, che se le artiglierie possono molto contro le mura di una fortezza, e contro un esercito che si difenda in luogo chiuso, assai poco valgono in campo aperto, contro chi muova all'offesa, nella quale, ben pi che nella difesa, sta la vera importanza della guerra, come dimostrarono col loro esempio i Romani.(121) N egli mut punto questa sua opinione nell'Arte della Guerra, dove, sebbene faccia osservazioni di gran valore anche sul modo di assediare e difendere le fortezze con le artiglierie, arriva qualche volta sino a dire che, in campo aperto, i cannoni fanno poco altro che fumo. E quanto alle armi portatili da fuoco, ne faceva cos poco conto, che pi d'una volta si vede chiaro come egli sarebbe stato disposto ad abolirle del tutto, se non avesse temuto di andar troppo contro a quelli che gli sembravano pregiudiz del suo tempo. Bisogna per determinare bene la natura e le cagioni di questo che chiamiamo errore del Machiavelli, se non vogliamo noi stessi cadere in esagerazioni ingiuste a suo danno. Le armi portatili da fuoco erano allora davvero cos imperfette, cos difficili ad adoperarsi con qualche celerit e profitto, che in nessun modo potevano ancora sostituire vantaggiosamente l'arco e la balestra. In fatti non solamente in tutte le battaglie del secolo si continua a parlar sempre di arcieri e balestrieri; ma a pi d'un secolo di distanza, il Montecuccoli proponeva ancora una fanteria armata per due terzi di moschetti, ed il resto di picche, le quali scomparvero davvero solo nel secolo XVIII con l'invenzione della baionetta.(122) Del resto quanto si sia nella guerra lenti ad accettare grandi mutamenti, anche se dimostrati utilissimi, lo abbiamo visto a' nostri giorni col fucile ad ago. L'esercito prussiano, che lo aveva adottato gi sin dal 1840, pot farne la pi sicura esperienza nella guerra di Danimarca, l'anno 1864, e, ci nonostante, l'Austria continuava a fare stud, n lo aveva ancora nella guerra del 1866. Solo il grande disastro di Sadowa lo fece finalmente adottare da essa e da tutti gli eserciti d'Europa. Quali difficolt non doveva dunque incontrare la diffusione delle prime armi portatili da fuoco, le quali erano cos imperfette, che sembravano venir solo a sconvolgere tutte le migliori tradizioni della guerra, tutta quanta la tattica militare degli eserciti allora pi reputati? Ma per le artiglierie la cosa era assai diversa, e per queste osservazioni non valgono a difendere del tutto il Machiavelli. A Ravenna (1512) i cannoni assai celebrati di Alfonso d'Este avevano fatto molto danno al nemico; a Novara (1513) gli Svizzeri avevano perduto gran numero dei loro, stracciati dalle artiglierie, secondo l'espressione del Giovio; a Marignano (1515) l'artiglieria francese ebbe una parte decisiva nella battaglia, e fece soffrire perdite enormi alle fitte ordinanze degli Svizzeri. Anzi da questo momento appunto le loro fanterie cominciarono a perdere la reputazione d'invincibili.(123) Ora il Machiavelli scrisse la sua Arte della Guerra dopo la battaglia di Marignano, dove per giunta anche gli scoppiettieri poterono la prima volta dimostrare l'utilit della loro arme, la qual cosa pi tardi riusc assai meglio a Pavia (1525).
La causa vera del troppo poco conto che il Machiavelli faceva delle armi da fuoco, bisogna ricercarla nell'assai ristretta esperienza militare da lui avuta solo nel campo di Pisa, e nel formare poi l'Ordinanza fiorentina. Aveva potuto,  vero, esaminare le fanterie svizzere e tedesche; ma anche ci assai fugacemente, e sempre alcuni anni prima del 1512. Nei giorni della battaglia di Ravenna, egli era tutto intento ad apparecchiare la difesa di Prato e di Firenze; quelle di Novara e di Marignano seguirono quando egli era gi fuori degli affari, ritirato nella sua villa, dove solo da lontano e per relazioni d'uomini politici o d'uomini di lettere pot esserne informato. La conseguenza fu, che egli conobbe da vicino e personalmente le fanterie e le armi quali erano prima del 1512; cerc il modo di perfezionarle, tenendo presenti le condizioni in cui le aveva viste allora, e meditando sull'arte della guerra presso i Romani. Se fosse stato davvero un uomo di guerra, avrebbe di certo avuto maggiori occasioni di meglio conoscere le grandi battaglie seguite al suo tempo, e quindi anche un pi chiaro e sicuro presentimento dell'avvenire serbato alle armi da fuoco. La lancia, la picca, la spada e l'arco non sono nella loro semplicit capaci di grandi perfezionamenti, tanto che restano presso i moderni poco diversi da quel che erano presso gli antichi; ma le armi da fuoco, infinitamente pi complicate, furono appunto perci capaci di grandissimi miglioramenti, dei quali si poteva prevedere l'importanza, ma non certo determinare l'estensione. Meno che mai era al Machiavelli possibile determinarla, e per il valore delle sue teorie militari bisogna giudicarlo, tenendo conto delle condizioni in cui esse furono meditate ed esposte.
Egli fu, in ogni modo, il primo che cerc di dare una teoria ragionata e scientifica di ci che la tattica era nelle guerre del suo tempo, e dei miglioramenti che in essa si potevano portare. Le sue proposte risguardano quella che si pu chiamare la parte fondamentale e costante dell'arte militare; hanno perci un valore incontrastabile e permanente, meraviglioso davvero in un uomo che non fu mai soldato.(124) Se le armi da fuoco non avessero fatto grandissimi progressi, tutto mutando o modificando, anche quelle parti del libro che oggi hanno solo un valore storico, ne avrebbero uno pratico, non meno notevole, perch egli indic con sicurezza l'unica via per cui era possibile progredire, fino a che non intervenne un elemento cos disturbatore della tattica antica. Pur tale quale , il suo libro basta a provare, secondo la opinione dei pi esperti, che il fondatore della scienza politica  anche "il primo classico moderno di cose militari."(125)
Nella lettera dedicatoria a Lorenzo Strozzi, uno de' suoi amici e protettori, il Machiavelli espone subito assai chiaro il concetto politico dominante, lo scopo principalissimo del suo libro. " stato un errore funestissimo," egli dice, "l'avere in Italia separato la vita civile dalla militare, facendo di questa un mestiere, come  seguto colle Compagnie di ventura. Il soldato diviene cos violento, minaccioso, corrotto, nemico d'ogni vivere civile. Bisogna perci tornare agli ordini antichi dei Romani, i quali non conoscevano differenza alcuna tra cittadino e soldato; questo anzi doveva pi degli altri essere fedele, pacifico, pieno del timore di Dio. In quale uomo, in fatti, dobbiamo ricercare pi fede, pi onest e virt, che in colui il quale deve esser sempre pronto a morire per la patria? Esso  pi degli altri offeso dalla guerra, e trovandosi in continui pericoli, ha quindi maggior bisogno dell'aiuto di Dio. Volendo adunque provarmi a restaurare fra noi l'antica virt, il che io non giudico impossibile, e per non passare questi miei oziosi tempi senza operare alcuna cosa, ho deliberato di scrivere dell'arte della guerra quello che io ne intendo. So bene che  assai animoso trattare di quella materia di cui non si  fatto professione; pure gli scrittori non possono con le parole recar danni gravi come son quelli che spesso recano coi fatti i capitani inesperti."(126)
L'opera incomincia con un elogio di Cosimo Rucellai, morto di recente in assai giovane et, pel quale il Machiavelli dimostra una riconoscenza sincera, un affetto caldissimo, profondo. Con una commozione in lui rara, dice di non poterne ricordare il nome senza lacrime, perch egli ebbe tutte le qualit che in un buon amico dagli amici, in un cittadino dalla patria si possono desiderare. "Io non so qual cosa si fosse tanto sua (non eccettuando, non ch'altro, l'anima) che per gli amici volentieri da lui non fosse stata spesa; non so quale impresa lo avesse sbigottito, dove quello avesse conosciuto il bene della sua patria." E dopo di ci ha subito principio il dialogo. Fabrizio Colonna, ben noto capitano, arrivato allora dalla guerra di Lombardia,  invitato da Cosimo fra gli amici degli Orti Oricellari, ed appena giunto, entra a ragionar della guerra. Nel primo dei sette libri, nei quali l'opera  divisa, si discorre principalmente di che sorta d'uomini debba essere composto un esercito. Pieno d'una grandissima ammirazione per la milizia romana, il Colonna, che in sostanza qui rappresenta il Machiavelli, di cui espone le dottrine, osserva che tutti volevano allora imitar degli antichi le cose esteriori, quando invece bisognava cercar d'imitarne la sostanza, cio i costumi e l'anima. Noi dovremmo, egli dice, come essi facevano, "onorare e premiare le virt, non dispregiare la povert; stimare i modi e gli ordini della disciplina militare; costringere i cittadini ad amare l'uno l'altro, a vivere senza stte, a stimare meno il privato che il pubblico.... I quali modi non sono difficili a persuadere, quando vi si pensa assai, ed entrasi per i debiti mezzi, perch in essi appare tanto la verit, che ogni comunale ingegno ne puote essere capace."(127)
Ma tutto questo non si potr mai ritrovare in coloro che fanno della guerra un mestiere, come i soldati di ventura. Essi debbono di necessit essere violenti, rapaci, fraudolenti, e desiderare sempre guerra, o commettere nella pace violenze e ruberie per vivere. "Non avete voi tutti alla memoria le taglie, i saccheggi, le ruberie commesse dalle Compagnie di ventura, senza che vi si potesse porre alcun rimedio? Al tempo dei padri nostri Francesco Sforza non solo ingann i Milanesi, di cui era soldato, ma tolse ad essi la libert e divenne loro principe; Attendolo suo padre costrinse la regina Giovanna, che lo aveva stipendiato, a gettarsi nelle braccia del re d'Aragona, avendola a un tratto abbandonata; Braccio di Montone, con le medesime arti, si sarebbe addirittura impadronito del Reame, se non trovava la morte in Aquila. E tutto questo perch della guerra avevano fatto un mestiere, e solo con essa potevano vivere. Fino a che la repubblica romana visse immacolata, i suoi capitani furono contenti di trionfare per la patria, e tornarsene poi alla vita privata. Dopo la guerra cartaginese mutarono i tempi; sorsero uomini che facevano il soldato per mestiere, e si cadde subito nei medesimi pericoli in cui siamo caduti noi, come ne sono esempio Cesare e Pompeo. Per questa ragione nessuno Stato bene ordinato ammise mai che i suoi cittadini esercitassero la guerra per mestiere. N si alleghi in contrario alcuno dei presenti regni, perch non sono mai condotti secondo le buone regole. Ma gli Stati bene ordinati danno ai loro re imperio assoluto sugli eserciti solo in campo e durante la guerra, perch solo allora  necessaria una subita deliberazione, e quindi una potest unica. Nelle altre cose il re nulla deve operare senza consiglio, e si deve con ogni cura evitare che in tempo di pace egli abbia appresso di s alcuno di coloro che vogliono sempre la guerra, e non sanno n possono vivere senza di essa.(128) Ma lasciando anche da parte gli Stati bene ordinati, neppure ai presenti re pu convenire l'aver soldati di mestiere, massime ora che il nervo degli eserciti sta tutto nelle fanterie. Se non si ordinano in modo le cose, che in tempo di pace i fanti sieno contenti di tornarsene a casa a vivere delle loro arti, conviene che di necessit per una via o per l'altra lo Stato rovini. Tu sei forzato o a far sempre guerra, o a pagar sempre i tuoi soldati, o a portare pericolo che non ti tolgano il regno. Far sempre guerra non  possibile, pagarli sempre non si pu; ecco come di necessit si corre alla rovina."(129) Al tempo del Machiavelli, veniva, per questo rispetto, dalla fanteria un pericolo maggiore assai che dalla cavalleria. Gli uomini d'arme in fatti erano generalmente dell'aristocrazia, e potevano quindi, massime in Francia ed in Germania, vivere delle loro entrate. La fanteria invece veniva formata di popolani e di contadini, i quali, se non tornavano alle arti della pace, avevano bisogno di guerra o di paga continua.
Dopo di ci si viene a discorrere del come fare la scelta dei soldati, quella cio che noi chiamiamo leva militare, e che il Machiavelli chiama deletto. "Vogliono coloro che alla guerra hanno dato regola," cos dice il Colonna, alludendo al libro di Vegezio, in parte imitandolo, in parte traducendolo, "che bisogna scegliere gli uomini dai paesi temperati, perch essi li generano animosi e prudenti, quando invece i paesi caldi li generano prudenti e timidi, e i paesi freddi li generano animosi ed imprudenti.(130) Ma questa sarebbe una regola buona solamente per chi fosse padrone del mondo, e avesse libera la scelta. Volendo invece dare una regola utile a tutti, bisogna trovar modo di scegliere i soldati in ogni provincia, formandoli poi, come facevano gli antichi, con la disciplina, che val pi della natura.(131) Dallo stesso Vegezio  copiata anche la descrizione delle qualit fisiche e morali che sono desiderabili nel soldato: "gli occhi vivi e lieti, il collo nervoso, il petto largo, le braccia muscolose, le dita lunghe, poco ventre, i fianchi rotondi, le gambe ed il piede asciutto, le quali parti sogliono sempre rendere l'uomo agile e forte, che sono due cose che in un soldato si cercano sopra tutte le altre. Debbesi sopra tutto riguardare ai costumi, e che in lui sia onest e vergogna, altrimenti si elegge un istrumento di scandalo ed un principio di corruzione, "perch non sia alcuno che creda, che nella educazione disonesta e nell'animo brutto possa cadere alcuna virt che sia in alcuna parte lodevole."(132)
"Voi adunque," osserva qui Cosimo Rucellai al Colonna, "volete ricostituire l'Ordinanza fiorentina, la quale da molti sav  stata biasimata come inutile, ed ha fatto all'occorrenza cattiva prova. Questi allegano i Romani, che, avendo le armi da voi raccomandate, perderono la libert; allegano i Veneziani, che mai non vollero questa Ordinanza, ed il re di Francia, che ha disarmato i suoi sudditi per poterli meglio comandare. In conclusione essi condannano l'Ordinanza pi come inutile che come pericolosa." A tali osservazioni Fabrizio Colonna risponde, che queste opinioni si possono sostenere solo da chi non ha sicura cognizione n vera esperienza delle cose di guerra. " infatti," egli dice, "dimostrato dalla storia e dalla esperienza, che tutti gli Stati si debbono fondare sulle armi proprie, e che con esse sole si possono difendere davvero; n si pu avere milizia propria se non con l'Ordinanza. Se questa una volta non fece a Firenze buona prova, bisogna correggerla, non condannarla, e ricordarsi ancora che non vi sono al mondo eserciti i quali vincano sempre. Nessun savio ordinatore di Stati dubit mai che la patria debba essere difesa dai suoi cittadini. Se i Veneziani avessero compreso tutto ci, avrebbero fondato un nuovo imperio nel mondo. Essi in fatti combatterono in mare colle proprie armi, e furono sempre vittoriosi; ricorsero in terra ai capitani di ventura, ai soldati di mestiere, e questo tagli loro le gambe. I Romani, invece, assai pi sav, essendosi prima esercitati a combattere solo in terra, quando ebbero sul mare nemici i Cartaginesi, educarono subito le loro genti alle battaglie navali, e vinsero del pari. Circa poi all'esempio della Francia, che non tiene i suoi abitatori esercitati alla guerra, e deve perci ricorrere molto anche a soldati di mestiere, non v' uomo alcuno, che non sia accecato dalla passione, il quale non veda che questa  la vera cagione che ha indebolito quel regno."(133) In conclusione Fabrizio Colonna vuole che tutti gli uomini sani, dai diciassette ai quaranta anni, vengano esercitati alle armi in certi giorni determinati, per essere sempre pronti a difendere la patria.
Da questo primo libro dell'Arte della Guerra chiaro apparisce, che la monarchia del Machiavelli, la quale egli accetta e sostiene dove la repubblica non  possibile, circonda il re d'uomini sav, che lo consigliano, non lasciandogli mai nella pace assoluto dominio. Solo in guerra, il principe deve essere alla testa del proprio esercito, con assoluto imperio. Repubblica poi o monarchia, lo Stato deve riporre la sua forza nella nazione armata, riunita dalla disciplina, dalle leggi e dal dovere, a difesa comune. Questo  l'esercito in cui il Machiavelli ha piena fiducia, e lo vuole composto d'uomini non solamente forti, educati alle armi; ma sopra tutto virtuosi, modesti, pronti ad ogni sacrifizio pel bene pubblico.(134) Mille volte nell'Arte della Guerra egli ripete che la virt dei cittadini  la vera forza degli eserciti, e quindi l'unica solida base degli Stati. E ci non contradice punto a quanto egli disse nei Discorsi e nel Principe. Anche il capitano deve seguire norme di condotta che sono ben diverse da quelle imposte nella vita privata. Ma nella vita pubblica, cittadini, principi e capitani debbono sacrificare tutto allo Stato, alla salute della patria; ed in ci anch'essi ritrovano il valore morale delle loro azioni. Crediamo noi forse che sia meno leale degli altri, meno generoso, meno devoto al proprio dovere il soldato d'onore che, senza od o rancori personali, va con calma e fermezza alla guerra; ma che all'occorrenza inganna il nemico, per sconfiggerlo, e ne premia i disertori, che son traditori della loro patria, e paga le spie, che qualche volta compiono anch'esse un necessario e pericoloso dovere? Noi non possiamo perci, secondo il Machiavelli, negar vera grandezza morale n al politico, n al capitano che, seguendo le leggi inesorabili, naturali, fatali dell'arte di Governo e dell'arte della guerra, operano solo nell'interesse della patria, da esso solo lasciandosi guidare, ad esso solo sacrificando tutto. Questo sacrifizio del privato al pubblico bene deve essere la norma costante della condotta politica e militare in uno Stato bene ordinato. E riuscir a seguirla davvero solo chi  realmente onesto e buono, quantunque possa apparire tristo agli occhi del volgo. Non si speri per d'aver mai una patria ed un esercito forte, senza virt vera.
Nel secondo libro si comincia a ragionare del come debbano essere armati ed esercitati gli uomini. E qui, anche pi che altrove, il Machiavelli ricorre agli antichi scrittori, dei quali in tutta l'opera, pi o meno, continuamente si vale, senza quasi mai citarne i nomi. Vegezio riman sempre la sua fonte principale, ed a lui allude ogni volta che accenna in genere a "coloro che scrivono delle cose di guerra." Spessissimo si vale di Polibio e di Livio, massime quando discorre della falange greca e della legione romana, la quale , come dicemmo, il modello che propone alla imitazione degl'italiani. Da questi due autori il Machiavelli attinge molte notizie intorno alle armi ed agli esercizi militari degli antichi, di tanto in tanto ricorrendo anche ad altri, una o due volte a Giuseppe Flavio. Se non che, assai poco curandosi che queste sue varie fonti appartengono a tempi diversissimi, li segue senza distinzione di sorta. E quindi, non ostante le osservazioni spesso acutissime che fa nel paragonare gli eserciti greci ai romani, la legione che da lui ci vien descritta, e che  il termine costante d'ogni suo paragone, non riesce storicamente esatta, avendo egli in essa riunito cose, che furono in realt divise da non breve distanza di tempo. S'aggiunge poi che, volendo egli trovar sempre alle proprie idee sostegno nell'autorit degli antichi scrittori, si lascia qualche volta andare ad interpetrazioni, che si possono dire addirittura arbitrarie. Oltre poi ai sopra accennati autori greci e romani, dobbiamo notare che, nell'Arte della Guerra, a cominciar dalla fine del libro terzo, il Machiavelli fa un uso frequentissimo di Frontino, il quale diviene anzi la sua fonte costante ogni volta che si parla di astuzie, stratagemmi o accorgimenti militari da usarsi nel condurre le guerre.(135)
"I Romani," cos comincia il secondo libro, "coprivano di ferro il loro fante; gli davano lo scudo, la spada e un dardo, che chiamavano pilo; i Greci, e specialmente i Macedoni, lo armavano meno gravemente, pi ad offesa che a difesa, con una lancia lunga dieci braccia, che chiamavano sarissa."(136) E qui  da notare che il Machiavelli, non ostante le prove in contrario, non vuole in nessun modo ammettere che i Greci adoperassero lo scudo, perch non sa vedere come potessero utilmente farlo insieme con la sarissa.(137)  una difficolt notata anche da altri; ma non  perci giustificata la sua affermazione contro l'autorit degli antichi. Determina poi mirabilmente quali sono i difetti della falange greca, e quindi la sua grande inferiorit di fronte alla legione romana. Si sforza di trovar somiglianza fra le armi, l'ordinamento degli Svizzeri e quello dei Greci, per meglio provare la superiorit della sua Ordinanza, armata quasi in tutto alla romana. "Gli Svizzeri," egli dice, "hanno imitato, col loro battaglione, la falange greca, ponendo tutto lo sforzo nelle picche, coprendo assai poco i loro uomini. E dietro questo loro esempio i fanti hanno oggi un petto di ferro, una picca lunga nove braccia, ed una spada che  pure assai lunga. Pochi portano coperta di ferro la schiena e le braccia, nessuno il capo, e questi pochi hanno l'alabarda lunga tre braccia, il cui ferro  come una scure. Si aggiungono alcuni scoppiettieri, che fanno l'ufficio di balestrieri. Questo modo fu trovato dagli Svizzeri, quando con le picche dimostrarono che i fanti possono vincere i cavalli, salendo cos in grandissima reputazione, venendo poi imitati dai Tedeschi. Ma fermati e vinti che sono i cavalli, quando si viene alla mischia stretta, la picca non giova pi, e questi soldati cos poco coperti sono esposti ai colpi del nemico. Si  perci visto che gli Svizzeri, fortissimi sempre contro la cavalleria, riescono deboli contro quei fanti che sono armati in modo da poter combattere anche da presso. I Romani in fatti coprivano di ferro il soldato, gli davano lo scudo per difesa, e la spada per offesa, venendo subito alla pugna stretta. Gli Spagnuoli son ben armati, tanto da poter vincere i Tedeschi, quando si combatte corpo a corpo; ma non reggono poi contro la cavalleria moderna, che  pi forte dell'antica, perch meglio coperta di ferro, ed ha gli arcioni alle selle, e le staffe che allora non usavano. Quando il Carmagnola si trov con seimila cavalli e pochi fanti contro diciottomila Svizzeri, fu dalle loro picche respinto. Ma egli, che era un capitano valente, fece scendere a terra i suoi uomini d'arme coperti di ferro, e cos vinse il nemico. Quando gli Spagnuoli vennero a liberare il loro capitano Consalvo, che era chiuso in Barletta, si fecero loro incontro i Francesi con le genti d'armi e quattromila Tedeschi. Questi con le lunghe picche aprirono subito le file dei fanti spagnuoli, i quali allora, aiutandosi coi brocchieri e con la propria agilit, si cacciarono tra i nemici, tanto da raggiungerli con la spada, e cos li finirono. Lo stesso sarebbe avvenuto a Ravenna, dove gli Spagnuoli si cacciarono in mezzo ai Tedeschi, e li avrebbero finiti, se non sopravveniva la cavalleria nemica, contro la quale essi non potevano resistere con uguale fortuna. Occorreva dunque trovare una fanteria armata alla romana, capace di resistere ai fanti come la spagnuola, ma capace anche di resistere alla cavalleria come gli Svizzeri. Ed in questa fanteria bisogna, come facevano i Romani, riporre tutta la forza dell'esercito, perch la cavalleria  buona a fare scoperte, a correre e guastare il paese nemico, a tenere l'esercito di quello tribolato e sempre in sulle armi, ad impedirgli le vettovaglie; ma nelle zuffe campali decide la fanteria. Il non avere di ci tenuto conto, fu, ai tempi nostri, la rovina d'Italia, la quale  stata predata, rovinata e corsa dai forestieri, non per altro peccato che per aver tenuto poca cura delle milizie a piedi, ed essersi ridotti i soldati suoi tutti a cavallo."(138)
Si viene poi a parlare degli eserciz coi quali deve essere formato il soldato; n qui il Machiavelli fa altro che imitare Vegezio, descrivendo e raccomandando tutto ci che facevano i Romani,(139) concludendo che come tali eserciz si potevano fare dagli antichi, "cos possono farsi presso di noi, avendosene anche un esempio in molte citt tedesche, nelle quali si tengono vivi questi modi, ed ogni abitante decide quali armi preferisce, in quelle viene descritto, e nei giorni oziosi esercitato. Ma non basta educare e formare ciascun soldato per s; occorre anche ordinarli ed esercitarli insieme. Ogni esercito deve perci avere come un membro principale, in cui riunire e formare i suoi uomini. I Romani avevano la legione, i Greci la falange, gli Svizzeri hanno i battaglioni, e cos dobbiamo fare anche noi."(140) E quindi, per le ragioni gi esposte, egli arma il suo battaglione parte alla greca, parte alla romana; formandolo di seimila uomini, che divide in dieci battaglie, come in dieci coorti era divisa la legione romana, composta, egli dice, di cinque in sei mila uomini.(141) Ogni battaglia  di 450 fanti, 400 dei quali armati gravemente, o sia 100 con le picche, e 300 con lo scudo e la spada. Restano 50 fanti, che sono i veliti, armati alla leggera, con scoppietti, con balestre o simili. Le picche sono nelle cinque prime file, di venti uomini ciascuna; nelle altre quindici sono gli scudi. Ma perch il battaglione sia da ogni parte difeso contro la cavalleria nemica, s'aggiungono 1500 fanti straordinari, di cui mille armati di picche, e questi si distendono ai lati del battaglione, con 500 veliti, che si uniscono con essi, e formano le ali. Una volta o due l'anno bisogna riunire tutto il battaglione, ed esercitarlo come in tempo di guerra. "L'esercito animoso lo fa non tanto l'essere in quello uomini animosi, quanto l'esservi buoni ordini, perch se io sono dei primi combattenti, e sappia, sendo superato, dove io m'abbia a ritirare, e chi abbia a succedere nel luogo mio, sempre combatter con animo, veggendomi il soccorso propinquo."(142) Come nei Discorsi il Machiavelli attribuiva una straordinaria efficacia ai buoni ordini politici, e li credeva per s stessi capaci di dare la libert e generare la virt, cos nell'Arte della Guerra attribuisce una straordinaria efficacia ai buoni ordini militari, e li crede sufficienti a formare il soldato, ad infondergli valore.
Egli ordina ora la sua battaglia, esponendo le varie forme che pu prendere, i vari movimenti che deve fare, descrivendone tutte le evoluzioni assai per minuto. "Importa pi che cosa alcuna avere i soldati che si sappiano mettere negli ordini tosto, ed  necessario tenerli in queste battaglie, esercitarveli dentro e farli andare forte, o innanzi o indietro, passare per luoghi difficili senza turbare l'ordine; perch i soldati che sanno fare questo bene, sono soldati pratichi, ed ancora che non avessero mai veduti nemici in viso, si possono chiamare soldati vecchi.... Questo  quanto al metterli insieme, quando sono nelle file piccole, camminando. Ma messi che sono, e poi essendo rotti per qualche accidente che nasca o dal sito o dal nemico, a fare che in un "subito si riordinino, questa  l'importanza e la difficolt, e dove bisogna assai esercizio ed assai pratica, e dove gli antichi mettevano assai studio."(143) Il Machiavelli aveva ragione d'insistere moltissimo sopra di ci. Gli eserciti erano allora ordinati in maniera, che quando, durante la battaglia, il nemico riusciva ad assalire di fianco, tutto era perduto, per la grande difficolt di mutar posizione; e cos, quando le prime linee retrocedevano, la confusione diveniva subito generale, e non v'era pi rimedio.(144) Insistendo sempre sulla necessit di rendere l'esercito mobile e capace di mutare forma istantaneamente, in presenza del nemico, e d'ogni nuovo accidente o pericolo che sorgesse, l'autore dell'Arte della Guerra dimostrava di conoscere quale era il modo pi sicuro di migliorare la tattica de' suoi tempi.
Se attentamente si esamina il modo, con cui  formato il battaglione del Machiavelli, apparisce in un punto qualche contradizione. Egli si fonda tutto sulla fanteria, e la vuole armata ed ordinata al modo romano, mobilissima, pronta all'offesa pi che alla difesa, n sembra voler mai far gran conto della cavalleria. Pure non solo copre di ferro i soldati della sua Ordinanza, ma la circonda da ogni lato di picche, perch possa esser difesa contro gli assalti della cavalleria, ai quali pensa di continuo. Rimprovera anzi alle fanterie spagnuole d'aver troppo poco pensato a questo, onde spesso venivano sbaragliate dai cavalli, sebbene poi nella mischia stretta si rifacessero. Tutto ci segue, perch, sebbene egli vedesse chiaro quale era l'avvenire della fanteria, non poteva poi nella pratica negare alla cavalleria una parte almeno di quella importanza grandissima, che nelle guerre d'allora essa continuava ad avere, e quindi il pensiero di difendersi dagli uomini d'arme ricompariva e spesso prevaleva.(145) Questo si vedeva pure nell'ordinamento dei battaglioni svizzeri, che egli tanto ammirava, ed a questo lo induceva ancora il poco conto in cui teneva le armi da fuoco. Messa per da un lato una tal contradizione teorica,  certo che il battaglione del Machiavelli  un vero miglioramento di quello degli Svizzeri, per la sua maggiore articolazione, la sua mobilit e mutabilit.(146) Era tale in fatti che, se non fosse intervenuto il progresso delle armi da fuoco, l'incremento logico e naturale dell'arte militare avrebbe necessariamente portato a seguire la via da lui indicata, e fatte adottare le riforme da lui proposte.(147) Il fucile ed il cannone perfezionati scomposero di poi i battaglioni compatti, obbligando a presentare al nemico masse meno profonde e pi estese. Ma ci avvenne assai pi tardi, n si poteva allora prevedere.
A questo punto gl'interlocutori fanno una domanda simile ad un'altra, che il Machiavelli s'era gi fatta nei Discorsi. Aveva in essi domandato: perch mai gli antichi ebbero maggiori libert, maggiori virt politiche dei moderni? E la risposta era stata: perch ebbero governi repubblicani, e perch le religioni pagane esaltavano la forza, l'amor di patria, anche la ferocia dell'animo, quando invece il Cristianesimo pensa al cielo pi che alla terra, ed esalta la mansuetudine al di sopra della forza. Solo fra gli Svizzeri ed i Tedeschi si trovano ancora esemp dell'antica virt. E nell'Arte della Guerra Cosimo Rucellai domanda del pari: quale  la cagione per la quale l'Europa ebbe in antico tanti gran capitani, e cos pochi ne ebbero l'Asia e l'Africa, cos pochi se ne hanno oggi per tutto? "Gli antichi," risponde Fabrizio Colonna, "ebbero in Europa molti principati o repubbliche, che, combattendo fra loro, educavano le virt militari; i popoli dell'Oriente ebbero invece solo uno o due grandi imperi. L'Africa, per questo rispetto, si trov in condizioni pi fortunate, a cagione della repubblica cartaginese. Dalle repubbliche escono pi uomini eccellenti che dai regni, perch in quelle il pi delle volte si onora la virt, ne' regni invece si teme; onde ne nasce che nelle une gli uomini virtuosi si nutriscono, negli altri si spengono.(148) Quando poi in Europa, cresciuto l'impero romano, e divenuto signore del mondo, non vi furono pi nemici da temere, allora la virt militare scomparve per le ragioni stesse che l'avevano spenta fra i popoli dell'Oriente. I barbari,  vero, la divisero di nuovo; ma la virt che una volta  venuta meno non rinasce cos facilmente. Oltre di che, come fu gi osservato, il Cristianesimo  pi mite delle religioni pagane, e sotto di esso le cose non procedono perci con l'antica ferocia.(149) Inoltre abbiamo ora grandi regni, che non temono i vicini, e piccole citt, che si accostano ai potenti per farsi difendere da essi; cos manca occasione a quelle lotte, che promuovono la virt militare. Considerate la Magna, nella quale per essere assai principati e repubbliche, vi  assai virt, e vedrete come tutto ci che nella presente milizia  di buono, dipende dall'esempio di quei popoli, i quali, essendo gelosi dei loro Stati, temendo la servit, che altrove non si teme, tutti si mantengono sicuri ed onorati."(150)
In fine del secondo libro, Cosimo ricorda a Fabrizio, che della cavalleria non ha ancora parlato. E questi risponde, che ha taciuto, perch essa ha minore importanza della fanteria, e perch era allora in assai migliori condizioni. "Se non  pi forte dell'antica, le  certo pari." La vorrebbe perci poco o punto mutare. Porrebbe fra i cavalleggeri qualche scoppiettiere, pi per far paura ai paesani, che per produrre effetto reale. Vorrebbe per ogni battaglione 150 uomini d'arme e 150 cavalli leggieri; vorrebbe diminuito molto il numero eccessivo in Italia dei cavalli e dei carri, che portavano le armi e gli arnesi della cavalleria. N altro aggiunge. Gli stud, la principale esperienza del Machiavelli, e quindi le proposte che faceva, si riferivano quasi sempre alla fanteria.
Nel terzo libro si ordina l'esercito, per poter venire a giornata col nemico. Il pi grande errore che si possa commettere, secondo il Machiavelli,  quello di dare all'esercito, come facevano al suo tempo, una sola fronte, una sola linea di battaglia, obbligandolo cos ad un impeto e ad una fortuna sola. Questo avveniva perch non si sapevano imitare i Romani, "i quali dividevano la legione in Astati, Principi e Triar. I primi erano nella fronte, con ordini spessi; i secondi seguivano pi radi, in modo da potere all'occorrenza ricevere i primi, quando questi dovevano retrocedere; i terzi, pi radi ancora, per ricevere i primi ed i secondi. I Greci, armati di lunghe lance, non avevano questo modo di rifarsi; ma il soldato che cadeva, veniva sostituito da chi gli era dietro, e cos le file restavano sempre piene, salvo l'ultima che andava diradando. Siffatto ordine imitarono in principio anche i Romani; poi non piacque loro, e divisero le legioni in coorti o in manipoli, perch giudicarono, che quel corpo avesse pi vita, che aveva pi anime, ed era composto di pi parti, ciascuna delle quali per s stessa si reggesse.(151) "Gli Svizzeri sono tornati alla falange greca, e dividono il loro esercito in tre grossi battaglioni, che scalano cos: il secondo a destra e dietro al primo; il terzo pi indietro ancora, a sinistra. I primi, ritirandosi, non possono essere ricevuti nei secondi e terzi; ma questi s'avanzano, invece, a soccorrere i primi, quando  necessario. E per, come la solidit delle falangi dovette cedere di fronte alla mobilit ed articolazione della legione romana, cos i grossi battaglioni svizzeri debbono cedere di fronte alla nostra Ordinanza, pronta a combattere da ogni lato; a rifarsi tre volte, quando deve retrocedere; a prendere ogni forma; a resistere contro i cavalli con la picca, contro i fanti con la spada."(152)
Il Machiavelli compone il suo esercito normale di quattro battaglioni, diviso ciascuno in dieci battaglie, come dieci erano le coorti della legione descritta da Vegezio. In tutto sarebbero 24,000 fanti e 1200 cavalli; ma egli dice che, per maggiore semplicit, fa i suoi ragionamenti solo su due di essi, o sia 12,000 fanti e 600 cavalli, potendo con facilit le stesse osservazioni applicarsi ad un doppio numero di uomini. Pone adunque in prima linea dieci battaglie, sei in seconda, e quattro in terza, perch la prima linea, ritirandosi, possa essere ricevuta nella seconda, e ambedue nella terza. Ogni battaglia ha le picche nelle prime linee e gli scudi nelle altre. Ai fianchi dell'esercito sono disposte le picche chiamate straordinarie, perch da ogni lato si possa far fronte ai cavalli nemici. Pone la sua cavalleria alle ali, l'artiglieria dinanzi. Se queste battaglie, durante la mischia, si ristorano nel modo che egli ha chiamato romano, le prime ritirandosi cio nelle seconde, ed ambedue nelle terze, dentro ciascuna di esse invece gli uomini si aiutano seguendo il modo proprio della falange greca, colui che  indietro avanzandosi cio a prendere il posto del compagno che gli  caduto dinanzi.
I due eserciti sono ora di fronte, e Fabrizio Colonna espone come procede il suo. Le artiglierie tirano e fanno poco altro che fumo. Subito dopo i militi e la cavalleria leggiera escono sparsi per la campagna, ed assaltano il nemico, la cui artiglieria ha gi tirato, ma i colpi sono passati sul capo dei fanti di Fabrizio. Le picche resistono fieramente all'assalto; quando per la mischia si stringe non possono pi nulla, e si ritirano per dar luogo ai fanti armati di scudo e di spada, i quali disfanno il nemico.
Dopo che Fabrizio Colonna ha con calore e minutamente descritto questa battaglia, Luigi Alamanni domanda: "Perch avete voi fatto tirare una sola volta le vostre artiglierie, e poi subito smettere; perch mai avete posto quelle del nemico in modo che i colpi sono passati sul capo dei vostri? Io invece ho sentito da molti spregiare le armi e gli ordini degli antichi, dicendo che sarebbero ora inutili contro le artiglierie, le quali rompono gli ordini e passan le corazze." " vero," risponde Fabrizio, "che feci tirare una volta sola, ed anche di ci stetti in dubbio, perch, pi del percuotere il nemico coi miei cannoni, m'importa non essere io percosso dai suoi.(153)  quindi necessario andar contro alla sua artiglieria subito e con ordine rado, per non lasciargli tempo ad offendere, e perch in ogni caso esso tiri solo contro uomini sparsi. Esitai, come ho detto, perfino a tirare la prima volta, perch so che il fumo delle artiglierie ti leva la vista del nemico. E feci passare i suoi colpi sulla testa dei miei uomini, questo essendo ci che di fatto segue quasi sempre. Sono in vero le artiglierie cos difficili a trattare, che quando appena tu le alzi, passano sul capo al nemico, ed ogni poco che le abbassi, danno in terra. Appiccata poi che  la zuffa, riescono addirittura inutili. So bene che molti presumono essere contro le artiglierie affatto inefficaci gli ordini antichi, quasi se ne fosse ora trovato uno nuovo, che riesca utile contro di esse. Se voi lo conoscete, avr caro che me l'insegnate, perch infino a qui io non ce ne so vedere alcuno, n credo se ne possa trovare. Vorrei sapere da voi, perch i soldati a piedi dei nostri tempi portano ancora il petto ed il corsaletto di ferro, e perch quelli a cavallo sono sempre tutti coperti di ferro? Gli Svizzeri, a similitudine degli antichi, formano battaglioni stretti di sei o ottomila uomini, e tutti gli hanno imitati. Non v' contro le artiglierie un ordine pi pericoloso che l'ordine stretto, eppure  quello che oggi prevale. Se questi modi non difendono dalle artiglierie, contro le quali non v' rimedio che valga, essi difendono sempre dai fanti, dai cavalli, dalle picche, dalle spade, dalle balestre, ecc. Del resto, se oggi  ancora possibile mettere il campo sotto una citt, di dove le artiglierie ti offendono senza essere offese, molto pi possiam farlo in una pianura aperta, senza sbigottirci e senza presumere che sia possibile mai abbandonare gli ordini antichi. Questo esercito adunque manterr sempre il vantaggio sugli altri dei nostri tempi, perch, meglio ordinato ed armato, pu fermare al primo scontro il nemico, e disfarlo poi quando si accosta; pu riprendere la battaglia tre volte, senza mai confondersi; pu facilmente combattere da ogni lato."(154)
Nel quarto e quinto libro si parla dei movimenti di tutto l'esercito, tenendo sempre dietro all'esempio romano, senza che il Machiavelli possa molto aggiungere di nuovo per esperienza propria, non essendosi trovato mai n a grandi guerre, n fra grandi moltitudini di armati. Ed  qui che incomincia a fare uso frequentissimo di Frontino, da lui pigliando continuamente gli esemp di astuzie e stratagemmi di guerra, che suggerisce.(155) Ci a cui ora pi costantemente mira, si  il poter dare all'esercito, con grande rapidit, anche in presenza del nemico, tutte quante le possibili forme. Egli biasima per sempre il distenderne molto la fronte, giudicando che sia cosa pericolosissima.(156) Il troppo poco conto che faceva delle armi da fuoco, non gli rendeva possibile prevedere, che esse avrebbero reso necessaria una formazione sempre pi larga e meno profonda.
Quando l'esercito si trovi molto scarso di cavalli, il Machiavelli consiglia di ordinarlo, potendo, fra vigne ed alberi, come fecero gli Spagnuoli alla Cerignola. Consiglia di porre la parte pi forte de' suoi contro la pi debole del nemico, per poter meglio, ritirandosi da un lato, circondarlo dall'altro.(157) E questa fu in ogni tempo l'arte dei grandi capitani. Alcune altre sue osservazioni possono dirsi pi di senso comune che veramente di arte della guerra, sebbene anche in questa l'ingegno naturale di colui che comanda, e la sua conoscenza degli uomini ebbero ed avranno sempre una importanza superiore alle cognizioni tecniche. Il Machiavelli raccomanda il segreto in tutte le imprese militari, lo studio e la conoscenza dei luoghi, e dice che giova sopra ogni cosa saper mettere il soldato nella condizione di potersi salvar solo colla vittoria. "Le necessit possono essere molte, ma quella  pi forte, che ti costringe a vincere o morire."(158) Gli esemp che adduce in questi due libri, sono quasi tutti cavati dalla storia antica.
E cos ancora nel sesto libro, dove discorre del modo d'alloggiare l'esercito, cerca attenersi ai Romani, quantunque sia pur necessario che se ne allontani pi d'una volta, a cagione delle mutate condizioni dei tempi. Il Colonna comincia col riconoscere che sarebbe stato forse pi opportuno "alloggiare prima l'esercito, per farlo poi muovere e finalmente combattere." Ma volendo egli dimostrare come poteva, camminando, ridurlo a un tratto dalla forma tenuta nell'avanzarsi a quella della zuffa, fu indotto a cominciare dall'ordinario a battaglia pi presto che poteva.(159) E viene ora a parlar degli alloggiamenti, senza molto aggiungere di nuovo, che meriti particolar menzione. Qui egli ordina non pi due, ma quattro battaglioni, cio tutto quanto l'esercito normale di 24,000 fanti e circa 2000 cavalli. Come i Romani componevano il loro esercito di 24,000 fanti, e nei casi estremi non superarono, secondo il Machiavelli, quasi mai il numero di 50,000, "coi quali poterono vincere 200,000 Francesi, cos debbono fare i moderni.(160) I popoli dell'Oriente e quelli dell'Occidente fecero,  vero, la guerra con le moltitudini armate; ma questi si fondarono tutti sulla loro naturale e selvaggia ferocia, quelli sulla grande reverenza e passiva obbedienza ai loro re. Per i popoli meridionali in Italia ed in Grecia, dove mancano cos la naturale ferocia, come la passiva obbedienza, fu necessario ricorrere alla disciplina, la quale ha tanta forza, che con essa i pochi e bene ordinati poterono vincere il furore e la ostinazione dei molti. Gli antichi fecero ogni cosa meglio di noi, massime nella guerra, e chi vorr imitarli non deve formare eserciti troppo numerosi, perch si disordina la disciplina e si genera confusione."(161) A mantenere con sicurezza questa disciplina, propone che la pena ed in parte anche il giudizio sieno dati popolarmente, come avevano fatto i Romani e come facevano gli Svizzeri, presso i quali chi violava la disciplina veniva ammazzato dai propri compagni d'arme. "E ci," egli dice, " assai bene considerato, perch il reo non trover mai difensori in coloro che lo avranno punito."(162) Fra i consigli o suggerimenti dati in questo libro, ve n' qualcuno che torna a ricordarci quanto, cos nella guerra, come nella pace, la moralit di quei tempi fosse diversa dalla nostra. Il Machiavelli dice, per esempio, che alcuni abbandonavano il campo con tutti i viveri al nemico, per poi sorprenderlo quando s'era ripieno di vino e di cibo, ed aggiunge, senza altro osservare, che qualche volta, per meglio riuscire, si avvelenavano prima i vini.(163)
Il valore di quest'opera si rialza di nuovo nel settimo ed ultimo libro, nel quale l'autore espone alcune idee assai notevoli intorno alle fortificazioni, e poi conclude. Le fortificazioni erano da un pezzo materia di stud, fatti in Italia e fuori da valenti ingegneri civili e militari. Ma l'uso delle artiglierie rendeva adesso necessaria anche in ci una trasformazione radicale. Le antiche mura assai alte venivano facilmente abbattute dai cannoni, e le altissime torri non facevano pi danno al nemico, perch su di esse non potevano portarsi le artiglierie, n il gettar sassi o altro noceva a chi poteva ora tenersi lontano. Si cercavano quindi costruzioni pi basse e pi solide, sulle quali fosse possibile portare i cannoni. Di tutto ci il Machiavelli aveva avuto qualche esperienza, cos al campo di Pisa, come nell'apparecchiare la difesa di Firenze e di Prato contro gli Spagnuoli nel 1512. Pi tardi, quando per il suo libro era stato gi scritto, dov occuparsene di nuovo col celebre Pietro Navarro, per apparecchiare la difesa della sua citt nativa contro l'esercito di Carlo V.
Le idee a questo proposito esposte nell'Arte della Guerra, non mancano certo di valore e di originalit,(164) sebbene qualche volta sembrino accennare ad uno stato di cose anteriore a quello in cui la scienza delle fortificazioni era allora arrivata. Il Machiavelli voleva sempre tenere assai alte le mura per impedire che venissero scalate.(165) Riconosce per in questo caso tutto il valore che avevano le artiglierie, delle quali dice, " tanto il furore, che un muro solo non pu in alcun modo resistere."(166) Ma ci che  pi, riconosce quale era allora il problema fondamentale, proponendo anche una soluzione sua propria. "Se le mura sono troppo alte," egli osserva, "non vi si possono far salire le grosse artiglierie, e non si pu resistere a quelle del nemico, che facilmente apre la breccia; se sono troppo basse, vengono scalate." A questo pericolo si era da pi tempo cercato un rimedio con ci che i Francesi dicono rempart. Il muro, sempre alto, veniva rivestito di terra nell'interno, e cos ingrossato e reso pi forte contro i colpi del nemico. Ma tale sistema aveva un gran difetto, gi notato da altri, e di cui il Machiavelli stesso s'era coi propri occhi avveduto a Pisa. Appena aperta la breccia, le pietre del muro rovinato cadevano sempre dalla parte donde venivano i colpi, e dietro seguiva la terra con cui era stato ingrossato. In questo modo, il fosso esterno si trovava ricolmo, ed al nemico era reso facile dare l'assalto decisivo. Il Machiavelli perci proponeva un sistema nuovo, del quale un piccolo saggio, aveva potuto vedere ben due volte a Pisa, nel 1500 e nel 1505,(167) quando i Fiorentini, avendo aperta una larga breccia nelle mura di quella citt, sperano dovuti ritirare, perch dietro il muro era stato dai Pisani cavato un fosso, e dietro il fosso alzato un riparo. Lo stesso esperimento, in assai pi larga misura e con maggior fortuna, era stato fatto l'anno 1509 a Padova, ordinando la difesa di tutta la citt secondo il nuovo sistema, e costringendo cos il poderosissimo esercito di Massimiliano a levare vergognosamente l'assedio. Tutto quello che avvenne nella guerra di Pisa era, com' noto, familiarissimo al Machiavelli, e nel 1509, trovandosi a Mantova ed a Verona, aveva potuto ricevere esatte notizie della tanto celebrata difesa di Padova. Di essa allora si parl molto; il Guicciardini ce ne lasci una minutissima descrizione,(168) e dalle lettere dirette al Machiavelli apparisce chiaro, che sin dai primi giorni, egli volle esserne minutamente ragguagliato.(169)
Il sistema che suggeriva era dunque il seguente. Le mura debbono essere "ritorte e piene di volture, per poter ferire il nemico da pi lati." Proponeva poi due cerchi di mura, con un largo fossato tra l'uno e l'altro. L'esterno doveva essere grosso tre braccia almeno, con torri ad ogni dugento braccia, alto pi che era possibile, acci il nemico non potesse scalarlo. Invece d'avere il fossato dinanzi, doveva averlo di dietro, largo trenta braccia, profondo dodici, con casematte nel fondo ad ogni dugento braccia. Il terreno cavato per formare il fosso, doveva gettarsi dalla parte che guardava la citt, e servire a formare il muro interno, alto tanto da coprire un uomo, grosso in modo da sostenere le artiglierie pesanti, e poter quindi rispondere a quelle del nemico. In tal modo, egli diceva, quando sar aperta la breccia nel muro esterno, avverr come a Pisa, che le pietre, cadendo dal lato di dove vengono i colpi, invece di colmare il fosso che  nell'interno, formeranno un riparo esterno che render il fosso pi profondo ancora; e cos il nemico si trover di fronte un primo argine o riparo ingrossato dalle pietre cadute, poi il fosso, poi il secondo muro con le artiglierie pi pesanti.(170) Il Machiavelli non vuole bastioni esterni o altre opere staccate, a distanza dalle mura, perch una volta prese tali opere,  presa, egli dice, la fortezza. Fino ad un miglio di distanza sar quindi spianato e libero il terreno.(171) Ed anche quest'ultimo concetto , secondo gli scrittori moderni, originale e nuovo per quel tempo. Qualche cosa di simile pare che suggerisse in Germania il grande ingegno del pittore Alberto Drer, che pot ricevere la sua ispirazione dallo stesso assedio e difesa di Padova. In ogni modo  certo che queste idee scientificamente esposte nell'Arte della Guerra, dnno un'altra prova dell'acume singolare e del genio pratico del Machiavelli. Le artiglierie per mutarono allora con s grande rapidit tutti i vecchi sistemi di fortificazione, che non lasciarono tempo a fermarsi in questi tentativi intermedi, per quanto fossero ingegnosi ed anche fortunati nella prima esperienza che se ne fece.(172)
Noi potremmo qui ripetere una serie di osservazioni sui modi di migliorare la costruzione delle feritoie, delle saracinesche, delle ruote e dei carri per trasportare le artiglierie, dei ponti levatoi e simili. Da esse si vedrebbe come il Machiavelli non tralasciasse mai occasione alcuna di tutto osservare e ricordare, e come le sue osservazioni fossero sempre ingegnose, acute e non prive di valore pratico. Ma preferiamo di affrettarci alla conclusione dell'opera, alla quale s'arriva dopo alcuni pensieri, quasi direi aforismi militari, come i seguenti: "Colui che seguita con disordine il nemico poi ch'egli  rotto, non vuole fare altro che diventare di vittorioso perdente. - Muta partito, quando ti accorgi che il nemico lo abbia previsto. - Agli accidenti subiti con difficolt si rimedia, ai pensati con facilit. - Gli uomini, il ferro, i danari ed il pane sono il nervo della guerra; ma di questi quattro sono pi necessari i primi due, perch gli uomini ed il ferro trovano i danari ed il pane; ma il pane ed i danari non trovano del pari gli uomini ed il ferro."(173)
E qui il Colonna s'affretta a concludere, dicendo che avrebbe potuto esporre molte altre cose intorno alla milizia degli antichi; ma il suo scopo era stato di dir solamente ci che gli pareva necessario al buono ordinamento di quella de' suoi tempi. Della milizia navale non aveva parlato, perch non se ne intendeva.(174) "Se voi volete sapere, quali sono le qualit che deve avere un buon capitano, io sar assai breve, bastando il dirvi che deve conoscere tutte le cose soprascritte; ma che esse non bastano, se non sapr nulla trovare di suo, perch niuno mai fu grande nel suo mestiere senza invenzione, e questa  sopra tutto necessaria nella guerra.(175) Ridurre la milizia ai modi antichi non  difficile, come io vi ho mostrato; ma a poterlo fare, sarebbe necessario essere un principe grande abbastanza da mettere insieme quindici o ventimila giovani, per farli buoni soldati. E nulla si pu immaginare di pi glorioso, perch se  lodevole con un buon esercito vincere una battaglia, pi lodevole assai  formare un esercito vittorioso. Di questo numero furono Pelopida, Epaminonda, Filippo di Macedonia padre di Alessandro, Ciro re dei Persi. Costoro riuscirono per la loro prudenza, e per avere avuto soggetti adatti ad un tale scopo; ma nessuno di loro, ancorch eccellente, avrebbe potuto compiere opere lodevoli in una provincia piena di uomini corrotti, non usi ad alcuna onesta obbedienza, come  l'Italia. Qui non basta saper comandare un esercito; bisogna saperlo e poterlo prima formare, e per  necessario cominciare coll'essere principe di uno Stato grosso. Di questi tali non posso essere io, che comandai sempre eserciti forestieri, soldati di ventura, uomini obbligati ad altri e non a me. E lascio giudicare a voi, se  possibile introdurre in essi qualche utile riforma. Come potrei io indurli a portare pi armi del solito, ad esercitarsi pi ore del giorno? Quando si asterrebbero essi dalle lascivie, dalle insolenze e dalle violenze che ogni giorno commettono? Quando si ridurrebbero mai in tanta disciplina, che un albero carico di pomi, in mezzo ai loro alloggiamenti, rimanesse intatto, come si legge che presso gli antichi molte volte intervenne? Che cosa posso loro promettere, quando, finita la guerra, non hanno pi nulla da fare con me?" "Di che gli ho io a fare vergognare, che sono nati ed allevati senza vergogna?... Per quale Iddio o per quale Santo gli ho io a fare giurare? Per quei che eglino adorano, o per quelli che bestemmiano? Che ne adorino non so io alcuno; ma so bene che li bestemmiano tutti.... Come possono coloro che bestemmiano Iddio riverire gli uomini? Quale adunque buona forma sarebbe quella che si potesse imprimere in questa materia?"(176)
"Gli Svizzeri e gli Spagnuoli, sebbene lontani dalla perfezione, sono assai migliori degl'italiani, che non avendo preso alcun ordine buono, rimangono il vituperio del mondo. Non ne hanno gi colpa i popoli, ma i principi, i quali ne sono stati puniti col perdere ignominiosamente lo Stato, senza dare alcuno esempio virtuoso. E che gli ordini vigenti siano pessimi, lo prova chiaro il fatto che, dopo tante guerre segute in Italia dalla venuta di Carlo VIII in qua, i nostri eserciti, invece di agguerrirsi col combattere, sono andati sempre peggiorando. N c' altro rimedio fuori di quello indicato, cio di un principe che possa e sappia formare il suo esercito con uomini rozzi, non ancora guasti dai cattivi ordini presenti. Una nuova forma s'imprime assai meglio in animi rozzi ed inculti, che nei corrotti, come un buono scultore riuscir meglio a fare una statua da un blocco di marmo greggio, che da uno male abbozzato." "Credevano i nostri principi italiani, prima che egli assaggiassero i colpi delle ultramontane guerre, che a un principe bastasse sapere negli scrittoi pensare una acuta risposta, scrivere una bella lettera, mostrare ne' detti e nelle parole arguzia e prontezza, sapere tessere una fraude, ornarsi di gemme e d'oro, dormire e mangiare con maggiore splendore che gli altri, tenere assai lascivie intorno, governarsi co' sudditi avaramente e superbamente, marcirsi nell'ozio, dare i gradi della milizia per grazia;... n si accorgevano i meschini che si preparavano ad essere preda di qualunque gli assaltava. Di qui nacquero poi nel mille quattrocento novantaquattro i grandi spaventi, le subite fughe, e le miracolose perdite, e cos tre potentissimi Stati che erano in Italia, sono stati pi volte saccheggiati e guasti." "Ma peggio ancora si , che coloro i quali restano, vivono nel medesimo errore e nel medesimo disordine, n considerano che quelli che in antico volevano tenere lo Stato, erano i primi tra i combattenti, e se perdevano, volevano con lo Stato perdere la vita, talmente che o vivevano o morivano virtuosamente. E se in alcuno di essi si poteva dannare troppa ambizione o ferocia, non si trover mai alcuna mollizie o cosa che faccia gli uomini delicati ed imbelli. Le quali cose se fossero state lette e credute dai nostri principi, sarebbe impossibile che essi non mutassero forma di vivere, e che le loro province non mutassero fortuna."
"Ma perch voi vi doleste della nostra Ordinanza, vi dico, che se davvero l'avete formata come di sopra ho detto, e non ha fatto buona esperienza di s, ve ne potete dolere; ma se non l'avete esercitata e formata come io ho detto, essa pu dolersi di voi, che avete fatto un abortivo, non una figura perfetta. Anche i Veneziani e il duca di Ferrara cominciarono e poi non seguirono, il che fu colpa loro e non dei loro uomini." "Ed io vi affermo che qualunque di quelli che tengono oggi Stati in Italia, prima entrer per questa via, fia prima che alcun altro signore di questa provincia; ed interverr allo Stato suo come al regno de' Macedoni, il quale, venendo sotto a Filippo, che aveva imparato il modo di ordinare gli eserciti da Epaminonda tebano, divent con questo ordine e con questi eserciz, mentre che l'altra Grecia stava in ozio ed attendeva a recitar commedie, tanto potente, che potette in pochi anni tutta occuparla, ed al figliuolo lasciare tale fondamento, che pot farsi principe di tutto il mondo. Colui adunque che dispregia questi pensieri, se egli  principe, dispregia il principato suo; s'egli  cittadino, la sua citt. Ed io mi dolgo della natura, la quale o ella non mi doveva fare conoscitore di questo, o ella mi doveva dare facolt a poterlo eseguire. N penso oggimai, essendo vecchio, potere averne alcuna occasione, e per questo io ne sono stato con voi liberale, che essendo giovani e qualificati, potrete, quando le cose dette da me vi piaceranno, ai debiti tempi in favore dei vostri principi aiutarle o consigliarle. Di che non voglio vi sbigottiate o diffidiate, perch questa provincia pare nata per risuscitare le cose morte, come si  visto della poesia, della pittura e della scultura. Ma quanto a me si aspetta, per essere in l cogli anni, me ne diffido. E veramente se la fortuna mi avesse conceduto per lo addietro tanto Stato, quanto basta a una simile impresa, io crederei in brevissimo tempo avere dimostro al mondo, quanto gli antichi ordini vagliano; e senza dubbio, o io l'avrei accresciuto con gloria, o perduto senza vergogna."(177)
Ed ecco ricomparir sulla scena il re liberatore, che a similitudine di Filippo il Macedone deve con le armi salvare la patria. Cos anche l'Arte della Guerra si riconnette col Principe. - Colui che primo in Italia seguir i miei consigli, riuscir con suo onore immortale nella magnanima impresa di liberare la patria. - Questo aveva il Machiavelli detto a Giuliano ed a Lorenzo de' Medici; questo ripet agli amici degli Orti Oricellari, e scrisse nel suo Discorso sulla riforma di Firenze, al cardinal dei Medici ed a Leone X; questo ripete di nuovo nell'Arte della Guerra. Se in essa il suo pensiero dominante riesce anche pi chiaro che altrove, e pi esplicita apparisce la sua ammirazione per la virt, pi ardente e puro il suo patriottismo, ci dipende solo dalla natura del soggetto che trattava. E se egli parlava cos chiaro quando s'era potuto finalmente avvicinare ai Medici, e ne aveva la prima volta avuto sicura speranza di qualche favore, nessuno potr credere che avesse voluto esprimere diversi pensieri, o cercato di mascherare il suo patriottismo, scrivendo i Discorsi ed il Principe, quando si trovava da tutti abbandonato, e vivevano ancora Giuliano e Lorenzo, il primo dei quali almeno era certo d'animo pi mite del Cardinale e del Papa.



CAPITOLO IX.

Il Machiavelli ha la commissione di scrivere le Storie. - Il Soderini cerca dissuaderlo dall'accettare. - Gita a Carpi e corrispondenza col Guicciardini. - Papa Adriano VI. - Nuove proposte di riforme in Firenze. - Congiura contro i Medici e condanna dei congiurati.

Quando molti, fra i quali lo stesso cardinal dei Medici, cominciavano a leggere e meditare l'Arte della Guerra, la Vita di Castruccio Castracani era, come abbiamo veduto, gi corsa per le mani di tutti gli amici degli Orti Oricellari, i quali, pur disputando sullo scopo, sperano trovati d'accordo nel vedere in essa una prova sicura, che il Machiavelli aveva una singolare attitudine allo stile storico, e lo avevano perci incoraggiato a provarsi anche in tal genere. Molti di questi amici erano allora potenti in Firenze, ed il loro favorevole giudizio non rest senza effetto utile per lui. Nel novembre del 1520 infatti egli ebbe dagli ufficiali dello Studio fiorentino e pisano la commissione di scrivere la storia di Firenze. Il cardinale dei Medici, come arcivescovo pro tempore della Citt, era capo dello Studio e conferiva i grandi accademici, secondo una bolla di Leone X (31 gennaio 1515), la quale confermava i privilegi gi concessi dall'imperatore Carlo IV.(178) Si deve perci attribuire in gran parte all'opera sua la commissione data al Machiavelli, il quale poi a lui appunto, divenuto papa Clemente VII, dedic le Storie, e da lui ricevette pi tardi nuovo aiuto a continuarle. La condotta, come la chiamavano, egli l'ebbe nello Studio di Pisa, per mezzo del suo parente Francesco del Nero, il quale allora appunto era stato mandato presso quella Universit, per riparare ai disordini che v'erano seguiti. Il Machiavelli formul di sua mano la proposta, la quale fu che, per un numero d'anni e con un salario che egli non determinava, dovesse scrivere la storia di Firenze "da quello tempo che gli parr pi conveniente, et in quella lingua latina o toscana che pi gli parr."(179) Gli ufficiali dettarono la deliberazione il d otto novembre 1520, conducendolo per due anni, l'uno fermo e l'altro a loro beneplacito, con salario di cento fiorini l'anno, e con l'obbligo d'essere a servizio loro, se altro gli volessero comandare.(180)
Il Machiavelli si pose subito all'opera, ma, com'era naturale, per qualche tempo non pot far altro che stud preparator, tanto pi che ebbe varie interruzioni. Anzi, donde meno se lo aspettava, gli venne ora il consiglio di ricusare addirittura l'incarico, per accettare invece un'assai diversa offerta. Piero Soderini, l'ex-gonfaloniere, dopo che da Ragusa gli aveva scritto, dando consigli(181) che, a quanto pare, non furono accettati, tornato a Roma, non gli aveva pi indirizzato lettere, o almeno noi non abbiamo notizia alcuna di corrispondenza seguita fra loro. Vedemmo invece come, per evitare sospetti pericolosi, usavano mille riguardi vicendevoli. A un tratto per il Soderini ruppe il lungo silenzio, scrivendogli da Roma il 13 aprile 1521: "Giacch non vi piacque la proposta che vi feci da Ragusa, ho preso occasione di suggerire il vostro nome a Prospero Colonna, che cerca un segretario, ed egli, conoscendo la fede vostra, ha accettato. La provvisione sar di dugento ducati d'oro e le spese. Se vi soddisfa, partite subito e senza conferire con alcuno, in modo che si sappia prima il vostro arrivo che la partenza. Non saprei trovare per voi partito migliore di questo, il quale giudico assai preferibile allo stare cost, a scrivere storie a fiorini di suggello."(182) Come e perch a un tratto cos viva e non chiesta premura; cos insolito disprezzo per lo scrivere storie, con un sussidio concesso dallo Studio fiorentino, per iniziativa dei Medici, in un tempo nel quale tutti ne accettavano in Italia dai Mecenati, e l'essere storico ufficiale d'uno Stato grande o piccolo era reputato un onore invidiabile? La spiegazione si pu facilmente indovinare. I Soderini con l'aiuto dei Francesi tramavano allora, come vedremo fra poco, una congiura contro i Medici, ed anche l'ex-gonfaloniere, uscendo dalla sua lunga neutralit, vi pigliava parte. Era quindi naturale che vedesse assai poco volentieri, che ora appunto il suo antico segretario entrasse nella loro grazia, e perci la grande premura per allontanarlo da Firenze. Prospero Colonna si trovava a servizio degli Spagnuoli, nemici dei Francesi; laonde, quando pure si fosse scoperto da chi veniva l'offerta al Machiavelli, l'autore di essa non ne avrebbe avuto danno, sebbene il segreto fosse preferibile e quindi assai raccomandato.
Ma il Machiavelli non poteva in verun modo accettare un'offerta cos inaspettata, che arrivava nel momento in cui le sue condizioni erano davvero per migliorare in Firenze. Uscito appena dalle persecuzioni e dai sospetti, correva rischio di vedersi confiscati i beni, se improvvisamente abbandonava la Citt contro il volere dei Medici, e per suggerimento dei loro nemici, quali ormai gi s'erano dichiarati i Soderini, quantunque ancora non si sapesse che cospiravano. Egli adunque non solo continu i lavori per le Storie, ma accett anche un altro incarico temporaneo, che ricevette dal Cardinale, con lettera firmata il d 11 maggio 1521 da Niccol Michelozzi segretario degli Otto di Pratica. Con essa era inviato a Carpi, dove si riuniva allora il Capitolo Generale dei Frati Minori, ai quali doveva chiedere, in nome della Signoria e del Cardinale, che i Minori residenti nel territorio fiorentino fossero separati dagli altri in Toscana, per poterli meglio sorvegliare e correggere, con vantaggio della religione e del costume, che andava fra loro decadendo.(183) E perch riuscisse anche pi singolare questa commissione che, data al Machiavelli, era gi singolarissima, egli non era appena arrivato a Carpi, che ricevette un'altra lettera de' 14 maggio, con cui i Consoli dell'Arte della Lana, ai quali era affidata la cura di Santa Maria del Fiore, lo pregavano d'ottenere dal superiore dell'Ordine licenza di lasciar venire in Firenze un frate detto il Rovaio, che essi avevano eletto predicatore per la futura quaresima.(184) Il Machiavelli, com' da credere, prese questo secondo incarico assai leggermente, e se ne occup poco o nulla, tanto pi che lo stesso frate Rovaio non sembrava aver voglia di predicare in Firenze. Quanto poi al decreto di separazione, sebbene insistesse molto, anche in nome del Cardinale, presso il Ministro generale e gli assessori del Capitolo; sebbene presentasse due Brevi favorevoli del Papa, i frati sofisticarono sulle parole, e dichiararono di dover portare la cosa all'assemblea generale. Onde stanco finalmente d'una faccenda, che s'andava prolungando, e che, affidata a lui, sembrava divenire ridicola, part a un tratto, fermandosi per via qualche giorno a Modena, come ne fu richiesto dal Cardinale stesso, per vedere il Guicciardini, che era col governatore in nome del Papa, ed ancora perch il cavalcare in fretta gli nuoceva, essendo minacciato dal male della pietra(185).
Questa commissione ha qualche importanza solamente per la corrispondenza, che il Machiavelli allora appunto tenne da Carpi col Guicciardini. Motteggiavano fra di loro sull'affare del predicatore e dei frati, ed egli, annoiato del tempo che perdeva col, s'abbandonava al suo spirito mordace e satirico, con tutta la vivacit del suo stile. Il Guicciardini scriveva il 17 maggio augurandogli che per l'affare del predicatore potesse rispondere ai Consoli dell'Arte della Lana, secondo l'aspettazione che avevano di lui, "e secondo che ricerca l'onore vostro, quale si oscurerebbe se in questa et vi dessi all'anima,(186) perch avendo sempre vivuto con contraria professione, sarebbe attribuito piuttosto al rimbambito che al buono." Sperava che si affretterebbe, perch nello stare col portava due pericoli: "l'uno che quelli frati santi non vi attacchino dello ipocrito, l'altro che quell'aria da Carpi non vi faccia diventare bugiardo, perch cos  l'influsso suo, non solo in questa et, ma da molti secoli in qua."(187) Ed il Machiavelli rispondeva lo stesso giorno, con uguale ironia. Egli perdeva il tempo, aspettando che i frati eleggessero il generale e gli assessori. Pregava perci il Guicciardini che, andando a spasso, arrivasse insino a Carpi per visitarlo, o che almeno gli mandasse un secondo fante con lettera, perch sarebbe molto pi stimato dai frati, quando vedessero spesseggiare gli avvisi.(188) "E vi so dire che alla venuta di questo balestriere, con la lettera e con un inchino infino in terra, e col dire che era stato mandato apposta e in fretta, ognuno si rizz con tante riverenze e tanti romori, che gli and sossopra ogni cosa, e fui domandato da parecchi delle nuove. Ed io, perch la riputazione crescesse, dissi: che l'Imperatore si aspettava a Trento, e che gli Svizzeri avevano indetto nuove Diete, e che il re di Francia voleva andare ad abboccarsi con quel re; ma che questi suoi consiglieri ve lo sconsigliavano. In modo che tutti stavano con la bocca aperta e con la berretta in mano; e mentre che io scrivo ne ha un cerchio d'intorno, e veggendomi scrivere a lungo, si maravigliano e guardonmi per spiritato; e io per fargli maravigliare pi, sto alle volte fermo sulla penna e gonfio, ed allora essi sbavigliano, che se sapessino quel che io vi scrivo, se ne maraviglierebbero pi." Quanto alle bugie dei Carpigiani, e quanto alla ipocrisia dei frati, il Machiavelli, spingendo l'ironia sino al cinismo, rispondeva che non ne aveva paura, perch da un pezzo era in esse divenuto maestro, ed anche dicendo il vero, lo nascondeva fra le bugie.(189) E cos continuarono con qualche altra lettera. Il Guicciardini, divenuto un momento pi grave, scriveva che la condizione presente del Machiavelli ricordavagli quella di Lisandro, costretto a distribuire la carne a quei medesimi soldati che aveva condotti alla vittoria.(190) Deplorava che un uomo, adoperato presso tanti re ed imperatori, fosse ora costretto a "succiare la repubblica degli zoccoli." Si rallegrava con lui della commissione avuta di scrivere le Storie, lo diceva "ut plurimum estravagante di opinione dalla comune, e inventore di cose nuove e insolite." Poi tornava allo scherzo.(191) Il Machiavelli rispondeva anch'egli ridendo, e conchiudeva che in ogni modo aveva fatto pasti eccellenti e si era rinfantocciato. Cos ebbe fine questa commissione, che il Guicciardini giustamente chiamava una baia. N essa poteva durare pi a lungo, perch ormai i frati cominciavano ad avvedersi che il Machiavelli si prendeva gioco di loro.
Giunto a Firenze, egli attese alle Storie e ad altri lavori letterari; ma poco dopo seguiva la morte di Leone X, con tutti i mutamenti che n'erano necessaria conseguenza. La guerra fu sospesa, perch mancavano i danari, coi quali era stata principalmente alimentata dal Papa; e per gli Spagnuoli dovettero licenziare i fanti tedeschi, quasi tutti gli Svizzeri. Ed allora subito coloro che erano stati lungamente oppressi, si sollevarono. Francesco Maria della Rovere ricuper Urbino, Pesaro, il Montefeltro, anche San Leo gi dato ai Fiorentini, ai quali rest solo il piviere di Sestino. Sigismondo Varano, antico signore di Camerino, torn nel suo Stato, cacciandone lo zio Giammaria, messovi da Leone X. Alfonso d'Este ricuper quasi tutti i suoi domin, ma non pot riavere Modena e Reggio. Il governatore Francesco Guicciardini seppe, nell'interesse della Sede pontificia, difendere Parma da un assalto che le fu dato. Pi tardi Malatesta ed Orazio Baglioni tornarono a Perugia. Il Conclave intanto, dopo quattordici giorni, non aveva nulla concluso. Aspiravano al papato il cardinal Wolsey, il cardinal de' Medici, il Cardinal Soderini ed altri. Le cose andarono in lungo tanto che lo stesso Medici, il quale cap che l'ora non era per lui anche sonata, e vedeva per la sua prolungata assenza messo in forse anche il dominio di Firenze, propose uno straniero, lontano e quasi ignoto in Italia. La proposta fu accettata, e venne eletto il cardinale di Tortosa, Adriano Dedel di Utrecht, il quale era stato maestro di Carlo V, e prese il nome di Adriano VI.
L'indignazione del popolo contro l'elezione di questo papa straniero fu tale e tanta, che molti scrissero sulle loro case: Roma est locanda. E lo scontento divenne generale, quando Adriano fu conosciuto da vicino. Nato il 2 marzo 1459, eletto il 9 gennaio 1522, egli non parlava l'italiano, e pronunziava il latino in modo che ai Romani riusciva poco o punto intelligibile. Uomo culto e di costumi intemerati, diminu subito le spese della Corte, restringendo tutto al puro necessario. N con ci faceva altro che accrescere il malcontento. Voleva seriamente occuparsi di religione e riformare la Chiesa; lasciar da parte le feste, i poeti e gli artisti; ma nessuno gli dava retta. E cos si trov subito in un mondo a lui affatto sconosciuto, dal quale non era inteso, n molto meno amato. Pasquino lo canzonava continuamente, ed egli, invece di riderne come facevano i Romani, se ne sdegnava tanto, che un giorno voleva farne gettare la statua nel Tevere. Ma il duca di Sessa gli disse, che Pasquino avrebbe continuato le sue satire, perch sapeva parlare anche sott'acqua come le rane. Tutti in Roma, massime gli artisti ed i letterati, non pi protetti dal Papa, erano adiratissimi contro lui e contro i suoi pi intimi, dei quali neppur sapevano pronunziare i nomi.

Ecco che personaggi, ecco che Corte,
Che brigate, galanti cortigiane,
Copis, Vincl, Corizio e Trincheforte!
Nomi da fare sbigottire un cane.(192)

Cos scriveva il Berni in un capitolo contro l'elezione d'Adriano, e contro i quaranta cardinali poltroni, che gli avevano dato il loro voto, e che venivano dal poeta ricoperti d'ingiurie. Egli ebbe quindi una vita assai infelice nel suo papato, che fortunatamente per lui dur poco, giacch il 14 settembre 1523 cess di vivere. La gioia allora fu cos grande nella Citt Eterna, che alla porta del medico il quale lo aveva assistito, furono appese corone con la iscrizione: Ob Urbem servatam.(193)
A Firenze seguivano intanto altre novit. Il cardinale de' Medici governava con prudenza e, secondo il giudizio anche di repubblicani come il Nardi, riusciva superiore all'aspettativa, meglio certamente di Giuliano e di Lorenzo, che alla Citt avevano sempre poco o nulla pensato. Civile nei modi, accorto e paziente, cauto nel costume tanto da non dar luogo a maldicenze, amava Firenze e cercava abbellirla. Vi costru un canale per impedire in essa le inondazioni dell'Arno, ne fortific le mura; e senza essere un gran Mecenate proteggeva letterati ed artisti.(194) Ma non per ci gli mancavano nemici e nemici pericolosi. In Firenze v'erano i fautori di libert, e fuori v'erano i Soderini, che nutrivano contro di lui un odio irrefrenabile. Essi non potevano mai perdonare ai Medici, che li avevano cacciati di Firenze, il parentado promesso, come segno di conciliazione, e poi non mai concluso. Il cardinal Soderini s'era inoltre trovato nella congiura del Petrucci contro Leone X, ed unito ai Francesi, aveva fatto vivissima opposizione al cardinal dei Medici nell'ultimo Conclave. Lo stesso sarebbe inevitabilmente seguito alla morte d'Adriano. Per tutte queste ragioni non era sperabile, che vi fosse pi pace fra di loro. I Soderini in fatti si adoperavano a tutt'uomo per avversare il governo dei Medici a Firenze, dove cercavano e trovavano aderenti, dandosi per ci molto da fare anche l'ex-gonfaloniere.
Il maggiore scontento era adesso tra i giovani che frequentavano la compagnia degli Orti Oricellari, sebbene in origine fossero stati quasi tutti partigiani de' Medici. Qualcuno s'era, come allora seguiva facilmente, da essi alienato per ragioni tutte personali; altri come Zanobi Buondelmonti, Luigi Alamanni, Iacopo da Diacceto, educati alle lettere classiche, animati da una voglia grandissima di far qualcosa di straordinario, che illustrasse il loro nome, s'erano andati ogni giorno pi esaltando nel sentire i ragionamenti del Machiavelli. Questi, che ormai aveva passato i cinquant'anni, e non pensava certo a congiure, non s'avvedeva neppure che i suoi scritti e pi ancora i suoi discorsi facevano sull'animo di quei giovani un effetto che non era solo letterario o scientifico. Continuava quindi con entusiasmo a parlar loro di repubblica romana e d'Italia; di popolo armato; di grandi uomini messi in cielo accanto agli Dei, per avere sacrificato alla patria le sostanze, la vita. Ed intanto alcuni de' suoi uditori cominciavano a intendersi coi Soderini ed a cospirare con essi, senza nulla dire a lui n agli altri compagni, molti dei quali rimanevano sempre amici del Cardinale e ne frequentavano la casa. Questi poi, di buona o di mala fede che fosse, aveva anch'egli contribuito ad infiammar l'animo di quei giovani. Sia che qualche volta pensasse sul serio, secondo il concetto gi espostogli dal Machiavelli, a riordinar la Repubblica per modo, che dopo la sua morte rimanesse libera davvero; sia (e ci era forse la verit) che volesse, coll'alimentare le illusioni degli scontenti, scoprirne i nomi, certo  che egli, come aveva gi fatto altre volte, continuava anche ora ad interrogar molti sul modo di ricostituire e riordinar la Repubblica. E per ispirare a tutti maggior fede nelle sue intenzioni, si faceva di continuo veder passeggiare nel proprio giardino col poeta Girolamo Benivieni, l'ardente seguace del Savonarola.(195)
Cos fu che gli presentarono nuove proposte di riforma Zanobi Buondelmonti, Alessandro de' Pazzi, e Niccol Machiavelli. La prima non abbiamo, ma fu vista dal Nerli che la ricorda. Quella del Pazzi, che venne poi pubblicata, proponeva un Gonfaloniere perpetuo, un Consiglio Grande ed un Senato, il quale doveva essere anch'esso a vita, rinnovandosi da s stesso, ed avere in mano la somma delle cose.(196) Com'era naturale poi in chi sosteneva questo governo aristocratico, al Pazzi non piaceva la proposta assai pi democratica fatta gi a Leone X dal Machiavelli. Ma questi la ripeteva ora al Cardinale, modificandola alquanto, solo per renderla ancora pi esplicita, e dandole addirittura la forma di deliberazione. "Considerando i nostri Magnifici ed Eccelsi Signori, come nulla sia pi laudabile cosa, che l'ordinare una repubblica concorde e libera, nella quale ogni privato interesse ceda al pubblico bene, e gli appetiti d'una falsa gloria si spengano; confortati e spinti dal reverendissimo nostro Signore, signor Giulio cardinal dei Medici; invocato il nome di Dio, provvidono ed ordinarono, ecc." Cos cominciava la proposta di provvisione, la quale ricostituiva il Consiglio Maggiore, rappresentante di tutto il popolo, coi poteri gi avuti prima del 1512; ordinava la elezione di un Gonfaloniere ogni tre anni; annullava i Consigli del Popolo, del Comune e dei Cento, trasformando quello dei Sessanta in una specie di piccolo Senato o nuovo Consiglio dei Cento, con l'autorit stessa che avevano avuta gli Ottanta prima del 1512. Si proponeva inoltre di far eleggere dai Signori in ufficio dodici cittadini di 45 anni finiti, ai quali, insieme col Cardinale, veniva per un anno solo concessa, senza poterla prorogare n rinnovare, piena autorit di fare altre leggi.(197) E ci sempre per assicurare ai Medici il potere durante la loro vita. Il Machiavelli compose allora anche un altro breve scritto sulla milizia cittadina, cercando senza mai smettere, di persuadere a tutti, che unico modo ad avere un buono esercito era il ricostituire l'Ordinanza, come a tempo del Soderini, non restringendola per a pochi armati, come s'era fatto recentemente, perch ci la rendeva inutile.(198)
La fede nelle buone intenzioni del Cardinale divenne allora cos generale, che Filippo de' Nerli, frequentatore degli Orti Oricellari, e sempre fidato pallesco, narra come la Citt si trovasse divisa, e gli animi sollevati per queste nuove speranze. Ricordando poi che appunto per ci si proposero in quei giorni parecchi modelli di riforma, aggiunge: "Se ne scopersero molto Zanobi Buondelmonti ed anche Niccol Machiavelli, gli scritti dei quali io vidi, e tutti andavano nelle mani del Cardinale, che mostrava farne grandissimo capitale. Alessandro de' Pazzi scrisse una molto elegante e bella orazione latina, con la quale lo ringraziava, in nome del popolo, per la restituita repubblica, e fu letta con applausi fra molti cittadini, ad una cena." Le cose, egli continua, andarono tanto oltre, che il Cardinale cominci a pensare di farle tornare indietro, ma non sapeva pi come.(199) E Iacopo Nardi, che nelle sue Storie fa pur molti elogi al governo di lui, dice chiaro che in questa occasione egli "simulava, abusando della buona fede di alcuni forse troppo creduli cittadini, che tanto pi facilmente cadevano nell'inganno, quanto pi vedevano che non dava punto ascolto ai lamenti ed ai rimproveri de' suoi intimi, i quali avvertivano che questo era un gioco pericoloso." Ma il suo animo cominci a scoprirsi finalmente, quando il Pazzi gli present la propria orazione. Rispose che era in quel momento assai occupato e non poteva leggerla; la portasse a Niccol della Magna, il tedesco Niccol Schmberg, suo fidatissimo. E questi, dopo averla letta, disse con molta freddezza: "Piace veramente la vostra orazione, ma non punto il suggetto di quella."(200)
Fu chiaro allora a tutti che Sua Eminenza aveva giocato finamente d'astuzia, ingannando gl'ingenui. Egli aveva nell'ultimo Conclave dovuto capire, che l'odio de' Soderini era inestinguibile, che essi tramavano qualche cosa contro di lui, e ci lo aveva, come vedemmo, indotto ad affrettare il suo ritorno a Firenze. N poteva ignorare che Battista della Palla, per favori chiesti e non ottenuti, era da amico divenuto nemico, e se ne stava in Roma a trattare anch'egli co' Soderini, ricevendo da Firenze lettere continue. Ma con chi corrispondesse, che cosa tramasse, non riusciva facile indovinarlo. Malatesta ed Orazio Baglioni erano col duca d'Urbino andati nel Senese, dopo la morte di Leone X, col proposito di mutarvi il governo, indotti a ci dal cardinal Soderini, nemico del Petrucci, messo col dai Medici. Dopo questo primo passo, si sperava di poterli pi facilmente cacciar da Firenze. Ma il cardinale Giulio mand a vuoto l'impresa, per mezzo di Svizzeri e Tedeschi da lui assoldati, riuscendo poi a prendere i Baglioni stessi e il duca d'Urbino ai suoi stipendi. Poco dopo s'avanzava con le sue genti Lorenzo Orsini, detto Renzo da Ceri, mandato anch'egli dal cardinal Soderini, a tentar di nuovo la fallita impresa. E da Genova partivano, al medesimo scopo, parecchi soldati francesi. Ma anche questo secondo tentativo and a vuoto, perch il cardinal de' Medici aveva riassoldato un discreto numero di fanti e di cavalli; ed i Francesi furono richiamati, per la cattiva piega che pigliavano le loro cose in Lombardia. Il Conclave che, aspettando l'arrivo di papa Adriano, governava in Roma, si dimostr subito avverso all'impresa; e Renzo da Ceri allora, non avendo pi animo di avanzarsi, torn indietro.(201)
Questi fatti per dimostravano ad esuberanza, che i nemici dei Medici, in Firenze e fuori, non erano pochi, non mancavano n di animo, n di danari. E per iscoprire appunto chi essi erano, il Cardinale continuava con sempre maggiore insistenza i ragionamenti sulla ricostituzione della Repubblica. Un tal suo procedere non rest finalmente senza qualche resultato. Il poeta Luigi Alamanni, Zanobi Buondelmonti, Iacopo da Diacceto ed altri giovani degli Orti Oricellari avevano d'accordo coi Soderini cospirato d'ammazzarlo. Battista della Palla era il loro intermediario in Roma, ed essi aspettavano che riuscisse l'impresa di Renzo da Ceri, per metter mano ai pugnali. Fallita invece tale speranza, per meglio nascondersi, si rivolsero con pi calore degli altri ad esaltare la finta liberalit del Cardinale. Speravano cos di salvare la vita, e senza i pericoli della congiura, che ormai non poteva pi riuscire, costringerlo a dare le riforme promesse o fatte sperare.(202) Tutto ci doveva certo insospettire, ma non bastava a scoprirli con sicurezza, perch insieme con essi molti altri ancora esprimevano le medesime opinioni, ed al Cardinale perci non era possibile distinguere chiaramente gli amici dai nemici.
Il caso venne allora in suo aiuto. Fu in quei giorni appunto preso il corriere, che aveva portato le lettere e le notizie fra Battista della Palla e i congiurati di Firenze. Costui confess d'aver parlato con Iacopo da Diacceto, il quale subito venne chiuso in carcere. Il poeta Luigi Alamanni, che era entrato nella congiura e si trovava in villa, fu avvertito in tempo. Egli fugg allora in cos gran fretta, che non pens neppure a mettere in sull'avviso suo cugino Luigi di Tommaso Alamanni, il quale aveva del pari congiurato, e trovavasi in Arezzo, dove fu preso. Zanobi Buondelmonti passeggiava per la Citt con Filippo dei Nerli, quando seppe che tutto era stato scoperto. Corse subito a casa per nascondersi; ma la moglie, raccolto il denaro che v'era, lo indusse a fuggire. E cos pot andarsene prima in Garfagnana, dove era governatore Lodovico Ariosto suo amico; poi ricover, insieme con l'Alamanni, in Francia.
A Firenze si procedette intanto ad un giudizio sommario. Iacopo da Diacceto, messo alla tortura, senza punto esitare, disse: "Io mi voglio cavare questo cocomero di corpo: noi abbiamo voluto ammazzare il Cardinale." Ed aggiunse, che ci avevano deliberato, non per odio a lui, ma per amore della libert, e perch sapevano che egli fingeva nel parlar di riforme.(203) Finito il processo, il Diacceto e Luigi di Tommaso Alamanni furono decapitati il 7 di giugno 1522, avanti giorno. Prima di morire, il Diacceto scrisse alcuni versi latini pieni di reminiscenze classiche, cosa assai comune a quel tempo.(204) Continuarono poi le indagini e le condanne. I Soderini furono quasi tutti dichiarati ribelli; all'ex-gonfaloniere, che era stato citato, ma che mor il 13 giugno, vennero confiscati i beni, e fu dannata la sua memoria.(205) Altri ancora furono presi e processati, senza per che se ne cavasse nulla, perch i veri e soli colpevoli erano gi morti o lontani. Il cardinal Soderini non cessava per questo di tramare coi Francesi contro gli Spagnuoli e loro amici o protetti, quali erano i Medici. Se non che Adriano VI, il quale, sebbene molto temperato ed equanime, gi manifestamente aderiva a Spagna, fin presto col farlo chiudere in Castel Sant'Angelo. Cos tutto torn tranquillo in Firenze, n della nuova libert si fece pi parola.
Questa congiura, con la sua repressione sanguinosa, sciolse necessariamente la compagnia degli Orti Oricellari. Il Machiavelli, per sua fortuna, non cadde allora in sospetto, sebbene non restasse senza qualche carico d'avere co' suoi discorsi, sia pure involontariamente, acceso gli animi dei pi giovani e pi impetuosi. Il cardinal dei Medici gli rest tuttavia benevolo. Se non che la sua elezione al pontificato, che segu poco dopo, lo indusse, come vedremo, a lasciare il governo di Firenze nelle mani del cardinal di Cortona, che, in nome del nuovo Papa, resse la Citt con assai minore esperienza e maggiore durezza. Il Machiavelli dovette quindi decidersi a vivere sempre pi ritirato in villa, dove attese alle Storie, e condusse a termine diversi lavori letterar, fra i quali primeggiano le commedie. Di queste dobbiamo ora parlare.



CAPITOLO X.

Condizioni generali del teatro in Italia. - Le Sacre Rappresentazioni, la Commedia dell'arte e la Commedia erudita. - Le Commedie dell'Ariosto. - La Calandra del cardinal Bibbiena. - Le Commedie del Machiavelli: La Mandragola, La Clizia, la Commedia in prosa, la Commedia in versi, la traduzione dell'Andria.

L'Italia, com' noto, ebbe pi di uno scrittore comico, e qualche poeta tragico di grandissimo merito; ma non quello che si chiama veramente un teatro nazionale. Quando dai Mimi e dalle Atellane, che erano farse e rappresentazioni popolari, comiche, satiriche, i Romani potevano cavare una commedia originale e nazionale, sopravvenne l'imitazione greca, da cui non si pot liberare neppure il genio di Terenzio e di Plauto. S'ebbe quindi una commedia letteraria, che non era sorta dalle viscere del popolo, il quale continu a preferire i Mimi e le Atellane. Queste antiche farse, lentamente alterandosi, sopravvissero anche nel Medio Evo, quando si avvicinarono, s'innestarono alle Sacre Rappresentazioni, che finalmente resero laiche e cavarono fuori delle chiese. Pi tardi dettero origine a quella che si chiam la commedia dell'arte, la quale divenne assai popolare, e nel Rinascimento s'era gi molto diffusa fra di noi. Essa, com' noto, veniva quasi improvvisata dagli attori, ai quali si dava solo lo scenario, cio il soggetto, l'intreccio generale, lo scheletro delle varie scene, determinando il carattere che ciascun personaggio doveva rappresentare, i punti pi salienti dei principali dialoghi. Le maschere di questa commedia, Pantalone, Arlecchino, Pulcinella, Brighella sono, secondo ogni probabilit, lente trasformazioni dei personaggi delle Atellane e dei Mimi.
Nel Rinascimento avvenne poi qualche cosa di simile a ci che era assai prima seguto a Roma. Poteva dalle Sacre Rappresentazioni, che gi erano arrivate ad uno svolgimento letterario notabile, come poteva dalla commedia dell'arte, che gi fioriva, cavarsi un dramma, una commedia nazionale, quando sopravvenne invece l'imitazione dei tragici e dei comici antichi. La tragedia rimase addirittura soffocata da questa imitazione. In un tempo nel quale lo scetticismo invadeva gli animi, le istituzioni politiche si decomponevano, la nazione non riusciva a formarsi, e le invasioni straniere cominciavano, non erano pi possibili n la vera ispirazione epica, n il dolore veramente tragico. La Sofonisba del Trissino e la Rosmunda del Rucellai, che sono le migliori tragedie di quel tempo, non mancano di pregi; vi si ritrova qualche slancio lirico ed anche qualche lampo di drammatica potenza: ma esse non abbandonano mai il modello antico, non hanno mai una vera e propria vitalit, n furono segute da altre opere migliori. Allora per, in mezzo a tante sventure, pur troppo si rideva molto in Italia, e pi fortunata fu quindi la commedia, quantunque anch'essa s'andasse formando con la imitazione, specialmente di Terenzio e di Plauto. Questa che fu chiamata commedia erudita, si diffuse largamente fra i letterati, nelle Corti, avvicinandosi sempre pi alla commedia dell'arte. E senza mai confondersi con essa, riusc pure a migliorarla, correggerla non poco, ricevendone in cambio maggiore vivacit e spontaneit. Nondimeno la commedia erudita era pur sempre un'opera di letterati, un lavoro d'imitazione, e quindi il popolo continu a preferire quella dell'arte, che sebbene cominciasse a divenire anch'essa alquanto artificiosa, non perd mai affatto il suo carattere popolare e primitivo.
Si  molto disputato intorno alle ragioni, per le quali l'Italia non pot nel Rinascimento arrivare alla creazione d'un vero teatro, neppure d'una vera commedia nazionale, quando gi per questa v'erano ad esuberanza tutti gli elementi necessar a costituirla. Non mancavano certo vivacit e fecondit d'invenzione nella commedia dell'arte, e nella erudita si ritrovava pure una grande ricchezza di quello spirito comico, che abbondava anche in quasi tutte le novelle, in molte poesie italiane di quel tempo. Da un altro lato moltissimi dei nostri lavori letterar cominciarono dalla imitazione, e da essa poi, per forza intrinseca, per vitalit propria, si resero indipendenti, arrivando ad una vera originalit nazionale. Perch dunque a questo non pot mai giungere il nostro teatro? In verit l'essere una nazione riuscita felicemente in molte cose, non  una ragione, perch debba riuscire del pari fortunata in tutte. La creazione del teatro richiede che la vita sociale e nazionale siano gi formate e progredite, e l'Italia non era anche costituita a nazione, quando le invasioni straniere sconvolsero tutto, soffocando la libert ed affrettando la decadenza. Richiede inoltre una larga partecipazione del pubblico, quasi la cooperazione del popolo, che, in questo come in molti altri generi, apparecchia la materia poetica, in cui i sommi scrittori infondono poi la nuova vita dell'arte. Ed  pur da riconoscere, che allo svolgimento originale, vigoroso, compiuto d'una poesia popolare propriamente detta, fu in Italia assai spesso contraria l'azione continua, incessante, che l'arte dei letterati esercit sempre su quella del popolo, pi culto che altrove. Prima che un genere qualunque di componimento popolare arrivi fra noi a quella maturit, che  necessaria a far germogliare una nuova forma di arte nazionale, pi di una volta s' visto, che esso comincia ad inaridire, cedendo il terreno all'arte dei letterati, che s'avanza e penetra nel popolo. Essi certo si giovano molto d'ogni elemento popolare, anzi  con tale aiuto, che l'imitazione classica riusc a divenire in Italia un vero e proprio rinascimento. Ma quando l'elemento popolare dovrebbe prevalere, per arrivare alla creazione originale d'una forma poetica nuova e nazionale,  allora che la nostra letteratura incontra le maggiori difficolt. Non c' quindi da maravigliarsi se essa non le supera in quei casi nei quali anche le condizioni politiche le riescono avverse, come furono certo al nostro teatro nel secolo XVI.
Per queste ragioni avvenne, che la Sacra Rappresentazione era nel Rinascimento italiano gi piena di classiche reminiscenze, di forme letterarie e convenzionali, prima che fosse giunta alla sua piena vitalit popolare, prima cio di offrire ai grandi scrittori materia adatta a nuove creazioni. La commedia dell'arte si era anch'essa ripulita, modificata, alterata, avvicinandosi alla erudita. E questa, senza poter mai lasciare del tutto l'imitazione di Plauto e di Terenzio, si sforzava continuamente d'accostarsi al popolo. Pi di una volta pareva che fosse gi per toccare la mta; che sorgesse finalmente per questa via la commedia originale, nazionale, quando invece prevaleva da capo la imitazione classica. Cos si oscillava sempre fra l'artifizioso ed il plebeo, senza poter mai arrivare permanentemente al vero comico di Aristofane e di Molire.
Terenzio  assai facile, e per fu subito molto imitato in Italia; ma l'azione di Plauto sul nostro teatro non  piccola. Come scrittore comico, sebbene pi rozzo, egli  assai superiore. Il suo sguardo psicologico  quello di un accorto conoscitore degli uomini; la rappresentazione dei caratteri, la forza e variet con cui riproduce le innumerevoli forme della vita cittadina, e sopra tutto il genio che dimostra nel porre in rilievo il lato comico delle azioni e dei caratteri, con una certa ardita superiorit che ride di tutto, sono le qualit che lo distinguono e che lo resero popolare in Italia. Egli, come osserva il Mommsen, stringe e scioglie i nodi del suo intreccio comico con grande accortezza e malizia; preferisce di stare nella bettola, che nella sua commedia  in opposizione con la casa. Terenzio, invece, sta nella casa, fra gente di buona e civile condizione; va dietro alla verosimiglianza, anche a costo di lungaggini; ha un'indole quieta e tranquilla, e le sue commedie ci presentano un concetto pi morale della donna e della vita matrimoniale. Plauto colorisce i suoi caratteri con largo pennello; l'analisi psicologica di Terenzio  una miniatura. Nella commedia del primo i figli canzonano continuamente i padri, ed il suo linguaggio  pieno di frizzi; il secondo sembra spesso avere un fine pedagogico, il suo stile ornato, sereno ha finezza e movimenti eleganti: il suo lato debole  la invenzione, alla quale supplisce con l'arte.
I nostri eruditi cominciarono subito con le imitazioni, traduzioni, rappresentazioni in italiano ed in latino di questi due comici. Pomponio Leto fu a Roma dei primi, con la sua Accademia Romana, a far rappresentare antiche commedie. Segu ben presto l'Accademia dei Rozzi in Siena, e per tutto poi un gran numero di altre: Infiammati, Infocati, Intronati, Immobili, Costanti, ecc. Questo movimento ebbe per il suo vero impulso e la sede principale in Ferrara, per opera di quei duchi. Col i Menecmi di Plauto furono tradotti e rappresentati sin dal 1486. E come, per l'innesto degli antichi romanzi francesi con la erudizione, a Ferrara trov una vera forma il nostro poema cavalleresco; cos dall'innesto di Plauto e di Terenzio con elementi nazionali e popolari col nacque pure la nuova commedia, di cui fu iniziatore Lodovico Ariosto, prima che si rendesse immortale col suo Orlando Furioso.
Il modo con cui egli successivamente compose le sue cinque commedie, ci presenta in breve la storia del teatro comico italiano. Incominci con traduzioni che andarono perdute, e si dette poi alle commedie originali. Nella Cassaria, che fu scritta nel 1498, s'incontrano ad ogni passo imitazioni da Terenzio; i Suppositi che vennero dipoi, presero il soggetto dai Captivi e dall'Eunuco, fusi insieme. E l'autore dichiara nel suo prologo, che "non solo nelli costumi, ma anche nelli argomenti delle favole, vuole essere degli antichi e celebrati poeti a tutta possanza imitatore." Pure con i Suppositi gi siamo a Ferrara, nel tempo della presa d'Otranto pei Turchi; le allusioni ai fatti contemporanei e i costumi del tempo appariscono frequenti, il dialogo acquista una vita propria e indipendente. Le due commedie, scritte dapprima in prosa, furono pi tardi voltate dall'autore in versi, come in versi scrisse le altre, perch solo in essi l'Ariosto trovava quel suo stile tanto semplice, naturale, originale, e si sentiva assai pi nel proprio elemento. Cos si allontanava per dalla via che era propria della commedia italiana, scritta quasi sempre in prosa, per la necessit di riprodurre il dialogo familiare. Nella Lena il soggetto e i caratteri sono del secolo XVI. Pi originali di tutte le altre riescono le due ultime, il Negromante e la Scolastica. Siamo con esse fra gli studenti di Padova e di Ferrara, in mezzo agl'intrighi amorosi. La corruzione della societ italiana ci  rappresentata senza velo, e la satira sferza i costumi del tempo: gli uomini che s'imbellettano come donne, i poveri che voglion fare da ricchi, i rettori delle terre che sono rapaci come lupi, i preti che danno scandali d'ogni sorta, i papi che vendono le indulgenze.
In questo modo la commedia erudita usc dalle mani degli accademici, acquist indipendenza e naturalezza, sempre pi avvicinandosi alla societ de' suoi tempi. Le dava vita uno spirito mordace e satirico, una grande semplicit e sensualit, che sono caratteri propr della letteratura del Cinquecento in Italia, e trovavano alimento nello studio e nella imitazione di Plauto. Le commedie del Rinascimento sono quasi tutte d'intreccio, e spesso si compongono riunendo insieme pi commedie antiche, che solevano esser di carattere. Ci che principalmente si ammira in quelle dell'Ariosto,  la vivace dipintura dei tempi, la satira di essi, la quale  piuttosto una fine ironia, con cui l'autore, parte egli stesso del secolo che descrive, ride di tutto. Vi si ritrova l'ingegno del gran poeta, l'iniziatore d'un genere nuovo; ma si sente pure che egli gi s'apparecchia ad un'opera maggiore e diversa. Per quanto maravigliosamente spontaneo e naturale sia il suo verso, l'indole privata e domestica della commedia italiana trova solo nella libert del dialogo in prosa la propria forma. Inoltre ci che pi richiama l'attenzione dell'Ariosto e colpisce la sua immaginazione, ci che egli sopra tutto ci rappresenta  l'intreccio, la mutabilit continua degli avvenimenti, la forma esteriore de' suoi personaggi. Non vuole, non pu lungamente fermarsi all'esame psicologico di nessun carattere, di nessuna passione. Una grande variet di episod, che non sempre trovano la loro unit, o la trovano solo nel continuo mutare; una moltitudine d'individui, che compariscono pieni di vita, e scompariscono prima di aver compiuto nulla d'importante, ci avvertono che in queste commedie si va educando e formando il genio immortale di colui che creer l'Orlando Furioso. Il grande poema sembra gi vivere nella sua fantasia, pieno di vigore e di giovinezza, impaziente di venire alla luce. Si direbbe che esso gi agita la mente del poeta, ed altera il carattere dell'opera che, in questo momento, egli ha ora fra le mani.
La Calandra del cardinal Bernardo Dovizi da Bibbiena, composta nel primo decennio del secolo XVI, lev gran rumore. Fu da molti affermato che essa inizi il nuovo genere in Italia, il che non  vero, essendo stata gi preceduta da alcune commedie dell'Ariosto, alle quali  molto inferiore. Il Bibbiena era per cardinale, toscano ed assai faceto; non era un poeta, ma voleva scrivere alla buona per divertire il pubblico, e vi riusc. Il popolo, il papa, i cardinali, i personaggi pi autorevoli del tempo lo ascoltarono, ridendo, e lo applaudirono. Il favore da lui ottenuto fu davvero grandissimo. La commedia fu subito molte volte recitata in varie citt d'Italia, e poi anche, nel settembre del 1548, a Lione in Francia, ad iniziativa della nazione fiorentina, da attori toscani, fatti espressamente venire d'Italia, per festeggiare l'entrata di Errico II e Caterina dei Medici.(206) Nel suo prologo il Bibbiena dichiara, che non vuole usare il verso, "perch la commedia rappresenta cose familiarmente fatte e dette, e perch e' si parla in prosa con parole sciolte e non ligate." Si scusa inoltre co' suoi uditori, se la commedia non  antica, perch le cose moderne piacciono pi; si scusa anche se non  latina, perch vuole essere inteso da tutti, e la lingua che Dio e la natura ci han data, non bisogna stimarla meno che la latina, la greca e l'ebraica.(207) Tutto questo prova quanto il gusto del pubblico s'era allora mutato. Pure la Calandra  presa dai Menecmi di Plauto, sostituendo ai due gemelli maschi, affatto simili tra loro, un uomo e una donna anch'essi gemelli e simili in modo che, mutando abiti, vengono facilmente scambiati l'uno per l'altro. Da questa somiglianza e dalla sciocchezza di Calandro, che s'innamora dell'uomo credendolo donna, nascono mille equivoci buffi, comici, oscenissimi, il che secondava mirabilmente il gusto del tempo, e richiamava l'attenzione tanto pi, perch l'autore era cardinale, e papa e cardinali applaudivano e ridevano. Di moderno e di veramente nuovo non v' che la forma esteriore, la vivacit e la naturalezza del dialogo toscano, che pur qualche volta  troppo lungo e monotono. La commedia si regge quasi del tutto sopra espedienti pi osceni e buffoneschi che veramente comici. I personaggi sono vacui, e gl'incidenti non hanno mai un vero valore drammatico o comico, perch tutto dipende dalla eccessiva imbecillit di Calandro, cui si pu dare ad intendere quello che si vuole. Insomma  pi che altro una farsa ripiena di facezie buffe ed oscene. La grande fortuna che ebbe allora, venne in parte anche dal modo in cui fu rappresentata; e si pu facilmente capire come valenti attori potessero con essa riuscire a fare smascellar dalle risa un pubblico del secolo XVI. La Calandra rappresenta il momento in cui la commedia erudita e d'imitazione, avvicinandosi a quella dell'arte, trova finalmente nel dialogo in prosa la sua propria forma. Questo  ci che le d una importanza storica nella nostra letteratura.(208)
Ma colui al quale, dopo l'Ariosto, spetta il primo luogo, per aver dato il suo vero carattere alla commedia italiana,  di certo il Machiavelli, che super tutti con la Mandragola. Che egli avesse un grande spirito comico e satirico, lo abbiamo gi visto ne' suoi scritti, massime nelle lettere familiari; che perci si sentisse inclinato a scrivere commedie, lo vedemmo del pari fin dal 1504, quando si prov ad imitar le Nuvole di Aristofane, scrivendo le Maschere, che andarono perdute, e nelle quali mordeva i suoi contemporanei. Ma tutto questo non poteva far supporre, che egli fosse capace di darci nella Mandragola la migliore commedia del teatro italiano, superiore, secondo il Macaulay, alle migliori del Goldoni, inferiore solo alle pi belle del Molire.
L'azione, che par suggerita da un fatto avvenuto in Firenze, ha luogo nel 1504.(209) Ma il prologo ci fa chiaramente capire che la commedia fu scritta assai pi tardi, certo dopo del 1512, nei giorni meno lieti della vita del Machiavelli.(210) Il Giovio, ne' suoi Elogia doctorum virorum, dice che Leone X, sentito del gran successo della Mandragola in Firenze, la fece dai medesimi attori rappresentare anche in Roma.(211) E da una lettera che scrisse Battista della Palla il 26 aprile 1520, vediamo che allora tutto era gi pronto per farla recitare.(212) In quell'anno adunque la commedia era stata assai probabilmente gi rappresentata in Firenze. La pi antica edizione, di cui, secondo i bibliografi, si crede conosciuta la data, sarebbe quella che si suppone pubblicata a Roma nell'agosto del 1524;(213) ma par certo che, fra le edizioni senza data, ve ne sia qualcuna ancora pi antica. Il Sanudo racconta, ne' suoi Diari, che il 13 febbraio 1523, la Mandragola fu recitata a Venezia, dove il teatro era cos affollato, che non si pot dare il quinto atto. Ma la recita che si pretese data negli Orti Oricellari, dinanzi a Leone X, non viene in alcun modo confermata, anzi non par credibile. Si fece probabilmente confusione con la Rosmunda del Rucellai.
La Mandragola ha per noi una doppia importanza, perch da un lato ci fa conoscere il genio comico del Machiavelli, nella sua maggiore originalit; da un altro ci presenta sotto nuova luce, il concetto che egli s'era formato degli uomini e della societ del suo tempo. Di essa egli fa come una fotografia, che spiega sotto i nostri occhi, quasi cinicamente ridendo. Ma la sua spensierata gaiezza  pur qualche volta interrotta da uno scoppio improvviso di pianto, che egli comprime subito, e, quasi se ne vergognasse, cerca far credere che sia invece uno scroscio di riso. Se voi chiedete, cos dice nel prologo, come mai l'autore si perda in una materia troppo leggiera per chi voglia parere uomo savio e grave,

Scusatelo con questo, che s'ingegna
Con questi van pensieri
Fare il suo tristo tempo pi soave,
Perch altrove non ave
Dove voltare il viso,
Che gli  stato interciso,
Mostrar con altre imprese altra virtue.(214)

"Ora non c' pi rimedio possibile ai nostri mali. Bisogna contentarsi di vedere ognuno starsene da canto a ghignare e sparlare. Cos il secolo traligna dall'antica virt, perch vedendo come tutti biasimano e ridono, nessuno s'affatica alle opere generose, che il vento dissipa e la nebbia ricopre. Ma se qualcuno credesse di spaventar l'autore col dirne male, io vi ammonisco che sa dir male anch'esso, che questa anzi  la sua prima arte; e non istima in Italia alcuno, sebbene faccia reverenza a chi sembra portare miglior mantello di lui."(215)
Callimaco  un fiorentino che ha trenta anni d'et, venti dei quali ha passati a Parigi tranquillamente. Ivi ha sentito tanto lodare la bellezza e le virt della moglie di Nicia Calfucci, che  venuto a Firenze per vederla, e subito  stato preso di grande amore per lei. Questa donna per nome Lucrezia  cos buona ed onesta, che l'unica speranza di Callimaco sta nella scempiaggine del marito, nel desiderio vivissimo in lui e nella moglie d'avere figliuoli. Mezzano di questo amore  un tale Ligurio, scroccone, al quale Callimaco ha promesso danari, e che frequenta casa Calfucci. La semplicit e la scempiaggine ingenua di messer Nicia, che ha titolo di dottore e si crede gran cosa, mirabilmente rappresentate, divengono una delle principali sorgenti del comico nella Mandragola. Ligurio intanto vuol persuadere messere Nicia di condurre, come consigliano i medici, la moglie ai bagni. Cos egli pensa, che Callimaco avr pi facile modo a conoscerla ed avvicinarla. Ma messer Nicia resiste, perch, sebbene desideri molto aver figliuoli, pure gli sembra gran cosa il muoversi, e i dottori dicono chi una cosa, chi l'altra; "non sanno quello che si pescano. - A te d briga," - gli dice Ligurio, - "il non essere uso a perder di vista la cupola del Duomo. - Tu, erri," - risponde subito messer Nicia, - "io sono stato da giovane molto randagio, e non mancavo mai alla fiera di Prato, n c' castello intorno Firenze, dove io non sia andato. E ti vo' dire pi l: io sono stato a Pisa ed a Livorno. Oh! va. - Avete visto il mare? quanto  maggiore d'Arno? - Che Arno! Quattro, sei, sette volte. Non si vede se non acqua, acqua, acqua!" - Si conchiude finalmente, che Ligurio sentir i medici, e messer Nicia cercher intanto disporre la moglie a partire.
Nella terza, che  l'ultima scena del primo atto, Callimaco chiede ansioso a Ligurio, che cosa hanno conchiuso, e Ligurio risponde che i Calfucci facilmente andranno ai bagni; ma teme che con questo non si sia fatto nulla. - "Io conosco che tu di' il vero," - risponde Callimaco. - "Ma come ho a fare? che partito ho a pigliare? dove mi ho a volgere? A me bisogna tentare qualche cosa, sia grande, sia pericolosa, sia dannosa, sia infame: meglio  morire che viver cos. S'io potessi dormire la notte, s'io potessi mangiare, se io potessi conversare, se io potessi pigliar piacere di cosa veruna, io sarei pi paziente ad aspettare il tempo. Ma qui non ci  rimedio, e se io non son tenuto in isperanza da qualche partito, io mi morr in ogni modo; e veggendo d'avere a morire, non sono per temere cosa alcuna, ma per pigliare qualche partito bestiale, crudo e nefando." Questo linguaggio manifesta, con molta eloquenza, una passione assai singolare, perch divenuta gi violenta, prima ancora che Callimaco abbia parlato alla donna amata. Ligurio dice a un tratto d'avere una felice idea, e gli propone di fare esso le parti di medico col Nicia. Gli dir poi il resto. E cos vien fissato.
Nel secondo atto, Ligurio presenta Callimaco a Nicia, dandogli a intendere che  medico, e che ha una pozione, bevuta la quale, la moglie avr un figliuolo. Se non che colui che le si avvicina la prima volta, dopo che essa ha bevuto, deve ben presto morire. Bisogna quindi consentire che la moglie sia la prima volta avvicinata da un altro. Lo spavento di Nicia a queste parole, la sua presunzione di parlar latino col finto dottore, la sua ammirazione nel sentirlo rispondere con citazioni latine che non capisce, la facilit con cui si persuade, appena gli viene affermato che il re di Francia ed altri principi consentirono all'esperimento, e tutto ci credendo sempre essere pi furbo degli altri, rendono questo secondo atto comico davvero. Ma non basta aver persuaso messer Nicia, bisogna ora persuadere la moglie, ed a ci Ligurio suggerisce, unico mezzo, il confessore, che  un frate. - "Chi disporr il confessore?" - gli domanda Callimaco. - "Tu, io, i danari, la cattivit nostra, la loro," - risponde l'altro, proponendo che si parli alla madre, perch poi induca il confessore ad aiutarla, con l'autorit della religione, a persuadere la figlia.
Nel terzo atto la madre  gi persuasa, a condizione per che non si gravi la coscienza. I prudenti, ella dice, debbono pigliare dei cattivi partiti il migliore. Nicia intanto ha gi dato 25 ducati a Ligurio, che gli ha chiesti per corrompere il frate, ed a tal fine s'avviano ora alla chiesa. "Questi frati," osserva Ligurio, "sono trincati ed astuti, perch sanno i loro peccati ed i nostri. Chi non ne  pratico s'inganna e non sa condurli a suo proposito."
Ed ora comparisce la prima volta sulla scena fra Timoteo, che sotto un certo aspetto pu dirsi davvero il personaggio pi notevole della commedia. Egli se ne sta in chiesa, tranquillamente discorrendo con una fantesca, e il dialogo, nella sua impareggiabile vivacit e naturalezza, nella sua spensierata tranquillit, fa un contrasto cos singolare con tutto quello che deve seguire tra poco, che richiama alla memoria l'arte inarrivabile dello Shakspeare. - "Se voi vi volete confessare," - dice il frate, - "io far ci che voi volete. - Non per oggi," - risponde la donna; - "io sono aspettata, e' mi basta essermi sfogata un poco cos ritta ritta. Avete voi detto quelle messe della Nostra Donna? - Madonna s. - Togliete ora questo fiorino, e direte due mesi, ogni luned, la messa dei morti per l'anima di mio marito. Ed ancora che fosse un omaccio, pure le carni tirano; io non posso far ch'io non mi risenta, quando io me ne ricordo. Ma credete voi ch'e' sia in Purgatorio? - Senza dubbio. - Io non so gi cotesto. Voi sapete pure quello che mi faceva qualche volta. Oh! quanto me ne dolsi io con esso voi. Io me ne discostava quanto io poteva; ma egli era s importuno. Uh! nostro Signore. - Non dubitate, la clemenza di Dio  grande. Se non manca all'uomo la voglia, non gli manca mai la potenza a pentirsi. - Credete voi che 'l Turco passi questo anno in Italia? - Se voi non fate orazione, s. - Naffe! Dio ci aiuti con queste diavolerie; io ho una gran paura di quello impalare. Ma io veggo qua in chiesa una donna, che ha cert'accia di mio; io vo' ire a trovarla. State col buon d. - Andate sana."(216)
Intanto arrivano Nicia e Ligurio, il quale subito annunzia al frate, che vi sono alcune centinaia di ducati da distribuire in limosine, purch egli dia mano ad aiutarlo in una faccenda, che  per tutta un'invenzione, che egli racconta solo per vedere se, colla promessa delle limosine, pu sperare aiuto dal frate, e fidarsene tanto da domandargli ci che veramente vuole. Vistolo infatti pronto a cedere, gli espone con arte ogni cosa, e ne riceve la promessa desiderata. Arrivano in questo mezzo le donne, e la madre va dicendo alla figlia, che non vorrebbe mai consigliarle nulla di male. "Se per fra Timoteo dir che non c' carico di coscienza, tu puoi stare tranquilla." La figlia non sa persuadersi di dovere "esser cagione che un uomo muoia per vituperarla." E qui di nuovo entra in campo il frate, e fa prova di tutta la sua destrezza. "Io sono stato in su i libri a studiare pi di due ore questo caso, e dopo molte esamine, io trovo di molte cose che in particolare e in generale fanno per noi.... Voi avete, quanto alla coscienza, a pigliare questa generalit, che dove  un ben certo e un male incerto, non si debbe mai lasciare quel bene per paura di quel male. Qui  un bene certo, che voi avrete un figliuolo, acquisterete un'anima a messer Domenedio.... La volont  quella che pecca, non il corpo, e la cagione del peccato  dispiacere al marito, e voi gli compiacete; pigliarne piacere, e voi ne avete dispiacere. Oltre di questo, il fine si ha a riguardare in tutte le cose. Il fine vostro si  riempiere una sedia in Paradiso, contentare il marito vostro."(217) E cos continua, ricordando ancora come la Bibbia dice che le figliuole di Lot non peccarono, perch la loro intenzione fu buona, concludendo, che si tratta d'un peccato veniale, il quale va via con l'acqua benedetta. "A che mi conducete, Padre?" esclama qui la povera Lucrezia, e promette, confusa, di fare il voler loro; ma aggiunge che teme di non poter sopravvivere alla vergogna ed al dolore.
Il quarto atto s'apre con Callimaco, che  nelle angosce dell'incertezza. Un momento spera, un momento dispera. "Sei impazzato?" egli dice a s stesso. "Non sai che verranno poi il disinganno ed il pentimento, anche se otterrai l'intento? Ma che cosa  il peggio che ti possa mai seguire? Morire ed andare all'Inferno. Vi son per tanti uomini da bene morti ed andati all'Inferno, perch devi vergognarti d'andarvi tu? Volgi il viso alla sorte. Fuggi il male o, non potendolo fuggire, sopportalo come uomo. Non ti prosternare, non t'invilire come una donna. Ma io non posso restar fermo su questo pensiero," "perch da ogni parte mi assalta tanto desio di essere una volta con costei, che io mi sento dalle piante dei pi al capo tutto alterare: le gambe tremano, le viscere si commuovono, il cuore mi si sbarba dal petto, le braccia si abbandonano, la lingua diventa muta, gli occhi abbarbagliano, il cervello mi gira."(218)
Ora arriva da capo Ligurio, e la trama gi ordita si avanza rapidamente al suo fine. Fra Timoteo s' travestito, ed  divenuto un ausiliario potente e deciso al male, sebbene faccia tutto con la pi grande bonomia. "E' dicono il vero quelli che dicono, che le cattive compagnie conducono gli uomini alle forche. E molte volte uno capita male, cos per essere troppo facile e troppo buono, come per essere troppo tristo. Dio sa ch'io non pensavo ad ingiuriare persona. Stavami nella mia cella, diceva il mio ufficio, intratteneva i miei devoti; capitommi innanzi questo diavolo di Ligurio, che mi fece intingere il dito in un errore, donde io ci ho messo il "braccio e tutta la persona, e non so ancora dove io m'abbia a capitare. Pure mi conforta, che quando una cosa importa a molti, molti ne hanno aver cura."(219) Tutto ormai procede secondo i desider di Callimaco.
Il quinto ed ultimo atto incomincia con un altro soliloquio di fra Timoteo, il quale ha passato la notte senza dormire, per la smania di sapere come siano andate le cose. "Io dissi mattutino, lessi una vita de' Santi Padri, andai in chiesa, ed accesi una lampada che era spenta, mutai un velo a una Madonna che fa miracoli. Quante volte ho io detto a questi frati, che la tengano pulita! E si maravigliano poi se la divozione manca. Io mi ricordo esservi cinquecento immagini, e non ve ne sono oggi venti. Questo nasce da noi che non le abbiamo saputo mantenere la reputazione." "Noi vi dicevamo orazioni e facevamo processioni, perch si vedessero sempre immagini fresche. Ora non si fa nulla di queste cose, e poi ci maravigliamo che la cose vadano fredde. Oh quanto poco cervello  in questi miei frati! Ma sento un gran rumore di casa messer Nicia." Tutti vengono allegri e contenti, per menare la Lucrezia in Santo, ed il frate, ricordandosi delle limosine promesse, fa l'orazione e li benedice. "Chi non sarebbe allegra?" sono le ultime parole della madre in questa commedia, che finisce con una benedizione data in chiesa all'adulterio.
Quello che pi stranamente qui ci colpisce, non  il vedere una societ in ogni sua parte corrotta, il non incontrare un solo personaggio veramente onesto e virtuoso; ma il vuoto orrendo, spaventoso che  nella coscienza di tutti; il vederli passare dal bene al male, senza quasi accorgersi di mutare. Callimaco s' innamorato di Lucrezia prima d'averla veduta, solo per averne sentito lodare la bellezza e l'onest; la sua passione diviene subito irresistibile, n ha altro che un solo scopo e sensuale. Non pu viver cos,  disposto a pigliare piuttosto "qualche partito bestiale, crudo e nefando." Gli balenano un momento l'idea dello scrupolo e la paura dell'Inferno; ma vi sono andati tanti uomini dabbene, pu dunque farsi animo e andarvi anch'egli. La sola persona che apparisce onesta  la giovane sposa, la povera Lucrezia, un essere negativo, senza volont, pienamente in bala degl'inganni e dei capricci altrui. Quando la madre, il marito, tutti la spingono all'adulterio, perch abbia un figlio, ella inorridisce e resiste; ma la menano in chiesa, dinanzi al confessore, il quale subito la persuade, che non c' poi nessun peccato a "riempire una sedia in Paradiso." Ed ella finisce non solo col rassegnarsi, ma col volersi allegramente godere la vita nell'abisso morale in cui l'hanno precipitata. La pi chiara espressione, la pi compiuta personificazione di questo stato di cose, si trova in fra Timoteo. Egli dice le sue orazioni e la messa, attende devoto alle immagini ed alla confessione; ma quando, per indurlo ad un'azione infame, gli sono promesse alcune limosine, non si turba punto. Considera che si diranno pi messe, s'accenderanno pi ceri; esamina i libri sacri e, trovato un sofisma adatto al caso, consente ad aiutare l'adulterio, a persuadere alla povera Lucrezia, che il male  bene, e che, disonorando se stessa, far cosa grata a Dio. Ben riflette un momento che le cattive compagnie inducono al male anche i migliori; ma ormai ci si trova, e lo conforta il pensare che tutti sono interessati a nasconder la colpa. Spolvera le immagini, rilegge le vite dei Santi Padri, deplora la poca devozione de' suoi tempi; lo domina intanto, sopra ogni cosa, il desiderio di sapere se l'adulterio preparato, e col suo aiuto reso possibile,  riuscito ad votum. Saputo il resultato, li benedice tutti in chiesa.
Non vi pare, dinanzi a questa commedia, di veder sorgere, come evocata dalla vostra coscienza, la tragica figura del Principe, che con la sua spada insanguinata percorre le vie, e con la forza, la violenza, anche l'inganno, costringe i suoi sudditi ad unirsi per formare uno Stato, avere una patria, e, dopo averli disciplinati con l'Arte della Guerra, li conduce dinanzi al nemico, sospingendoli, con l'esempio di Roma, non cristiana, ma pagana, a difendere questo Stato e questa patria col proprio sangue, ed a ricordarsi finalmente, tra i pericoli e le sventure, d'essere uomini? Non vi pare di sentir tuonare la voce potente di Martino Lutero, il quale grida che c' pure una coscienza, che c' qualche cosa in essa di sacro e d'inviolabile, ed obbliga cos i cattolici stessi a vergognarsi ed a correggersi? La Mandragola, fu gi osservato,  la commedia d'una societ, di cui il Principe  la tragedia. Questo vuole col ferro rimediare ai mali che quella descrive ridendo, ma dei quali accenna pure la causa riposta. Perci essa incomincia e finisce nella chiesa. Ivi gi i Discorsi ci dissero trovarsi il germe della corruzione italiana, ed ora noi vediamo rappresentato sotto i nostri occhi, come la religione, divenuta puramente formale e meccanica, possa col sofisma giustificare cos il male come il bene, e produrre quindi il vuoto nella coscienza. Si direbbe che qui gli uomini commettano il male senza rendersene conto, senza neppure esser cattivi. Le azioni da essi compiute non sono pi loro propr atti. Par che li guidi, che li conduca una forza esteriore, la quale si chiama ora passione, ora istinto, ora consuetudine, pregiudizio, non si chiama mai coscienza. E per solo una forza esteriore pu portarvi rimedio. Unica medicina il ferro. Tale fu sempre il pensiero dominante del Machiavelli, ed ogni volta che lo espone, il suo animo si esalta, il suo linguaggio acquista una precisione, una eleganza, una forza che trascina: egli pare allora un uomo ispirato, e diviene superiore a s stesso. Questo pensiero, che fu il soggetto dominante del Principe, nella Mandragola si vede continuamente balenare da lontano. Lo stile e la lingua dell'autore salirono nei due scritti a tanta altezza da farli riuscire due grandi capolavori della prosa italiana. Il Machiavelli  di certo il primo nostro prosatore; ogni sua parola esprime un'idea, senza inutili ornamenti, senza artifiz, senza sforzo alcuno. Gli uomini, gli avvenimenti, le cose stesse sembrano aver trovato il loro proprio linguaggio, e parlare direttamente al lettore. Egli ha tutto il mirabile atticismo che  sulla bocca del popolo fiorentino, qualche volta riproducendone con singolare vigore anche gl'idiotismi, non sempre grammaticalmente corretti. Dal latino piglia ci che  pi necessario a dar forza, dignit al suo stile. E se questa imitazione prevale qualche volta un po' troppo in altre opere, di rado assai ci gli succede nel Principe, e meno ancora nella Mandragola, dove i tesori della lingua parlata si manifestano liberamente, largamente in tutta la loro freschezza, in tutta la loro vivacit, la loro inesauribile variet d'armona e di colori. Senza mai cader nel volgare, egli  sempre naturale, spontaneo; senza mai cader nell'artificioso,  sempre elegante.
Il Macaulay, che come critico letterario  certo autorevolissimo, ha per la Mandragola un'ammirazione quasi sconfinata. Crede che il Machiavelli abbia in essa provato, come, se si fosse dato al dramma, sarebbe salito alle maggiori altezze, ed avrebbe prodotto un effetto salutare nel gusto e nella letteratura nazionale. Ci, egli afferma, si deduce non tanto dal grado, quanto dalla natura stessa dell'eccellenza conseguita: "con una corretta e vigorosa descrizione dell'umana natura, tien desta l'attenzione del lettore, senza bisogno d'un intreccio complicato o piacevole, senza la pi lontana ambizione a far prova d'arguzia."(220) Il carattere pi originale in tutta la commedia , secondo lui, quello di Nicia, e lo dichiara perci superiore ad ogni elogio.(221) E veramente questo sciocco presuntuoso, che, senza mai avvedersene, diviene zimbello di tutti,  il personaggio pi ingenuo e pi vero, in un mondo nel quale non sembrano avere coscienza di s, quelli che pi dovrebbero averla. Il riso che muove, il comico di cui  sorgente continua, non vengono in noi amareggiati mai da nessuna considerazione estranea. Nicia  quindi nel suo genere perfetto, ed il conoscerlo rallegra artisticamente, senza moralmente affliggere.
Nella Mandragola v' per un lato pi serio, che  sfuggito al Macaulay, come gli  sfuggito quello che n' il lato pi debole. Se noi guardiamo alla unit fondamentale, al concetto dominante della commedia, Fra Timoteo  il personaggio che richiama la nostra attenzione principale. Il comico si unisce in esso ad una satira sanguinosa e profonda della societ italiana, e possiamo quindi assai meglio riconoscere l'altezza del genio di colui che creava il singolare carattere.  per certo ancora, che il nostro riso  in questa commedia, assai spesso fermato, soffocato a mezzo. La immaginazione  come di tratto in tratto, quasi violentemente, dominata da troppo gravi riflessioni, per osare d'abbandonarsi a s stessa, alla pura contemplazione estetica. L'autore,  ben vero, sembra occuparsi di rappresentarci solo il lato comico della societ che gli sta dinanzi; ma dalla stessa sua rappresentazione sorge inesorabile, nel suo e nel nostro spirito, una satira sanguinosa.  come un nuovo, pi alto, profondo e segreto concetto, che apparisce a distanza, senza poter mai entrar davvero nella commedia, perch rimane sempre in una forma astratta, teoretica di riflessione filosofica. Il Machiavelli non riesce a concretarlo, ad individuarlo poeticamente, comicamente, facendo ricadere il ridicolo e il disprezzo sui veri autori d'una colpa, che ci mette orrore, e che egli invece si ostina a far trionfare ridendo. Ma questa non  l'atmosfera di cui la commedia ha bisogno per vivere, per respirare liberamente; e per i personaggi della Mandragola si trovano qualche volta come a un tratto circondati da una nebbia, che offusca i lineamenti della loro fisonomia reale, determinata e vivente, che pur costituisce il merito principale di questa commedia.
Si  detto da qualche critico, che Fra Timoteo  un buon frate, volendoci l'autore rappresentare in esso solo le conseguenze d'una falsa religione. Resta per a dimostrare come si possa esser buoni, ed aiutare a commettere azioni turpi, benedicendole anche in nome della religione. Che questa, una volta corrotta e mutata in puro formalismo, sia cagione di molti danni,  vero. Non  per vero che l'uomo possa mai trascorrere dal bene al male con animo cos sereno e tranquillo, come fa Timoteo. E che dire d'una madre la quale cerca, ridendo, l'aiuto del confessore, per disonorare la propria figlia, la sola onesta, ma che finisce anch'essa col ridere del suo morale naufragio? I sospiri che sembrano qualche volta uscire involontari dal petto dell'autore, quando deplora i tempi in cui  nato e di cui fa parte, valgono solo a provar nuovamente, che neppure nella commedia  possibile sopprimere del tutto quel lato appunto dell'umana natura, che nella Mandragola  troppo spesso dimenticato. La descrizione che essa ci d dell'uomo e delle sue passioni, se  sempre vigorosa ed originale, non  sempre corretta, come crede il Macaulay. L'arte ha bisogno della realt vivente, deve rappresentarci la natura umana nella sua integrit, ed  uccisa dalle vivisezioni,(222) che possono giovar solo alla scienza. Al di sotto di ogni delitto, d'ogni corruzione, vuol sentire da vicino o da lontano la voce della coscienza, che anche nella colpa non pu mai essere spenta del tutto, se prima non si spegne l'umana natura.
Con tutto ci, riman sempre certo che la Mandragola fu scritta in un momento di vera ispirazione, nel quale il Machiavelli fin col superare s stesso. La potenza della rappresentazione quasi sempre felicissima, la freschezza della forma e la profondit del concetto ne fanno un'opera che, non ostante i suoi difetti,  maravigliosa davvero. Ma che egli non fosse nato per esser un grande autore drammatico, lo prova il fatto, che non riusc mai a compor nulla di simile alla Mandragola. Tutti gli altri suoi tentativi, riconfermarono sempre che, sebbene avesse scritto una commedia eccellente, egli non avrebbe mai saputo dare all'Italia un teatro nazionale. Il suo pensiero dominante, nella forma in cui costantemente lo vedeva, solamente nelle scienze politiche e storiche poteva riuscire davvero originale e fecondo, dando inesauribile materia a nuove riflessioni. La commedia italiana continu, durante tutto il secolo XVI, a seguire la via in cui era gi prima del Machiavelli entrata. E cos avvenne che, con una fantasia ed uno spirito comico inesauribili; con una ricchezza, naturalezza, eleganza veramente prodigiose di lingua e di stile; con una vivacit inarrivabile di dialogo, gl'Italiani produssero un numero infinito di commedie, senza mai riuscire ad avere n un Aristofane n un Molire.(223) L'arte non  di certo una predica di morale; ma neppure pu, senza rinnegare l'umana natura ed uccidere s stessa, supporre che morale non vi sia, o presumere di ridere l dove ci sarebbe invece materia di pianto.
La Clizia, che venne rappresentata a Firenze nel 1525,(224) fu scritta certo dopo la Mandragola, e la ricorda infatti nella terza scena del secondo atto. L'azione, che in questa  messa nel 1504,  posta nell'altra due anni dopo, cio nel 1506.(225) Il merito n' assai inferiore, trattandosi d'una pura e semplice imitazione della Casina di Plauto, essa stessa, com' ben noto, imitata dal greco. Il Machiavelli, sebbene qui muti in Fiorentini del suo tempo tutti quanti i personaggi della commedia antica, pure s'avvicina qualche volta tanto al suo originale, che addirittura lo traduce; qualche altra invece se ne allontana, abbandonandosi ad inopportune lungaggini e riflessioni astratte: di tanto in tanto per raggiunge qui appunto un'assai grande vivacit. Ma il suo genio comico si dimostra quasi sempre molto inferiore a quello di Plauto, che vuole emulare; e le sentenze e considerazioni generali raffreddano lo stile della commedia. Quasi tutte le aggiunte che vi fa di suo, ne indeboliscono lo svolgimento drammatico, scemandone il vigore comico.
Il prologo comincia col ripetere, in grave e solenne prosa, ci che il Machiavelli ha gi tante volte esposto altrove, che gli uomini cio sono sempre gli stessi, e per quello che una volta segu in Atene,  seguto anche a Firenze. Egli preferisce il caso di Firenze, perch ora non si parla pi greco. - Cleandro ed il suo vecchio genitore Nicomaco si sono innamorati della giovane Clizia, allevata in casa loro, e tenuta come figlia. Nicomaco vuol darla in moglie al servo Pirro, e Cleandro, con lo stesso fine, cerca sventare la trama del padre, proponendo di darla al fattore Eustachio, nel che  secondato dalla madre, la quale s' avvista d'ogni cosa. - La rappresentazione, che spesso  qui solo una narrazione di tutto ci, forma l'intero primo atto e parte del secondo. A Plauto bast invece un semplice dialogo, vivacissimo e comico, tra il servo ed il fattore, per entrar subito nel cuore del soggetto, senza prima narrare quello che doveva poi rappresentare. Ma il Machiavelli non si contenta ancora, ed aggiunge un lungo monologo di Cleandro, che  un paragone tra la vita dell'innamorato e quella del soldato, dialogo che starebbe assai meglio in una dissertazione politica o storica. Pi vivace assai, nel secondo atto, riesce la commedia l dove la moglie disputa col marito, dicendo che vuol dare la giovane non al servo, ma al fattore, "che sa attendere alle faccende, ha un capitale, e viverebbe in su l'acqua, quando l'altro vive nelle taverne, nei giuochi, e morrebbe di fame nell'Altopascio." Rimasta sola, essa ci d una vivacissima pittura del mutamento che ha fatto il marito, la quale  anche una fedele descrizione della vita dei borghesi fiorentini a quel tempo. "Udiva la messa, trattava gli affari, andava ai magistrati, era ordinato in tutto. Ma da poi che gli entr questa fantasia di costei, le faccende sue si trascurano, i poderi si guastano, i traffichi rovinano. Grida sempre e non sa di che; entra ed esce ogni d mille volte, senza sapere quello si vada facendo." La lingua  vivacissima, piena di motti fiorentini. Si finisce con un dialogo tra il servo ed il fattore, nel quale  molto bene imitato quello con cui incomincia la commedia di Plauto, e ne forma tutto il primo atto.
Nel terzo atto della Clizia, Cleandro si duole di trovarsi in lotta d'amore col padre. E questa sua condizione non apparisce in verit n molto comica n punto tragica. Come nella Casina, cos nella Clizia, la moglie finalmente s'accorda col marito, per rimettere tutto alla decisione della sorte. S'imborsano i due nomi, si estrae quello di colui che sar lo sposo, e riesce Pirro, secondo il desiderio di Nicomaco. Questi crede ora di trionfare, ma ha fatto i conti senza l'oste. Tutto lieto, egli fissa col pieghevole servo come avr luogo il matrimonio, e la casa in cui egli, primo e solo, vedr la novella sposa. Ma la moglie lo tien d'occhio, non lo perde mai di vista, e sa disporre le cose in maniera, che il povero Nicomaco si ritrova la notte non con la Clizia, ma con un famiglio. Il modo in cui il vecchio marito, tirato nella trappola, diviene ridicolo a tutti,  assai comico, forse anche pi originale che in Plauto stesso,(226) sebbene nella maggior parte di questo atto il Machiavelli imiti o anche traduca la Casina.(227) La quale riesce per nel suo insieme molto pi naturale, perch la giovane  promessa sposa ad uno schiavo, non ad un uomo libero come nella Clizia, e la cieca, assoluta sottomissione al padrone  quindi pi verosimile, pi tollerabile. Nel quinto atto la moglie, mediante la trama che ha ordita, raggiunge il proprio fine, ed il marito umiliato si pacifica finalmente con lei. E qui la commedia veramente finisce, ma il Machiavelli v'aggiunge di suo quattro scene, nelle quali si scopre il padre della Clizia, un gentiluomo che arriva da Napoli; ed allora si celebra il matrimonio di lei con Cleandro. Quest'ultimo incidente  solo annunziato nella commedia di Plauto, il quale, come non fa comparire la fanciulla, nel che  seguto dal Machiavelli, cos non fa comparire neppure Cleandro. Egli cap, che un figlio in lotta d'amore col proprio padre, non pu mai riuscir veramente comico; e che era addirittura superfluo il portar sulla scena il padre della fanciulla, il quale in fatti riesce nella Clizia niente altro che una vuota comparsa. Il Machiavelli abbandon qui il suo modello, e fu a tutto suo danno.
La Commedia in prosa, brevissima, in tre soli atti,  piuttosto una farsa. Il soggetto  preso da un fatto, di cui sembra che si parlasse allora molto in Firenze. - Una serva si trova fra il vecchio padrone Amerigo, che s' innamorato della comare, moglie di Alfonso, e frate Alberigo, che s'era innamorato della giovane padrona Caterina. Questa, confidandosi colla serva, le dice che ormai  stanca, e vuol cercarsi anch'essa un amante. L'altra allora le parla subito di Alberigo, vincendo facilmente le resistenze di lei. E il frate, divenuto cos sicuro del fatto suo, cerca di mandare a vuoto la tresca fra Amerigo e la comare, di cui conosce il marito. Nella casa di costui viene la moglie d'Amerigo, e dopo aver col visto prima l'amante, aspetta il proprio marito, che crede invece trovarvi la comare, e ne segue una scena clamorosa. In questo mezzo sopravviene, come a caso, il frate, che cerca metter pace fra marito e moglie, i quali, dopo essersi di nuovo ingiuriati, s'accordano finalmente, e pigliano a proprio confessore il frate stesso, che trionfa cos ne' suoi intenti. - L'oscenit  qui anche maggiore del solito, l'azione  pi narrata che rappresentata, e manca un vero svolgimento di caratteri. Il dialogo ha tutta la vivacit fiorentina del tempo, sebbene non sempre quella che  pi propria del Machiavelli. Se questa commedia fosse veramente di lui, come per lungo tempo fu creduto, non aumenterebbe di certo la fama del suo genio comico. Ma dopo che il professor Bartoli pubblic il prologo e l'argomento d'una farsa del Lasca, intitolata Il Frate, fu dimostrato che essa  una cosa stessa con la Commedia in prosa la quale non pu quindi essere pi attribuita al Machiavelli.(228)
Resta a dir qualche cosa di due altre commedie, quella chiamata la Commedia in versi, e l'Andria, che  solo una traduzione di Terenzio. L'autenticit della prima fu pure messa in dubbio da parecchi; altri la ritennero invece lavoro giovanile del Machiavelli. Ci che potrebbe farla creder sua  il fatto, certo notevolissimo, che nel ben noto codice strozziano della Nazionale di Firenze, se ne trova una copia autografa di lui. Ma questa prova esterna perde il suo valore, quando si pensa che nello stesso codice v', di mano pure del Machiavelli, la Descrizione della peste, della quale nessuno oggi lo crede autore. In fine della commedia trovansi anche di sua mano scritte le parole: Ego Barlachia recensui,(229) E ci ribadisce il dubbio, che egli avesse qui copiato alcuni scritti non suoi, del che troveremo pi innanzi nuova conferma. Se poi dalle prove esterne passiamo alle interne, sar assai difficile attribuire al Machiavelli questa Commedia in versi. Fondata tutta sull'equivoco di due nomi, Camillo e Catillo, essa porta sulla scena personaggi e fatti di tempi romani; non ha intreccio, non bellezza di stile, non realt o verit di caratteri, ed  noiosa tanto che non si pu reggere alla lettura. Piena d'eterni monologhi, non ha neppure quei motti e sali fiorentini, che non mancano mai nelle commedie e nelle poesie del Machiavelli. Scorrendola anche a caso, difficilmente si creder che sieno di lui versi come quelli del monologo che incomincia:

Oh! che disgrazia, oh! che infelicit
 quella di chi vive in gelosia!
Oh! quanti savi tener pazzi fa,
Ma de' pazzi giammai savi non fe' .
Non si mangia un boccon mai che buon sia;
Usasi sempre solo. Adunque egli 
Piacer da mille forche. E spesse volte
Stassi desto la notte a udir quel dice
Sua donna, perch gi n' sute colte;
Che c' chi in sogno i fatti suoi ridice.(230)

E cos continua per sessanta versi. Un altro monologo incomincia:

Oh! che miseria  quella degli amanti,
Ma molto pi di quelli
Ch'hanno i lor modi strani a sofferire!
Io, per me, innanzi vuo' prima morire,
Che seguir tai cervelli.(231)

E continua allo stesso modo per cinquantasei versi. Di simili e di peggiori tutta questa commedia  piena. Il Polidori, che l'ha pubblicata fra quelle del Machiavelli, dubita assai della sua autenticit; l'Hillebrand, che l'accetta come autentica e vi trova qua e l qualche bellezza, conviene anch'egli che  indegna dell'autore della Mandragola. Il Macaulay per non l'accetta per genuina, dicendo che n i meriti, n i difetti di essa ricordano mai il Machiavelli.(232) Questa opinione, che fu anche la nostra,  stata recentemente messa fuori d'ogni dubbio dal fatto che in un codice Ashburnham. (572 a c. 52b) Filippo Strozzi scrisse di sua mano che la commedia era sua.(233)
L'Andria  una traduzione della commedia di Terenzio, che porta lo stesso titolo. Paragonandola con l'originale, vi si trovano alcuni luoghi in cui la frase latina non  resa fedelmente, ed altri nei quali la frase italiana  ancora incerta ed oscura, il che farebbe supporre che manchi l'ultima lima. In generale per essa non solo interpetra con fedelt l'originale latino, ma ha una freschezza ed una spontaneit assai maggiori che nelle pi moderne e reputate traduzioni.(234)
Queste sono le commedie del Segretario fiorentino. Ma non dobbiamo tralasciar di ricordare, come fu pi volte da altri gi osservato, che anche la Sporta, la migliore cio delle due commedie di Giovan Battista Gelli, sia stata da questo composta sugli abbozzi che ne lasci il Machiavelli.(235) E ci, sebbene da alcuni sia stato negato,  pur messo fuori d'ogni dubbio dal Ricci, il quale nel suo Priorista, enumerando le opere dello zio, dice chiaro che questi compose ancora, "pigliando il concepto dall'Aulularia di Plauto, un'altra commedia detta la Sporta; ma perch gli fragmenti di essa restarono in mano di Bernardino di Giordano, essendo capitati alle mani di Giovan Battista Gelli, aggiuntovi poche cose, la diede fuori per sua."(236) Questi, nella sua dedicatoria, dice d'avere ritratto il caso dal vero, e nel prologo riconosce di aver voluto imitare Plauto e Terenzio; nella scena IV dell'atto III, ricorda la Mandragola e la Clizia del Machiavelli, senza altro aggiungere. che egli per, non solo ne leggesse molto gli scritti, ma spesso anche li imitasse,  cosa certa. Il concetto stesso della Circe, che  il miglior suo lavoro, trovasi gi nell'Asino d'Oro del Machiavelli, che lo aveva preso dagli antichi; e la sua seconda commedia, intitolata l'Errore, fu in parte almeno, come egli medesimo implicitamente riconosce, imitata dalla Clizia.(237) Quanto alla Sporta, leggendola con attenzione, si pu qualche volta credere di ritrovarvi la mano del Segretario fiorentino, nella pi grande naturalezza e vivacit del dialogo, ed in alcuni monologhi, che hanno le ben note riflessioni di lui. Il Gelli, secondo noi, con la introduzione di episod e di personaggi secondar, arruff non poco l'intreccio della commedia, della quale il Machiavelli assai probabilmente aveva disteso solamente l'ordito, cominciando qua e l a colorirne le scene e i dialoghi colla sua consueta vivacit. Sono per ipotesi, giacch una volta perduto questo suo abbozzo, non potr mai con certezza essere determinata la parte che gli spetta nella composizione della Sporta. In ogni modo tutto ci potrebbe assai poco aggiungere o levare alla sua fama di autore comico, la quale riposer sempre sulla Mandragola, sola commedia in cui il Machiavelli dette prova d'un vero genio drammatico. Fu un momento di felice ispirazione, di vera creazione poetica, che non si ripet una seconda volta in tutta la sua vita.



CAPITOLO XI.

L'Asino d'Oro. - I Capitoli ed altre poesie minori. - Il Dialogo sulla lingua. - La Descrizione della Peste. - Il Dialogo dell'ira e dei modi di curarla. - La Novella di Belfagor arcidiavolo. - Altri scritti minori.

A tempo avanzato il Machiavelli scrisse, specialmente in questi anni, alcune opere minori, in versi ed in prosa, delle quali dobbiamo ora occuparci. Quanto alle poche poesie, i suoi versi sono facili, ed hanno spesso una satirica e pungente vivacit; ma somigliano troppo alla prosa. Vi si trovano di tanto in tanto energiche espressioni, pensieri profondi e lungamente meditati; ma sono massime filosofiche e considerazioni che ricordano i Discorsi ed il Principe; quello che invece manca  la forza delle immagini, la originalit della rappresentazione, in una parola, tutte le qualit essenziali a costituire un vero poeta. Questi versi nondimeno sono spesso utili a farci indovinare lo stato d'animo dell'autore, e ci aiutano quindi a meglio conoscere la storia del suo spirito.
L'Asino d'Oro  il principio d'un poema in terza rima, a cui il Machiavelli lavorava nel 1517, come apparisce dalla lettera che in quell'anno stesso indirizz a Lodovico Alamanni,(238) nella quale si vede che dava molta importanza a questo suo lavoro. Pure, dopo averne scritto otto brevissimi capitoli, lo abbandon, mancandogli la vena e la voglia di continuare una narrazione senza intreccio, senza passione e senza attrattiva. Il titolo  preso da Apuleio e da Luciano, il soggetto dal dialogo di Plutarco, Il Grillo. Di tanto in tanto vi si scorge una certa pretensione d'imitare la Divina Commedia; ma in sostanza , o almeno voleva essere, una satira de' Fiorentini del suo tempo. Il poeta ci dice che, dopo essersi un pezzo quetato dal mordere ne' suoi scritti or questo or quello,  stato a un tratto ripreso dalla vecchia smania, stimolato specialmente dai tempi, che offrono alla satira larga materia. Egli entra in un'aspra selva, nella quale, invece delle tre fiere di Dante, incontra una delle donzelle di Circe, circondata da animali che conduce, e che sono uomini trasformati in bestie.  da lei menato in un palazzo, dove viene avvertito che sar mutato in bestia anch'egli. Intanto cena e sta in compagnia di lei, ne descrive le bellezze minutamente, ma senza eleganza o finezza d'arte:

Avea la testa una grazia attrattiva
Tal ch'io non so a chi me la somigli,
Perch l'occhio al guardarla si smarriva.
Sottili, arcati e neri erano i cigli,
Perch a plasmargli fur tutti gli Dei,
Tutti e' celesti e superni consigli.(239)

Lasciato solo, si pone subito da filosofo a meditare sulle cagioni

Del varar delle mondane cose,

ed entra nelle ben note sue considerazioni. Ci che fa rovinare dalle loro maggiori altezze i potenti  il non esser mai satolli del potere. Venezia cominci a decadere, quando volle allargarsi sulla terraferma. Sparta e Atene cominciarono a decadere, quando ebbero domati i vicini. Le citt della Germania, invece, che hanno solo sei miglia di territorio, sono libere e tranquille. Firenze, cui non fece paura l'imperatore Arrigo IV, quando essa aveva i suoi confini presso alle mura, oggi ha invece paura d'ognuno. Certo un governo dura assai pi quando ha buone leggi e buoni costumi; ma anche allora non siam certi di poter esser sempre tranquilli, perch le cose umane mutano inevitabilmente.

La virt fa le regon tranquille;
E da tranquillit poi ne risolta
L'ozio, e l'ozio arde i paesi e le ville.
Poi, quando una provincia  stata involta
Ne' disordini un tempo, tornar suole
Virtute ad abitarvi un'altra volta.
Quest'ordine cos permette e vuole
Chi ci governa, acci che nulla stia
O possa star mai fermo sotto 'l sole.

Cos  stato e sar sempre. Il bene succede al male e viceversa; l'uno  cagione dell'altro. S'ingannano assai coloro i quali pensano di salvarsi coi digiuni e colle orazioni da queste vicende.

Creder che senza te, per te contrasti
Dio, standoti ozoso e ginocchioni,
Ha molti regni e molti Stati guasti.

Son ben necessarie al popolo le orazioni, e matto sarebbe chi gliele vietasse;

Ma non sia alcun di s poco cervello,
Che creda, se la sua casa ruina,
Che Dio la salvi senz'altro puntello;
Perch e' morr sotto quella ruina.(240)

Questa, come ognun vede, non  poesia, sono pagine dei Discorsi tradotte in versi. Negli ultimi tre capitoli c' meno filosofia. La bella donna conduce il poeta a vedere gli animali, ed egli ce ne d prima un elenco, poi si ferma a parlare con un grosso porcello, cui domanda se vuol tornare uomo, ed in risposta ha il ben noto elogio delle condizioni in cui sono gli animali, privi di cure e di pensieri tormentosi, condizioni che il porcello si sforza di provare essere, sotto ogni aspetto, preferibili a quelle dell'uomo.(241)
Secondo il Busini, nell'Asino d'Oro s'alludeva a Luigi Guicciardini ed agli amici de' Medici, ma egli non sa poi dirci altro di pi preciso.(242) Certo il Machiavelli stesso dichiara, che nelle bestie da lui vedute ritrov persone che aveva gi conosciute, che gli eran prima parse Fab e Catoni, ma che pi tardi colle opere riuscirono pecore e montoni; e per questa ragione egli voleva morderle. Il poema resta per interrotto prima che avvenga la trasformazione in asino, cio appunto l dove le allusioni dovevano cominciare a divenire pi trasparenti; onde se non riusc al Busini ed ai suoi contemporanei l'indovinarle, molto meno pu riuscire oggi a noi.
Seguono nelle Opere, poesie minori, e prima il breve Capitolo dell'Occasione, che venne indirizzato a Filippo dei Nerli,(243) e fu creduto imitazione d'un epigramma greco dell'Antologia Planudea; ma invece, come venne dimostrato dal prof. Piccolomini,  quasi tradotto dalla imitazione che ne fece Ausonio nel suo epigramma XII.(244) Pi lungo  il Capitolo di Fortuna, indirizzato a Giovan Battista Soderini. Con molta evidenza e naturalezza, con qualche felice immagine, il Machiavelli torna qui ad esporre le sue idee sulla Fortuna. Colui  veramente felice, che sa adattarsi alle ruote su cui essa gira; ma non basta, perch mutano continuamente il loro moto. Bisognerebbe quindi essere pronti a saltar di ruota in ruota, cosa che non consente l'occulta virt che ci governa: noi non possiamo mutar persona e quindi natura. Assai spesso avviene perci, che quanto pi siamo saliti in alto, tanto pi precipitiamo in basso, e la Fortuna mostra allora tutta la sua potenza.

Avresti tu mai visto in loco alcuno,
Come un'aquila in alto si trasporta,
Cacciata dalla fame e dal digiuno?
E come una testuggine alto porta
Acciocch il colpo nel cader la 'nfranga,
E pasca s di quella carne morta?(245)

Cos fa la Fortuna.
Dopo questo Capitolo, che  certo dei migliori, segue l'altro Della Ingratitudine, indirizzato a Giovanni Folchi.(246)  assai pi tirato via; ma v' pure qualche notevole allusione alle sventure dell'autore. Il dente dell'altrui invidia che mi morde, cos comincia il Machiavelli, renderebbe maggiore la infelicit che mi ha colpito, se le Muse non rispondessero alle corde della mia cetra. So di non essere veramente un poeta, ma spero di coglier pure qualche ramo d'alloro nella via che n' piena.

Cantando, dunque, cerco dal cuor torre,
E frenar quel dolor de' casi adversi,
Cui dietro il pensier mio furioso corre;
E come del servir gli anni sien persi,
Come in fra rena si semini ed acque,
Sar or la materia de' miei versi.

Quando alle stelle dispiacque la gloria dei mortali, nacque l'Ingratitudine figlia dell'Avarizia, e dei sospetti, che ha la sua sede principale nelle Corti e nel cuore dei principi. Essa colpisce con tre saette avvelenate: non compensando i benefiz ricevuti, dimenticandoli affatto, e finalmente ingiuriando addirittura il benefattore.

Questo colpo trapassa dentro all'ossa,
Questa terza ferita  pi mortale,
Questa saetta vien con maggior possa.

Poi aggiunge, che quando il popolo comanda, la sua ingratitudine  tanto maggiore, quanto  maggiore la sua ignoranza; e per ne segue che i buoni cittadini sono da esso sempre male rimunerati, qualche volta spinti sino anche a meditar la tirannide. Ricorda la storia greca e la romana, Aristide, Scipione e Cesare, per venire poi ai suoi tempi, nei quali trova che i principi sono divenuti anche pi ingrati dei popoli, esempio il gran capitano Consalvo, che

al suo re sospetto vive
In premio delle galliche sconfitte.

Questa allusione prova che il Capitolo non fu scritto pi tardi del 1515. E finalmente il Machiavelli conchiude, quasi ammonendo s stesso:

Dunque non sendo Ingratitudin morta,
Ciascun fuggir le Corti e Stati debbe;
Che non c' via che guidi l'uom pi corta
A pianger quel ch'e' volle, poi che l'ebbe.(247)

Nel Capitolo dell'Ambizione, indirizzato a Luigi Guicciardini,(248) si torna di nuovo alle considerazioni filosofico-politiche. Esso non pot essere scritto molto dopo del precedente, perch allude pi volte, come di recente seguta, alla fraterna lite dei Petrucci in Siena, la quale scoppi l'anno 1516. L'Ambizione  cominciata da Caino, e non ha mai abbandonato i mortali. Perci il mondo non ha pace, i regni, gli Stati furono disfatti, i principi rovinati. E se tu chiedi, perch essa in un caso riesce nel suo intento, nell'altro no, io ti dico che questo dipende dall'essere o non essere all'ambizione unita la ferocia dell'animo. Ma se qualcuno volesse incolpare la natura, perch non fa ora nascere fra noi uomini che abbiano questa energia, io gli ricorderei, che l'educazione pu sempre supplire, dove manchi la natura. L'educazione fece un giorno fiorente e forte l'Italia, che

Or vive (se vita  vivere in pianto)
Sotto quella rovina e quella sorte,
Ch'ha meritato l'ozio suo cotanto.

Se tu in fatti rivolgi a questa lo sguardo, non vedrai altro che desolazione e stragi. I padri sono uccisi coi figli; molti vanno fuggendo in straniere regioni; le madri piangono il destino delle figlie; le fosse e le acque sono sozze di sangue, piene di membra umane;

Dovunque tu gli occhi rivolti e giri,
Di lagrime la terra e sangue  pregna,
E l'aria d'urli, singulti e sospiri.

"Tutto questo  nato dall'Ambizione. Ma a che vado io discorrendo lontano, ora che essa sopra i monti di Toscana vola, ed ha gi messo tante faville tra quelle genti piene d'invidia, che arder le terre e le ville, se grazia e ordine migliore non la spegne?"(249) Qui il Machiavelli allude alla guerra contro Urbino, cominciata appunto in quegli anni, e condotta da Lorenzo de' Medici, che part da Firenze nel maggio 1516.
Poco di notevole hanno le terzine del Capitolo Pastorale e la Serenata in ottava rima. Il soggetto non si presta n alla satira, n alle considerazioni filosofiche; il merito dovrebbe essere puramente poetico, e la penna del Machiavelli procede quindi pi fiacca. Le ottave sono abbastanza disinvolte, ma dopo quelle del Poliziano e dell'Ariosto, c' poco in esse da ammirare. Scrisse ancora sei Canti Carnascialeschi di vario metro. Alcuni hanno brio e naturalezza, ma non v' altro. Mancano la freschezza e la vivace descrizione che s'incontrano cos spesso in quelli di Lorenzo de' Medici, il quale fu anche l'inventore del genere. Le oscenit che vi abbondano, restano perci semplici allusioni indecenti. Nel primo, il Canto dei Diavoli, questi discendono saltellando sulla terra, e si dichiarano autori di tutti i mali e di tutti i beni che vi sono, incitando gli uomini a seguirli. Nel secondo, Canto d'amanti disperati e di donne, gli amanti piangono le pene invano patite per amore, e dichiarano che perci preferiscono ora l'Inferno; le donne vorrebbero averne piet, ma ormai  tardi, non  pi tempo d'amore, e per esse concludono avvertendo le giovani a non aver troppi rispetti, per non pentirsi poi invano del tempo perduto. Nel terzo, che  intitolato Canto degli Spiriti beati, si deplorano i mali che tribolano il genere umano, specialmente l'Italia.

Tant' grande la sete
Di gustar quel paese,
Ch'a tutto il mondo di la legge pria,
Che voi non v'accorgete
Che le vostre contese
Agl'inimici vostri apron la via.
. . . . . . . . .
Dipartasi il timore,
Nimicizie e rancori,
Avarizia, superbia e crudeltade.
Risorga in voi l'amore
De' giusti e veri onori,
E torni il mondo a quella prima etade.
Cos vi fien le strade
Del cielo aperte alla beata gente,
N saran di virt le fiamme spente.(250)

Da questi versi si vede chiaro, come anche in mezzo al brio ed all'oscenit dei Canti Carnascialeschi, si facciano strada le solite riflessioni del Machiavelli, l'eterno pensiero della patria italiana e delle antiche virt. Il Canto d'uomini che vendono le pine, e il Canto de' ciurmadori s'avvicinano pi degli altri ai veri componimenti carnascialeschi. Seguono un'assai breve canzone, due ottave ed un sonetto. La canzone che incomincia: Se avessi l'arco e l'ale,  parsa a qualche critico moderno imitata da un epigramma greco dell'Antologia Palatina;(251) ma fu dal Piccolomini giustamente osservato che non solo  assai difficile provare che vi sia davvero imitazione visibile, ma che il codice unico contenente l'Antologia di Cefala, cio il Palatino, fu fatto conoscere dal Salmasio assai dopo la morte del Machiavelli. Le due ottave ed il sonetto non hanno molto valore, sono versi amorosi, come pure amoroso  l'altro sonetto che trovasi a stampa nella sua lettera del 31 gennaio 1515. Dei tre sonetti a Giuliano de' Medici e dell'epigramma sul Soderini abbiamo parlato pi sopra. Non  difficile che qualche altra breve poesia del Machiavelli sia rimasta inedita, giacch soleva comporne spesso per suo passatempo.(252) Nella Vaticana trovasi un suo sonetto giovanile, indirizzato al padre, e poco intelligibile, perch scritto, con allusioni oscure, in una lingua piena di riboboli fiorentini, che ricordano il Burchiello.(253)
Venendo ora alle prose letterarie, cominceremo innanzi tutto dal Dialogo sulla Lingua, nel quale si disputa, se la lingua in cui scrissero Dante, il Petrarca ed il Boccaccio, debba chiamarsi italiana o fiorentina. Le ragioni che furono addotte dal Polidori per negare che questo dialogo sia veramente del Machiavelli, non hanno secondo noi, valore di sorta. A lui pare impossibile che il Machiavelli, il quale disse che la venuta dei barbari, fra tanti mali, aveva all'Italia portato l'inestimabile vantaggio della nuova lingua, potesse poi, come si legge nel Dialogo, biasimare aspramente coloro che la chiamano italiana e non fiorentina o toscana. Ma la disputa intorno al nome, sollevata nel 1513 in Firenze, negli Orti Oricellari, dal Trissino,(254) che fece conoscere la prima volta il De Vulgari Eloquentia di Dante, non implica nulla quanto al merito della lingua. Al Polidori sembra impossibile del pari, che colui il quale deplor sempre i mali d'Italia, accusi poi Dante d'aver profetato una grande rovina a Firenze, aggiungendo che la fortuna, per farlo bugiardo, l'ha condotta invece "al presente in tanta tranquillit e s felice stato." Tali parole gli sembrano un'allusione favorevole al governo del principato, cosa di cui non poteva, dice, il Machiavelli esser capace.(255) Ma questi lod pi volte le condizioni in cui Firenze si trovava al suo tempo, anche sotto i Medici, come lod i Medici stessi. Al principato, che cominci solo dopo la sua morte, non poteva certo alludere nel Dialogo. Ma tutti i dubbi del Polidori o di altri debbono cadere innanzi all'autorevole testimonianza del Ricci, il quale afferma chiaro che quel lavoro  del Machiavelli, "quantunque in alcune parti lo stile sia diverso dal solito." Ed aggiunge, che "Bernardo Machiavelli figlio di detto Niccol, oggi di et d'anni 74, afferma ricordarsi averne sentito ragionare a suo padre, e vedutogliene spesso fra le mani."(256) V' qualche volta,  vero, un certo sussiego e classicismo insolito in lui, non per mai tale da giustificare i dubbi, che si vorrebbero muovere sull'essere egli l'autore del Dialogo. Queste diversit di forma non solamente si spiegano con la natura del soggetto, erudito e letterario, ma son poche, e trovan pure qualche riscontro nei Discorsi, nel Principe e nelle Storie. In tutto il resto non mancano punto la solita vivacit, evidenza e spontaneit del Machiavelli. Se poi si esamina la sostanza, vi si trovano paragoni, osservazioni, pensieri cos acuti ed originali, cos propri di lui, che ogni dubbio deve di necessit sparire del tutto.(257)
Questo scritto fu assai probabilmente composto nell'autunno del 1514.(258) L'anno innanzi era stato a Firenze, ed aveva frequentato gli Orti Oricellari il Trissino. Egli che, secondo il Gelli, come abbiamo gi accennato, fu primo a far conoscere ai Fiorentini il De Vulgari Eloquentia di Dante, sollev anche la disputa sul nome da darsi alla nostra lingua. Appoggiandosi alle dottrine sostenute dal sommo poeta, affermava doversi essa chiamare italiana, non toscana, n fiorentina. Ed il Machiavelli, col suo Dialogo, pigliava parte alla disputa, che s'accese allora in Firenze assai vivamente.(259) Incomincia, con una forma, come dicemmo, un po' pi pomposa del solito, ad esporre quel concetto, che non manca quasi mai del tutto nelle sue opere, piccole o grandi che sieno, cio che il maggiore obbligo e pi sacro noi l'abbiamo verso la patria. Aggiunge poi, che fu mosso a scrivere questo suo Dialogo dalla "disputa accesa pi volte, nei passati giorni, se la lingua, cio, in cui scrissero i poeti e prosatori fiorentini, sia da chiamarsi italiana, toscana o fiorentina. Vogliono alcuni, egli continua, che ad ogni lingua dia il proprio carattere la particella affermativa, e cos si avrebbero la lingua del s, la lingua d'och e di huy,(260) come di yes, d'hyo (ja), ecc. Ma, se ci fosse vero, parlerebbero la stessa lingua Siciliani e Spagnuoli. Ond' che altri sostengono invece, che solo quella parte del discorso che si chiama verbo,  la catena e il nervo della lingua. Le lingue che variano nei verbi, sono, secondo questi tali, veramente diverse; quelle, invece, che variano nei nomi o altro, ma non nei verbi, hanno solamente una qualche dissomiglianza fra di loro. Le provincie d'Italia variano molto nei nomi, meno nei pronomi, assai poco nei verbi, e per s'intendono tutte facilmente l'una coll'altra. Anche gli accenti variano il parlare degl'Italiani, non per tanto che essi non s'intendano fra loro, come si vede fra i Toscani, che fermano le parole sulle ultime vocali, e i Romagnuoli, i Lombardi, che le sospendono. Considerate adunque quali sono le differenze in questa lingua italica, bisogna vedere quali, fra i parlari che la formano, tiene la penna in mano. I nostri primi scrittori, fatta qualche rara eccezione, sono fiorentini. Il Boccaccio dice, che egli scrive in lingua fiorentina; il Petrarca non ne parla; Dante,  vero, afferma di scrivere in lingua curiale, e danna ogni lingua particolare d'Italia, compresa la fiorentina; ma egli era nemico di Firenze, e la biasimava in ogni cosa. Inoltre parlare comune  quello che ha pi del comune che del proprio, e viceversa proprio  quello in cui  pi del proprio che del comune; giacch non si trova nessuna lingua, la quale non abbia accattato qualche cosa dalle altre nel conversare. E con le nuove dottrine e le nuove arti,  pur necessario che vengano vocaboli nuovi di l appunto donde vengono quelle arti e dottrine. Questi vocaboli per sono sempre modificati con i modi, i casi e gli accenti della lingua in cui entrano, e formano una sola cosa con essa; altrimenti le lingue parrebbero rappezzate, e non tornerebbero bene. Cos fra noi anche i vocaboli forestieri diventano fiorentini. In questo modo le lingue dapprima arricchiscono, pi tardi si corrompono per la soverchia moltitudine di vocaboli nuovi la imbastardiscono e fanno divenire un'altra cosa. Ma tutto questo segue in uno spazio lunghissimo di tempo, tranne il caso d'una invasione, perch allora la lingua si perde affatto in breve tempo. In questi casi, bisogna, volendo, riassumerla per mezzo degli scrittori di essa, come si fa oggi col latino e col greco.(261) Ora io vorrei chiedere a Dante, che cosa  in lui, che non sia scritta in fiorentino?" E qui, il Machiavelli comincia a disputare in forma di dialogo, per dimostrare che, salvo poche, tutte le parole adoperate dall'immortale poeta sono prettamente fiorentine.
Ogni lingua, egli osserva,  di necessit pi o meno mista; ma quella "si chiama d'una patria, la qual converte i vocaboli che ella ha accattati da altri, nell'uso suo, ed  s potente, che i vocaboli accattati non la disordinano, ma la disordina loro, perch quello che ella reca da altri, lo tira a s in modo che par suo". E si spiega poi anche meglio, ricorrendo ad uno de' suoi soliti paragoni. "I Romani avevano negli eserciti due legioni di loro cittadini, che erano in tutto 12,000 uomini, e 20,000 di altre nazioni;(262) nondimeno, siccome quelli erano veramente il nervo dell'esercito, cos esso si chiamava sempre romano. E tu che hai messo nei tuoi scritti," cos dice il Machiavelli a Dante, "venti legioni di vocaboli fiorentini, ed usi i casi, i tempi, i modi, le desinenze fiorentine, vuoi che i vocaboli avventiz facciano mutar nome e natura alla lingua? Se la chiami comune, perch s'usano in tutta Italia i medesimi verbi, questi sono pure variati in modo che sono da provincia a provincia un'altra cosa. Quello che t'inganna  che tu e gli altri Fiorentini che scrissero, foste celebrati tanto, che i nostri vocaboli furono perci adottati e seguti in tutta Italia. Paragona in fatti i libri scritti nelle altre provincie prima e dopo di noi. Negli uni non troverai le parole fiorentine, che abbondano negli altri, il che  una riprova che imitarono i nostri. Anche oggi gli scrittori delle altre parti d'Italia imitano con mille sudori la nostra lingua, n vi riescono sempre, perch la natura pu pi dell'arte. E quando adoperano termini loro, li spianano alla toscana. Nelle commedie poi, dove  necessario usare le parole e i motti familiari, che per riuscire noti debbono esser propri, i non Toscani hanno poca fortuna. Se uno di essi vorr usare i motti della patria sua, far una veste rattoppata; se poi non vorr usarli, non conoscendo quelli di Toscana, far una cosa monca, che non avr la perfezione sua. Io voglio portare in esempio una commedia (I Suppositi) scritta da uno degli Ariosti da Ferrara.(263) Vedrai in essa una gentil composizione, uno stile ornato ed ordinato; vedrai un nodo bene accomodato e meglio sciolto; ma la vedrai priva di quei sali che ricerca una commedia, non per altra cagione che per la detta, perch i motti ferraresi non gli piacevano e i fiorentini non sapeva."(264) Cita poi alcuni esempi di espressioni ferraresi, che stanno assai male fra le toscane, e conchiude che per iscrivere bene bisogna intendere tutte le propriet della lingua, e per intenderle, andare alla fonte, altrimenti si fa una composizione dove una parte non corrisponde coll'altra. "La poesia pass di Provenza in Sicilia, di quivi in Toscana, pi di tutto in Firenze, e ci per esservi la lingua pi adatta. Ora poi ch'essa s' cos formata, si vedono Ferraresi, Napoletani, Veneziani scrivere bene, avere ingegni attissimi allo scrivere, il che non sarebbe seguto, se i grandi scrittori fiorentini non avessero prima dimostrato loro, come dovevano dimenticare quella naturale barbarie, nella quale il loro patrio linguaggio li sommergeva. Si deve conchiudere, adunque, che non v' una lingua curiale o comune d'Italia, perch quella cui si d questo nome, ha il fondamento suo nella fiorentina, alla quale, come a vero fonte,  necessario ricorrere, e per anche gli avversari, non volendo esser veri pertinaci, hanno a confessarla fiorentina."(265)
Se qui si considera in quali condizioni si trovava allora, fra gli eruditi italiani, la scienza filologica; se si ricorda quanti elogi furono, ai giorni nostri, fatti a Leonardo Aretino, solo per avere egli ragionato della grande differenza che passava fra il latino parlato e lo scritto;(266) se si pensa che il Machiavelli non era n erudito n filologo, le sue osservazioni debbono dare sempre maggior prova dell'ingegno originale che aveva. Dire che l'indole propria delle lingue non sta nel maggiore o minor numero di parole che esse hanno in comune; ma nel verbo, sola parte del discorso che veramente si modifichi nella lingua italiana, la quale ha coniugazioni, non declinazioni, val quanto dire che la grammatica costituisce il carattere distintivo delle lingue. Ora questo  il concetto appunto col quale Federigo Schlegel inizi la filologia comparata nel 1808. Il Dialogo sulla lingua prova chiaro, sebbene nessuno lo abbia finora osservato, che la stessa idea era stata tre secoli prima intravveduta dal Machiavelli.  ben vero, che nell'esporre le sue osservazioni, egli dice spesso: vogliono alcuni; e ci potrebbe far supporre che avesse preso da altri il suo concetto fondamentale. Ma  prima di tutto da ricordare, che il Machiavelli, come abbiam visto altrove, dichiar che credeva opportuno fare uso di queste o di altre simili parole, a conciliarsi meglio l'animo del lettore, quando esponeva idee e considerazioni sue proprie, che potevano sembrare troppo nuove o ardite.(267) Oltre di che, non solamente non si trova, per quanto noi sappiamo, negli eruditi del tempo una qualche traccia anche lontana del concetto suo; ma questo fu sino quasi ai nostri giorni combattuto in Italia, dove, pi lungamente che altrove, la tendenza generale della filologia fu di sostenere invece, che la somiglianza delle parole costituisce la parentela delle lingue. Il Machiavelli, non solo part dal principio opposto, ma prov che il concetto era suo, sapendone cavare conseguenze assai giuste, allora nuove ed arditissime. Certo i tempi non erano maturi, n egli poteva avere le cognizioni necessarie a promuovere la grande rivoluzione scientifica, che fu possibile solo nel principio del secolo XIX. Pure anche dalle osservazioni secondarie, dalle applicazioni che fece del suo concetto, si vede assai chiaro che egli ne comprendeva tutto il valore. L'importanza che d non solo alle forme grammaticali, ma anche all'accento; la confutazione che fa dell'ipotesi, sostenuta da Dante, d'una lingua curiale composta di pi dialetti, che il Machiavelli dice giustamente sarebbe una lingua rappezzata e non viva; la esposizione del come il parlare dei Fiorentini, pure accettando molte parole dagli altri dialetti, le assimil e fece sue, dando ad esse le desinenze e le forme grammaticali sue proprie; tutto ci, dato come conseguenza logica del primo concetto fondamentale,  ragionato in modo che par di sentire il linguaggio d'un filologo moderno. E cos sempre pi si conferma che, quando si tratta di scoprire i caratteri sostanziali dei fenomeni sociali, morali o intellettuali, e determinarne le leggi, il genio del Machiavelli apparisce in tutta quanta la sua potenza, ed il suo occhio vede assai lontano, penetra assai al disotto della superficie.
Di un altro scritto, che  intitolato la Descrizione della Peste di Firenze dell'anno 1527,(268) ed ha forma di epistola,  messa, con assai maggior ragione, in dubbio l'autenticit, sebbene in favore di esso militi il fatto, che ne abbiamo una copia senza dubbio di mano del Machiavelli. In questo autografo sono per giunte e correzioni fatte da Lorenzo di Filippo Strozzi, al quale, in pi parti del manoscritto stesso,  da altra mano antica attribuita tutta la Descrizione.(269) Ci fa credere che il Machiavelli, come nello stesso codice aveva copiato la Commedia in versi, che non si pu creder sua, cos copiasse ancora uno scritto dell'amico Lorenzo Strozzi, che poi lo rivide e corresse di sua mano, il che non avrebbe osato fare con una composizione del suo amico, tanto a lui superiore. Ogni dubbio scomparisce poi, quando appena si comincia a leggere questa Descrizione, che non sar mai attribuita al Machiavelli da nessuno che ne abbia con attenzione letto le opere.
Lasciamo pure da parte, che l'anno 1527 fu quello in cui il Machiavelli mor, e non  certo credibile che, fra i tanti gravissimi pensieri che lo assediavano allora, egli avesse trovato il tempo per mettersi a fare una descrizione della peste. Questa era cominciata alcuni anni prima, e la data potrebbe perci essere inesatta. Ma si pu egli supporre che, nel 1527 o qualche anno prima, il Machiavelli parlasse d'un suo nuovo matrimonio, come fa nella Descrizione, quando si sa che a lui sopravvisse la Marietta, la sola moglie che egli ebbe? E chi vorr mai crederlo autore di uno scritto che incomincia con un periodo contorto e pedantesco come questo: "Non ardisco in sul foglio porre la timida mano, per ordire s noioso principio, anzi quanto pi le tante miserie per la mente mi rivolgo, pi l'orrenda descrizione mi spaventa; e sebbene il tutto ho visto, mi rinnuova il raccontarlo doloroso pianto; n so anche da che parte tale cominciamento fare mi deggia, e se lecito mi fosse, da tale proponimento mi ritrarrei."(270) E continua sempre allo stesso modo. Ecco in fatti come descrive la bellezza d'una donna: "Candido avorio sembravano le fresche sue e delicate carni, e s gentili e morbide da riserbare d'ogni quantunque leggiero toccamento forma, non meno che di un verde prato la tenera rugiadosa erbetta i sospesi vestigi dei leggieri animaletti faccia.... Ma che dir io della melliflua e delicata bocca tra due piagge di rose vestite e di ligustri posta, la quale in tanta mestizia parea, che di un celeste riso non so come splendesse?... Le rosate labbra sopra gli eburnei e candidi denti accesi rubini parieno, e perle orientali insieme miste. Aveva da Giunone del soavemente esteso naso la forma tolta, cos come da Venere delle candide e distese guance, ecc."(271) Se vuol dire d'uno che sedeva sul pancone degli Spini, incomincia: "E sopra il solitario in questi tempi pancone degli Spini, ecc., ecc."(272) Il verbo non viene, se non dopo tre o quattro versi ancora. Ha quindi pienissima ragione il Macaulay, quando afferma che nessuna prova esterna potrebbe indurlo mai a credere il Machiavelli colpevole d'uno scritto cos detestabile, che si potrebbe appena tollerare in uno sciocco scolare di retorica.(273)
Il Dialogo dell'ira e dei modi di curarla, dettato anch'esso in uno stile assai contorto, fu da tutti, salvo il Poggiali e qualche altro, giudicato tale da non potersi in nessun modo attribuire al Machiavelli.  una traduzione dell'opuscolo di Plutarco, Del non adirarsi, come gi dicemmo pi sopra.(274) Ed anche qui noi crediamo che basti citarne qualche periodo, a convalidare senz'altro l'opinione che si pu dire universalmente accettata, che esso cio non sia un lavoro del Machiavelli. Ecco il principio: "Rettamente a me pare, Cosimo carissimo, che faccian quei prudenti pittori, li quali avanti che del tutto finischin l'opere loro, se le tolgono dalla vista per qualche tempo; acciocch l'occhio, per quello intervallo, perdendo l'assidua consuetudine del vedere quella pittura, e dipoi, tornando nuovamente a rivederla, meglio e pi dirittamente ne giudichi, ed in essa conosca i difetti, i quali forse gli avrebbe celati la continua familiarit."(275) Chi vorr supporre che un periodo come questo, che  pure uno dei pi semplici e dei meno contorti in tutto il Dialogo, possa mai attribuirsi al Machiavelli?
La ben nota Novella di Belfagor arcidiavolo fu senza dubbio scritta da lui. Essa non ha grande intreccio, n vera analisi di caratteri; pu dirsi uno scherzo, un capriccio grazioso, di cui molti esempi troviamo nei nostri novellieri. Plutone, osservando come tutti coloro i quali venivano nell'Inferno, si lamentavano sempre delle mogli, a cui attribuivano la cagione della loro condanna, riun i suoi a consiglio, e deliberarono d'indagare la verit del fatto. A questo fine venne mandato sulla terra l'arcidiavolo Belfagor, sotto forma d'uomo, con 100,000 ducati, a prender moglie. Egli spos in Firenze una tale Onesta, figlia d'Amerigo Donati; e subito la superbia, lo spendere, i modi, i parenti di lei lo ridussero alla disperazione ed alla miseria. Perfino alcuni diavoli, che in forma di serventi aveva seco menati, preferirono tornarsene a stare nel fuoco all'Inferno. I creditori lo assediarono in modo, che finalmente si dov dare alla fuga, per evitare la prigionia. Inseguito da essi, dai magistrati, dal popolo, fu nascosto e salvato da un contadino, al quale promise, per gratitudine, d'arricchirlo. Gli disse in fatti, che quando avesse sentito parlare di qualche donna spiritata, indemoniata, fosse pur venuto a trarlo fuori, che esso, per dargli occasione di grosso guadagno, se ne sarebbe andato via. E cos per ben due volte s'avver il caso, con grande fortuna del contadino. La seconda volta per il diavolo, che era entrato nella figlia del re di Napoli, gli disse: Bada che questa sia l'ultima volta, che tu vieni a cavarmi di dove sono, perch, se tu ritorni ancora, avrai a pentirtene amaramente. Ed il contadino, che allora ricevette da quel re la somma di 50,000 ducati, contento ormai dei guadagni fatti, voleva tornarsene a casa, a vivere tranquillo. Ma invece la fama del suo misterioso potere s'era diffusa per tutto, in guisa che trovandosi indemoniata la figlia del re di Francia, Luigi VII, questi ricorse a lui, e non accett scuse. Il contadino dov adunque provare la terza volta. Ma non s'era appena accostato alla figlia del Re, che il diavolo ricordandogli di quanto aveva gi detto, minacciava di farlo pentire, se non andava subito via. E da un altro lato il Re, non volendo sentire ragione, lo minacciava nel capo. Messo cos fra l'incudine ed il martello, il contadino ricorse all'astuzia. Ordin che fosse nella piazza di Nostra Donna costruito un gran palco di legno, su cui dovevano sedere tutti i grandi baroni e prelati del Regno, e in mezzo della piazza un altare, su cui doveva prima celebrarsi la messa, poi esservi condotta la figlia del Re. In un canto dovevano trovarsi venti persone almeno, con trombe, corni, tamburi, cornamuse ed ogni altra sorta dei pi romorosi strumenti, con ordine di sonare e correre verso l'altare, non appena il contadino avesse fatto un cenno, levando in aria il cappello. Tutto finalmente era pronto: i dignitari al loro posto, la piazza piena di popolo, la messa celebrata, la figlia del Re all'altare. Ma il diavolo minacciava sempre il contadino, e da capo lo avvertiva che, se non s'allontanava subito, qualche cosa di ben triste gli sarebbe seguta. Questi allora fece il segno convenuto, levando il cappello, e senza indugio i sonatori s'avanzarono, facendo strepito grandissimo cogli strumenti. All'inaspettato romore, il diavolo, stupito, domand al contadino: Che cosa  mai seguto? Ohim! gli rispose l'altro,  la moglie tua che viene a ritrovarti. A questo annunzio, senz'altro chiedere, il diavolo si dette a precipitosa fuga, tornandosene per sempre all'Inferno, a far fede dei pericoli e dei guai del matrimonio.(276)
Si pretese da alcuni, che con la sua piacevole novella il Machiavelli avesse voluto alludere ai tormenti che egli ebbe dalla sua Marietta; ma i fatti pi noti e i documenti pi accertati dimostrano chiara la insussistenza della pretesa allusione. La Marietta, come abbiam visto, fu sempre una buona moglie, e, se mai, poteva piuttosto fare rimproveri al marito, che meritarne da lui.(277) Vi fu ancora chi pretese, che della novella non fosse autore il Machiavelli, perch un'altra compilazione, non molto diversa, ne venne alla luce col nome di monsignor Giovanni Brevio, nel 1545. I Giunti per la pubblicarono nel 1549, nella sua forma primitiva, col nome del Machiavelli, dichiarando di volerla cos restituire "come cosa propria al fattor suo, essendo stata usurpata da persona che ama farsi onore degli altrui sudori."(278) L'autografo di essa fu poi trovato nella Biblioteca Nazionale di Firenze,(279) il che pose termine alle dispute, giacch le prove intriseche, cavate dallo stile e dalla lingua, erano gi tutte in favore del Machiavelli. Egli non fu certo l'inventore del soggetto, che si trova gi nei Quaranta Visiri, libro turco, derivato da fonte araba, e questa da indiana.(280) Il racconto venne dunque, per tradizione orale, se non scritta, dall'Oriente in Italia, e fu dal Machiavelli narrato nella sua novella, imitata poi dal Brevio, da Doni, dal Sansovino, da G. B. Fagiuoli e da altri. Fra di essi  da citarsi anche il La Fontaine, che riusc in questa imitazione meglio assai che nel racconto imitato dalla Mandragola. Una novella molto simile  oggi popolare anche fra gli Slavi del Sud.(281)
Ricorderemo ora solamente il titolo d'alcuni altri brevissimi scritti del Machiavelli, che hanno poca o nessuna importanza. I Capitoli per una bizzarra compagnia(282) non sono che uno scherzo da ridere. L'Allocuzione fatta da un magistrato nell'ingresso dell'ufficio(283) non contiene altro che alcune considerazioni generali sulla giustizia, pel benessere degli Stati, con una lunga citazione dalla Divina Commedia sullo stesso argomento. Sembra il principio d'un qualche esercizio letterario, appena abbozzato. N molto diverso  il Discorso morale,(284) che pare scritto per essere letto in una delle tante confraternite religiose che v'erano allora a Firenze, ed espone, con una devota unzione, non scevra di certa velata ironia, l'obbligo ed i benefiz della carit verso il prossimo, della obbedienza verso Dio. N occorre fermarsi oltre su di ci.



CAPITOLO XII.

Le Istorie fiorentine. - Il primo libro
o la introduzione generale.

Quando il Machiavelli si pose a scrivere le Storie, vi erano in Firenze due scuole di storici, quella, cio, di coloro che continuavano sempre nella via tenuta dal Villani, e gli eruditi, che avevano preso una direzione affatto diversa. Cronache, Annali, Prioristi, Diar, che registravano giorno per giorno i fatti seguti, se ne scrivevano allora molti, e l'uso n' rimasto in Toscana fino anche ai nostri giorni, presso alcune famiglie. Nessuno di questi lavori per riusciva pi, nel tempo di cui discorriamo, ad avere una reputazione letteraria. Il Tumulto dei Ciompi di Gino Capponi, le Istorie di Giovanni Cambi, quelle dello Stefani, il Diario di Biagio Buonaccorsi e molti altri simili scritti sono dicerto sorgente preziosa di notizie, ma come opere d'arte valgono assai poco. Da un pezzo quindi primeggiavano gi gli eruditi, che avevano messo nell'ombra i cronisti, e, seguendo una via nuova, trovarono imitatori in tutta Italia. Ormai solo gl'ingegni minori, e quelli che non facevano professione di lettere, osavano seguire la vecchia strada. I principali rappresentanti fra gli storici eruditi erano stati a Firenze Leonardo Aretino e Poggio Bracciolini, che godevano ancora una grandissima fama. Essi, come abbiam visto altrove,(285) scrivevano in latino ciceroniano; non si contentavano pi di registrare giorno per giorno i fatti seguti; volevano aggrupparli con arte, alla maniera di Tito Livio, che pigliavano a modello. Sprezzavano la cronica, perch miravano alla dignit classica della storia; ma la facevano consistere nel dare ai fatti che narravano, grandi proporzioni; nel trasformare le pi piccole scaramucce dei Fiorentini in battaglie strepitose. I loro personaggi vestivano la toga romana e, per sempre pi imitar gli antichi, pronunziavano solenni discorsi che riuscivano retorici. Tale era il carattere generale di questi scrittori. Leonardo Aretino per faceva, pel suo raro ingegno critico, in non piccola parte, eccezione.  ben vero che egli dice d'essersi messo a scrivere, "perch le gloriose opere del popolo fiorentino meritano d'essere tramandate ai posteri, e la guerra da essi sostenuta contro Pisa pu essere paragonata a quella dei Romani contro Cartagine. Sgomenta per la difficolt dell'impresa, e soprattutto la rozzezza dei nomi moderni, che sono restii ad ogni eleganza."(286) E con tali parole sembrerebbe voler seguire la via di quasi tutti gli altri storici eruditi. Ma cos non era, a causa appunto della originalit del suo ingegno.
Agli storici eruditi in generale mancava ogni spontaneit e vivacit, ogni colorito. E sotto questo aspetto riuscivano inferiori ai cronisti del Trecento ed anche a coloro che, nello stesso Quattrocento, per mancanza di cultura classica li imitavano. Chi, per esempio, legge le storie del Bracciolini, non si avvedrebbe che egli era stato segretario della Repubblica fiorentina. Giammai un aneddoto, un ritratto copiato dal vero, una descrizione di uomini o di luoghi personalmente veduti. E questo pu dirsi un carattere generale degli eruditi. Essi per abbandonarono la via tenuta dai cronisti, i quali narravano cronologicamente i fatti, senza punto coordinarli fra loro. Gli eruditi invece, anche in ci imitando gli antichi, li aggruppavano, li collegavano. Era per un collegamento pi letterario e formale che logico. Ma questa unit letteraria e formale apr la via alla unit intrinseca e logica.
Quelli che primi entrarono per questa via, iniziando cos la critica storica, furono il Biondo e pi specialmente l'Aretino. Essi vennero spinti a ci dalla natura del loro ingegno, ed anche del soggetto che avevano impreso a trattare, perch non si limitarono solo alla storia contemporanea; ma si occuparono molto di storia generale del Medio Evo. E questo doveva di necessit spingerli alla critica delle fonti.
Noi avemmo gi occasione di notare che Flavio Biondo fu uno di coloro che iniziarono la critica storica nel tempo stesso che altri iniziavano la filologica e la filosofica. Egli in fatti non solo esamina la diversa credibilit degli autori; ma anche quando narra avvenimenti contemporanei dei quali ha avuto notizia da testimoni oculari, discute se questi erano in condizione da conoscere il vero e da volerlo fedelmente esporre. Qualche volta, perfino dall'esame di una frase popolare, sa cavare la prova della credibilit di alcuni avvenimenti storici.(287) Leggendo i suoi scritti si vede, come fu gi osservato da altri, che la critica era allora nell'aria stessa che si respirava. Essa pareva qualche volta che nascesse spontaneamente prima quasi, che gli scrittori che la promovevano ne fossero del tutto consapevoli.
L'Aretino per che precedette il Biondo aveva maggiore ingegno ed originalit, pi vasta dottrina e non minore spirito critico. Egli scrive che vuole non solamente narrare, ma anche esporre "le cagioni dei partiti presi e rendere giudizio delle cose accadute."(288) Certo non sempre riesce nel suo intento; ma pi di una volta apparisce come un precursore del Machiavelli, quasi un anello di congiunzione fra gli storici del secolo XV e quello del XVI. Dopo avere accennato agli Etruschi ed ai Romani, incomincia col dare uno sguardo alla storia generale del Medio Evo. Suo scopo  qui, egli lo dice chiaramente, di ricercare le origini storiche della citt di Firenze, abbandonando le volgari e favolose opinioni (vulgaribus fabulosisque opinionibus rejectis).(289) Senza dubbio fu il primo (e gli fa grande onore) che abbandon tutte quante le favolose e spesso puerili leggende, sulle origini della Citt, leggende di cui le cronache, a cominciare dal Villani, sono piene. Si ferma invece a parlar di Firenze colonia romana. Cos pure lascia da parte il racconto favoloso di Firenze distrutta da Totila e ricostruita da Carlo Magno, pi di una volta correggendo il Villani, che  pure, nei primi libri la sua fonte principale. A differenza dal Bracciolini, egli non  contento di narrar solamente le guerre esterne, fermandosi spesso a parlare anche dei fatti interni di Firenze. E, quello che  anche pi notevole, in questi casi non si contenta dei soli cronisti, ma ricorre anche ai documenti d'archivio, di che la sua opera d spesso prove sicure. La storia speciale di Firenze incomincia col secondo libro e nei nove successivi  condotta fino al principio del secolo XV. Non ostante i suoi molti pregi, questa storia non riesce per, come abbiam gi notato, a liberarsi da molti difetti degli umanisti, specialmente nei discorsi qualche volta interminabili che pone in bocca dei personaggi.(290)
Questi difetti sono assai pi visibili nel Bracciolini, il quale, dopo avere accennato, in sei o sette pagine, gli avvenimenti seguti fino al 1350, comincia a procedere pi lento, fermandosi per sempre alla sola narrazione magniloquente delle guerre, che nella sua storia paion tutte guerre degli antichi Romani.(291) Egli scrive con assai minore critica dell'Aretino e con pi fretta, ma con maggiore vivacit e spontaneit di forma latina. Questo bast, perch il suo libro avesse allora gran fama.
Ma la storia erudita decadeva al tempo del Machiavelli; l'Aretino ed il Bracciolini, che le avevano dato rinomanza, appartenevano ad un'altra generazione. La lingua italiana che era tornata in onore, il grande e continuo studio che degli avvenimenti politici avevano cominciato a fare gli ambasciatori e gli uomini di Stato italiani, rendevano necessario un altro modo di trattarla. Si voleva una storia scritta in italiano, che fosse ad un tempo eloquente, vivace e fondata sullo studio della realt, sulla conoscenza dell'uomo e delle vere cagioni dei fatti, che dovevano essere fra loro logicamente connessi. La forma moderna, quella stessa a cui anche oggi tutti miriamo, doveva finalmente nascere. Per questa ragione, quando gli amici del Machiavelli trovarono nella sua Vita di Castruccio Castracani il nuovo stile storico, gli furono prodighi di lodi, e lo incoraggiarono a trattare anche questo genere.
Non dobbiamo per dimenticare, che allora il Guicciardini aveva gi scritto la sua Storia fiorentina, della quale abbiamo altrove parlato.(292) E sebbene essa non sia che un lavoro giovanile, fino ai nostri giorni restato inedito in casa de' suoi eredi, e quindi ignoto a tutti, pure vi si ritrovano gi i caratteri sostanziali di quel genere storico, che  una delle creazioni pi originali degli Italiani del Rinascimento. Il circoscriversi, com'egli fece, alla narrazione d'avvenimenti che si possono dire contemporanei, ed il non avere del tutto abbandonato la divisione per anni, dimostrano,  vero, che nel suo scritto resta ancora qualche debole legame con la forma della cronica e degli annali. L'evidenza per e la precisione della narrazione sono maravigliose; grande  l'accuratezza delle indagini fatte anche su documenti originali. La connessione intrinseca degli avvenimenti, l'analisi del carattere degli uomini politici, l'esatta descrizione dei partiti e delle ambizioni personali, sopra tutto dell'azione esercitata dai principi, dai capi di parte e dalle passioni popolari sugli avvenimenti, danno a quest'opera giovanile un altissimo valore.
Il Machiavelli spezz finalmente ogni legame colla cronica. Egli non conosceva l'opera del Guicciardini, a cui l'autore stesso, gi troppo occupato negli affari, dava poca importanza: si direbbe quasi che la tenesse celata. Ricevuta, per favore del cardinale de' Medici, la commissione di scrivere le storie di Firenze, voleva incominciarla dal 1431. In quest'anno Cosimo il Vecchio era tornato potentissimo dall'esilio, e l'autorit dei Medici s'era potuta finalmente consolidare. Gli avvenimenti dei tempi anteriori erano stati gi trattati dall'Aretino e dal Bracciolini, "duoi eccellentissimi istorici."(293) Si dovette per ben presto accorgere, che essi "avevano parlato solo delle guerre esterne; ma delle civili discordie, delle intrinseche inimicizie e degli effetti che da quelle erano nati, avevano o taciuto o ragionato appena fugacemente. Ed in ci essi errarono, perch nessuna lezione  utile a coloro che governano, quanto quella che dimostra le cagioni degli od e delle divisioni, massime in una citt come Firenze, in cui le divisioni furono per numero infinite; portarono esili, morti, devastazioni, e pure non poterono impedire la prosperit della Repubblica, anzi pareva che l'aumentassero." Come apparisce da ci che abbiam detto pi sopra non  esatto il dire che delle cose interne l'Aretino non si sia occupato. Di esse in ogni modo il Machiavelli si propose d'occuparsi; e questo costituisce il pensiero che informa e dirige i primi libri delle sue Istorie Fiorentine (a cominciare dal secondo), ne determina il carattere e la grande originalit, facendo di lui il vero fondatore della storia civile e politica. Non bisogna per credere che egli proceda sistematicamente, tutto sottoponendo ad un solo e medesimo concetto. La sua storia, scritta in pi anni, ha carattere, nei suoi var libri, diverso e mutabile. Spesso anche l'autore si lascia trascinare da simpatie o antipatie personali, che egli ha per alcuni uomini o fatti sui quali si ferma pi lungamente.(294)
La sua opera  divisa in otto libri, che formano tre parti assai ben distinte fra di loro. Il primo  una introduzione generale sulla storia del Medio Evo, per cercare in esso le origini del Comune, e farsi un'idea chiara della nuova societ formatasi dopo la caduta dell'Impero Romano. Questo libro, incominciando dalle invasioni barbariche, si distende fino ai primi del secolo XV, e si pu esaminare come un lavoro a parte. I tre successivi narrano la storia civile, interna di Firenze, dalle origini fino al ritorno di Cosimo nel 1434. Gli ultimi quattro trattano gli avvenimenti seguiti dopo, fino al 1492, anno in cui mor Lorenzo il Magnifico. Ed in questi l'autore cambia nuovamente il suo metodo, giacch sembra non avere pi voglia di fermarsi ai fatti interni della Repubblica, i quali lo avrebbero obbligato ad esporre minutamente come fu dai Medici distrutta la libert. Scrivendo per commissione del cardinal Giulio, al quale, quando fu papa, dedic poi la sua opera, il Machiavelli doveva naturalmente rifuggire da un argomento, che non avrebbe potuto n voluto trattare con la fredda impassibilit, di cui di prova il Guicciardini nella sua Storia fiorentina. Si ferm quindi lungamente a parlare, invece, delle guerre esterne, che in quegli anni furono condotte da capitani di ventura, dei quali pot far conoscere tutta la malvagit, insieme con la inutilit delle loro armi, con i pericoli che da esse venivano agli Stati italiani. Seguono i Frammenti storici, che dovevano formare il libro nono, non mai compiuto.
Il primo libro  stato dai critici assai lodato, anzi esaltato. Si  voluto in esso vedere un concetto nuovo, originale, il primo tentativo di narrare, per sommi capi, la storia generale del Medio Evo; si  voluto anche trovarvi una grande erudizione, un ordine ammirabile, una esatta e nuova distribuzione, che pone in luce i fatti principali, trascurando sempre tutto ci che  secondario, tale in sostanza che fu necessario, a chi tratt lo stesso soggetto, d'imitarla sempre.(295) Ma per mettere le cose a posto, bisogna innanzi tutto ricordarsi, che l'idea d'una storia generale del Medio Evo non era nuova. Una tale storia l'aveva gi scritta in grandi proporzioni Flavio Biondo, ed anche Leonardo Aretino se ne era occupato nel suo primo libro, come dopo di lui fece ampiamente e di proposito il Machiavelli. E quanto alla erudizione,  pur forza riconoscere che dal Biondo egli la prese tutta, assai spesso compendiandolo, qualche volta anche traducendolo.(296) Molti errori di fatto sono dal primo senz'altro passati nel secondo, che dallo stesso originale imit ancora quella che  la parte migliore nella distribuzione generale della materia, la quale pi volte, invece, per sola sua colpa, disordin a capriccio. Trattandosi per di raccogliere in sessanta pagine in ottavo tutto ci che era contenuto in un grosso volume in foglio, l'imitazione non poteva mai oltrepassare certi confini. Nel Machiavelli v' inoltre un nuovo concetto politico, generale, a cui il Biondo non avrebbe saputo mai sollevarsi, e che informa tutto questo primo libro, dandogli, come vedremo, un nuovo e grande valore. Ma discorriamo prima delle imitazioni.
Dette alcune brevi parole sulle invasioni dei barbari in generale, il Machiavelli narra che, dopo i Cimbri respinti da Mario, i primi invasori furono i Visigoti, i quali vennero da Teodosio disfatti per modo che si ridussero alla sua obbedienza, e sotto di lui militarono. Ma quando egli mor, lasciando eredi dell'Impero i figli Arcadio ed Onorio, Stilicone consigli loro che negassero lo stipendio ai Visigoti; laonde questi, per vendicarsi, elessero a loro re Alarico, e saccheggiarono Roma. Tutto il racconto  qui imitato dal Biondo, da cui l'ultima parte  quasi tradotta.(297) E cos si continua. Imitata dal Biondo  la narrazione del passaggio dei Vandali in Africa, chiamati col da Bonifazio, che vi governava in nome dell'Impero. Dalla stessa fonte sono prese le strane ed erronee notizie che il Machiavelli ci d sull'Inghilterra. Non  imitato il ritratto che fa di Teodorico; ma pi di una frase dimostra chiaro che, nel disegnarlo, egli non aveva abbandonato del tutto il suo originale. E vi torna subito assai pi da vicino quando arriva ai Longobardi, compendiandolo addirittura nel discorrere dei Greci, specialmente di Narsete e di Longino. L dove poi il Biondo, uomo religiosissimo, si ferma a parlar lungamente dei papi e della loro storia, il Machiavelli lo abbandona, per accennar solo pochi fatti, e fermarsi invece a far molte osservazioni sue proprie. Anche quando arriva ai Comuni, ritroviamo nuovamente le tracce del suo originale. E cos pu dirsi ogni volta che si narrano fatti, e non si espongono considerazioni, le quali il Machiavelli non copiava, n imitava mai da nessuno. Perfino la narrazione delle origini di Venezia, di cui fu tanto lodata, esaltata l'eloquenza, e che ha veramente lo stile proprio di lui, apparisce in pi parti imitata dallo stesso modello. Basta paragonare i due autori, per convincersi di quanto abbiam detto.(298)
E neppure pu dirsi meritata l'altra lode, che il Machiavelli cio abbia saputo ordinare logicamente i fatti, e distinguere i principali dai secondari, fermandosi su quelli, per sorvolare appena su questi. Egli invece li ordina non gi obbiettivamente, ma secondo alcuni suoi concetti generali, ai quali qualche volta artificiosamente costringe i fatti a servire.  assai evidente, che egli si ferma pi a lungo, non su quelli che hanno una maggiore importanza propria, ma su quelli che valgono meglio a mettere in luce il suo pensiero dominante, trascurando spesso, in modo singolarissimo, ogni cosa che a tal fine non pu servire. Da questi concetti adunque derivano cos i pregi come i difetti dello scritto che ora esaminiamo. Quali siano poi questi concetti non occorrono molte parole a dimostrarlo. Essi si presentano da s stessi, appena incominciamo la rapida e sommaria esposizione del libro.
Dopo avere accennato alle prime invasioni germaniche, alle cause ed origini di esse, il Machiavelli prosegue ricordando sommariamente la presa ed il sacco di Roma pei Visigoti di Alarico, le irruzioni degli Unni di Attila, dei Vandali di Genserico, per venire poi a quella di Odoacre re degli Eruli, che, "partitosi dalle sedi che teneva sul Danubio, prese il titolo di re di Roma, e fu il primo dei capi dei popoli, che scorrevano allora il mondo, e che si posasse ad abitare in Italia."(299) Su tutto ci cammina rapidissimamente. La prima figura che egli si fermi davvero a contemplare e descrivere con particolare amore, alla quale d un grande rilievo, facendola giganteggiare nel principio della sua narrazione,  quella di Teodorico re degli Ostrogoti, che, dopo avere combattuto e vinto Odoacre, gli successe col titolo, egli dice, di re d'Italia, e cerc riordinarla, rispettando e ripristinando le istituzioni romane. Qui il Machiavelli si esalta, e non pu passar oltre con la solita fretta, incontrandosi, come a dire, sulla soglia della sua storia, con una immagine vera e reale di quel Principe riformatore, da lui, in tutta la sua vita, vagheggiato. Ne resta perci come affascinato. Ha sempre dinanzi a s l'opera del Biondo; ma per meglio far corrispondere al suo ideale il personaggio reale che descrive, omette o attenua alcuni particolari, i quali ricordano troppo chiaramente che si tratta sempre d'un barbaro conquistatore, non di un liberatore. Dove il Biondo dice, che Teodorico non solo imped ai Romani ed agl'italiani tutti di formar parte dell'esercito, ma anche di avere armi proprie, il Machiavelli dice: "accrebbe Ravenna, instaur Roma, ed eccettoch la disciplina militare, rend ai Romani ogni altro onore."(300) E conchiude che, se le tante virt, le quali esso ebbe nella pace e nella guerra, non fossero state, in sul fine della vita, macchiate da alcune crudelt, come la morte di Boezio e di Simmaco, sarebbe la sua memoria in ogni parte degna di onore grandissimo. "Mediante la virt e la bont sua, non solamente Roma e Italia, ma tutte le altre parti dell'occidentale Imperio, libere dalle continue battiture che, per tanti anni, da tante inondazioni di barbari, avevano sopportate, si sollevarono, ed in buon ordine ed assai felice stato si ridussero."(301)
Per far poi anche meglio grandeggiare e risplendere la figura del suo eroe, si ferma a descrivere con eloquenza i dolori e le calamit che prima di lui, cio sotto Arcadio ed Onorio, l'Italia aveva sopportate. "Erano mutate," egli dice, "le leggi, le lingue, i costumi; v'erano state la rovina ed il nascimento di molte citt," "le quali cose, ciascuna per s, non che tutte insieme, fariano, pensandole, non che vedendole e sopportandole, ogni fermo e costante animo spaventare.... In tra tante variazioni non fu di minor momento il variare della religione, perch, combattendo la consuetudine dell'antica fede coi miracoli della nuova, si generarono tumulti e discordie gravissime in tra gli uomini." "N solo combatteva l'antica colla nuova religione, ma la cristiana, divisa e suddivisa in varie stte e Chiese, era internamente lacerata." "Vivendo adunque gli uomini intra tante persecuzioni, portavano descritto negli occhi lo spavento dell'animo loro, perch oltre agl'infiniti mali ch'e' sopportavano, mancava a buona parte di loro di poter rifuggire all'aiuto di Dio, nel quale tutti i miseri sogliono sperare, perch, sendo la maggior parte di loro incerti a quale Dio dovessero ricorrere, mancando di ogni aiuto e di ogni speranza, miseramente morivano. Merit pertanto Teodorico non mediocre lode, sendo stato il primo che facesse quietare tanti mali, talch per trentotto anni che regn in Italia, la ridusse in tanta grandezza, che le antiche battiture pi in lei non si riconoscevano."(302) La cresciuta eloquenza dello stile rivela qui il grande entusiasmo dello scrittore.
Dopo la morte di Teodorico segue il dominio dei Greci, per opera di Belisario e di Narsete. Questi, sdegnato contro l'Imperatore greco, chiam i Longobardi, che furono padroni d'Italia. Essi non la unirono, ma la divisero fra trenta duchi; e cos non solo non riuscirono mai a dominarla tutta, ma dettero modo ai papi di farsi ogni giorno pi vivi, mantenendola sempre divisa, per comandarvi a lor modo. In fatti, appena videro che, non ostante le loro arti, si trovavano alla merc dei Longobardi, e non potevano sperare pi aiuto dall'Imperatore greco, che era divenuto debolissimo, chiamarono i Franchi. "Dimodoch tutte le guerre che a questi tempi furono dai barbari fatte in Italia, furono in maggior parte dai pontefici causate, e tutti i barbari che quella inondarono, furono il pi delle volte da quelli chiamati. Il qual modo di procedere dura ancora in questi nostri tempi, il che ha tenuto e tiene l'Italia disunita ed inferma. Pertanto, nel descrivere le cose seguite da questi tempi ai nostri, non si dimostrer pi la rovina dell'Impero, che  tutto in terra; ma l'augumento dei pontefici e di quelli altri principati, che dipoi l'Italia infino alla venuta di Carlo VIII governarono. E vedrassi come i papi prima colle censure, dipoi con quelle e con le armi insieme, mescolate con le indulgenze, erano terribili e venerandi; e come, per avere usato male l'uno e l'altro, l'uno hanno al tutto perduto, e dell'altro stanno a discrezione d'altri."(303) E questo  il secondo concetto che domina costantemente nel primo libro delle Storie. Da un lato il Principe riformatore, che tenta riunire l'Italia, sollevarla dai dolori e dalla miseria, renderla felice; da un altro i papi che, per mantenersi potenti, la tengono divisa, la risospingono nella sventura, e per sono dal Machiavelli abominati. Tutto ci egli dice e ripete con eloquenza, con enfasi, in un libro scritto per commissione d'un papa, al quale lo dedica. Tale era veramente colui, che ci fu dipinto come astuto, finto, falso. Invece egli non seppe, non volle mai nascondere n velare le sue convinzioni scientifiche o politiche, in nessun tempo, a chiunque rivolgesse la sua parola, per quanto potessero riuscire ingrate a chi lo ascoltava, ed anche pericolose a s stesso, che del Papa aveva bisogno a poter continuare la sua opera, la quale per commissione di lui aveva cominciata. Fortunatamente anche la consuetudine dei tempi lo secondava, lasciando essa in tali materie ampia libert di pensare e di parlare. Clemente VII infatti non si offese punto d'un cos libero e severo linguaggio.
In ogni modo, il Machiavelli continuava inesorabile la sua narrazione, esponendo come i Franchi, chiamati che furono in Italia, vennero e fecero le ben note donazioni, che dettero origine al dominio temporale dei successori di S. Pietro. Carlo Magno fu coronato imperatore dal Papa, al quale egli aveva dato nuovo potere sulla terra. Alla sua morte, l'Impero, diviso prima tra i figli, pass in Germania, e l'Italia cadde in un periodo di grandissimo disordine, durante il quale si fecero var tentativi per la creazione d'un re nazionale, tentativi che, non solo riuscirono vani, ma finirono col farla cadere sotto l'impero degli Ottoni, durante i quali cominciarono pi tardi a sorgere i Comuni. Ed in questo mezzo i papi, fedeli sempre alle loro tradizioni, avidi sempre d'autorit, e di potere, tolsero al popolo romano prima il diritto di acclamare l'imperatore, poi quello di eleggere il capo della Chiesa, per dare finalmente essi l'esempio di deporre un imperatore. Ed allora alcuni presero le parti dell'Impero, altri del Papato, "il che fu seme degli umori guelfi e ghibellini, acciocch l'Italia, mancate le inondazioni barbare, fosse dalle guerre intestine lacerata."(304)
Nel parlare della grande contesa tra il Papato e l'Impero, cominciata con Arrigo II imperatore ed Alessandro II papa, continuata sotto Gregorio VII, il Machiavelli si ferma poco o punto ai particolari, non ricorda neppure il nome di questo grande pontefice; ma accenna in generale alla superbia, alla pertinacia e fortuna dei papi, alla umiliazione da essi inflitta in Canossa all'Imperatore, dopo di che trovarono nuovi aiuti nei Normanni, che avevano fondato il reame di Napoli, ed erano molto ossequenti alla Chiesa. Tutto questo per, egli dice, non bast loro, perch i papi meditavano sempre cose nuove. Urbano II, che era in Roma odiato, non gli parendo essere abbastanza sicuro fra le divisioni d'Italia, si volse ad una generosa impresa. And in Francia a predicare la Crociata contro gl'infedeli, e tanto accese gli animi, che fu deliberata la guerra contro i Saraceni in Asia, "dove molti re e molti popoli concorsero con danari, e molti privati senza alcuna mercede militarono. Tanto poteva allora negli animi degli uomini la religione, mossi dall'esempio di quelli che ne erano capi."(305) E se questa volont del Papa  la sola causa delle Crociate, le conseguenze generali e molteplici del grande avvenimento riduconsi, secondo il Machiavelli, alla istituzione dell'ordine dei Templari, di quello dei Cavalieri Gerosolimitani, e ad alcune conquiste in Oriente. "Seguirono in vari tempi vari accidenti, dove molte nazioni e particolari uomini furono celebrati."(306) Ecco tutto.
E qui si presenta a noi un'altra considerazione. Non solamente le Crociate, ma tutti quanti i pi grandi avvenimenti storici hanno pel Machiavelli una causa individuale, personale. I Visigoti vengono in Italia sotto Alarico, per tradimento di Stilicone; i Vandali vanno di Spagna in Africa, perch chiamati da Bonifazio, di cui Ezio aveva provocato la destituzione; e vengono in Italia chiamati da Eudossia, che voleva vendicarsi; i Longobardi vengono, perch Narsete persuade Alboino loro re a fare la nuova impresa; e cos le Crociate sono provocate, cominciate quasi per capriccio d'Urbano II. Le cagioni e le conseguenze generali, impersonali di tutti questi fatti scompaiono sempre nelle Storie del Machiavelli. Perch egli si occupi della religione, bisogna che essa diventi una istituzione, una Chiesa, o si personifichi in un papa; perch si occupi della civilt, bisogna che assuma la forma di legge, di Stato, di governo o di un grande personaggio politico. E come nel Principe e nei Discorsi egli d al suo legislatore una potenza illimitata, rendendolo capace di fondare a suo arbitrio o distruggere una repubblica, una monarchia, un governo qualunque, per dar luogo ad un altro, cos nelle Storie la volont, l'energia e l'intelligenza individuale sono per lui la causa unica di tutti i pi notevoli avvenimenti. E i grandi uomini che ne son gli autori, non vengono educati, formati, ispirati dal popolo; non ricevono da questo la propria forza; ma sono essi, invece, che gl'impongono la loro volont, gl'infondono il loro pensiero, gli dnno quasi la propria forma. Qui  la chiave che ci schiude ad un tempo il segreto del suo sistema storico e del suo sistema politico. Di certo la leggenda medioevale aveva gi prima immaginato queste spiegazioni personali dei fatti storici anche pi generali. Ma pel Medio Evo l'uomo era sempre un cieco strumento nella mano della Provvidenza, che guidava popoli, capitani, imperatori e papi, e con essa tutto si spiegava. Per gli eruditi del secolo XV la Provvidenza, invece, era scomparsa del tutto dalla storia, e la leggenda si trasform in spiegazioni affatto personali. Di esse abbonda gi l'opera del Biondo, che il Machiavelli aveva dinanzi; ma egli le riun facendone addirittura il suo sistema storico, su cui fond il suo sistema politico. L'uno e l'altro derivano dalla medesima sorgente, da uno stesso modo di concepire l'uomo e la societ; sono quasi le due facce sotto cui ci apparisce il suo concetto fondamentale. La sua storia inoltre, anche in ci simile alla sua politica, poco o punto si occupa di lettere, di arti, di commercio, d'industria, di religione, di questioni sociali. Si occupa solo di chi vince e di chi perde, sia nella guerra, che nella lotta dei partiti; si occupa dei mezzi con cui la vittoria si ottiene, delle cause che producono la disfatta; ma soprattutto dello Stato e di coloro che lo fondano, lo modificano o lo distruggono. Gli altri problemi, le altre attivit dell'uomo e della societ, le altre considerazioni gli sono quasi del tutto indifferenti.
Continuando la sua narrazione, il Machiavelli accenna assai brevemente alla lotta dei Comuni contro Federigo Barbarossa, ed all'aiuto che essi ricevettero allora dal Papa. Si ferma invece pi a lungo a parlare del giudizio, al quale papa Alessandro III sottopose il re Arrigo d'Inghilterra, "giudizio cui un uomo privato si vergognerebbe oggi sottomettersi."(307) E poi torna al solito a parlare delle arti e della politica dei papi, narrando come, estinta la famiglia dei Normanni di Napoli, non potendo essi prendere per s il Reame, lo fecero occupare dagli Hohenstaufen. E dopo avere accennato a Federigo II, senza dir nulla della parte grandissima che egli ebbe nel promuovere la cultura, si ferma invece a narrare come i papi, sempre inquieti e gelosi, chiamarono contro i discendenti di lui Carlo d'Angi, cui dettero l'investitura del Reame. E quando l'Angioino, che fu colle sue armi vittorioso, divenne anche Senatore di Roma, e parve perci ad essi troppo potente, subito gli chiamarono contro Rodolfo imperatore. "Cos i pontefici ora per causa della religione, ora per loro propria ambizione, non restavano di chiamare in Italia umori nuovi, e suscitare nuove guerre; e poich eglino avevano fatto potente un principe, se ne pentivano e cercavano la sua rovina, n permettevano che quella provincia, la quale per loro debolezza non potevano possedere, altri la possedesse. E i principi tremavano, perch sempre, o combattendo o fuggendo, quelli vincevano."(308) E cos i papi, per la loro smodata ambizione, fecero sempre pi peggiorare le cose d'Italia. Niccol III (1277-81) fu poi il primo che inizi il nepotismo, e subito dopo i suoi successori passarono anche in ci ogni confine. "Laonde, come da questi tempi indietro non s' mai fatta menzione di nipoti o di parenti di alcuno pontefice, cos per l'avvenire ne fia piena l'istoria, tanto che noi ci condurremo ai figliuoli, n manca altro a tentare ai pontefici, se non che, come eglino hanno disegnato insino ai tempi nostri di lasciarli principi, cos per l'avvenire pensino di lasciare loro il papato ereditario."(309) E procederono tanto oltre nella loro ambizione, che Bonifazio VIII volse contro i Colonnesi, suoi nemici, le armi spirituali insieme con le temporali. "Il che, sebbene offese alquanto loro, offese assai pi la Chiesa, perch quelle armi, le quali per carit della fede avevano virtuosamente adoperate, come si volsero per propria ambizione ai Cristiani, cominciarono a non tagliare. E cos il troppo desiderio di sfogare il loro appetito, faceva che i pontefici a poco a poco si disarmavano."(310)
Gli altri avvenimenti politici, anche se di grandissima importanza, come ad esempio i Vespri Siciliani, le discordie dei Guelfi e dei Ghibellini, le vicende nel Napoletano, sono appena accennati, per parlar sempre di quei fatti che in qualche modo potevano valere a giustificare le simpatie o antipatie politiche dell'autore, a confermare le sue teorie. Cos sempre pi chiaro apparisce, che egli non mirava punto ad un ordinamento obbiettivo dei fatti, secondo il loro intrinseco valore, n quindi poteva riuscirvi. Il suo scopo, invece,  costantemente quello di ritrovare nella storia la conferma del suo concetto politico, il che non gli era difficile, avendolo da essa la prima volta cavato, n essendo egli molto scrupoloso nella esattezza dei minuti particolari. Assai rapidamente parla ancora del viaggio d'Arrigo VII in Italia, e delle molte conseguenze che ne derivarono; e si ferma invece lungamente a descriverci le arti, le astuzie, le perfidie con cui i Visconti, specialmente Matteo, s'impadronirono di Milano, cacciandone i della Torre. E colorisce a suo modo questi fatti, nei quali ritrova da capo le arti del Principe nuovo, argomento di cui, direttamente o indirettamente, non si stanca mai di parlare. Pi innanzi, dopo aver narrato altri avvenimenti, il Machiavelli d, non si sa come n perch, un gran passo indietro, per raccontarci le origini di Venezia. E poi da capo incontra un personaggio che lo induce a fermarsi, e questi  il tribuno Cola di Rienzo, che se avesse finito come aveva cominciato, sarebbe stato un altro degli uomini da lui pi ammirati. Ed infatti comincia subito a parlarne con entusiasmo, per poi abbandonarlo con disprezzo, appena lo vede, senza ragione, disertare la bene iniziata impresa di ricostituire la repubblica romana.(311) Continua descrivendo i disordini d'Italia; lo scisma della Chiesa; il trasferimento della sede in Avignone ed il suo ritorno a Roma; i Concil di Pisa e di Costanza; le ambiziose mire dei Visconti, massime di Giovanni Galeazzo; le strane vicende di Giovanna II di Napoli; le imprese militari dello Sforza, di Braccio di Montone e degli altri condottieri italiani, i quali egli, fin da questo momento, ci dice che furono la rovina della patria e delle sue armi.
E finalmente, dopo avere enumerato i principi e gli Stati, che nel secolo XV tenevano divisa l'Italia, il Machiavelli conchiude: "Tutti questi principali potentati erano di proprie armi disarmati. Il duca Filippo,(312) stando rinchiuso per le camere, e non si lasciando vedere, per i suoi commissar le sue guerre governava. I Veneziani, come e' si volsero alla terra, si trassero di dosso quelle armi, che in mare gli avevano fatti gloriosi, e seguitando il costume degli altri Italiani, sotto l'altrui governo amministravano gli eserciti loro. Il Papa, per non gli star bene le armi in dosso, sendo religioso, e la regina Giovanna di Napoli, per essere femmina, facevano per necessit quello che gli altri, per mala elezione, fatto avevano. I Fiorentini ancora alle medesime necessit ubbidivano, perch, avendo per le spesse divisioni spenta la nobilt, e restando quella repubblica nelle mani della mercanzia, seguitavano gli ordini e la fortuna degli altri." "Erano adunque le armi d'Italia divenute mercenarie, in mano di condottieri che ne facevano mestiere, e che, alleatisi per comune interesse, avevano ridotto la guerra a un'arte in cui nessuno vinceva. Finalmente" "la ridussero in tanta vilt, che ogni mediocre capitano, nel quale fosse alcuna ombra dell'antica virt rinata, gli avrebbe con ammirazione di tutta Italia, la quale, per sua poca prudenza gli onorava, vituperati. Di questi adunque oziosi principi e di queste vilissime armi sar piena la mia istoria, alla quale prima che io discenda, mi  necessario, secondo che nel principio promisi, tornare a raccontare dell'origine di Firenze.(313) E di qui infatti comincia il secondo libro, che  veramente il primo della storia fiorentina.
Riepilogando, adunque, l'Italia, invasa dai barbari, dei quali fu preda per la decadenza dell'Impero, e per colpa di alcuni generali romani, che, mossi da gelosie e da od privati, li chiamarono, godette un momento di pace e di felicit quando Teodorico, principe accorto, seppe unirla, formandone uno Stato solo. Ma dopo la sua morte riuscirono vani tutti gli sforzi fatti per mantenerla unita, e ci principalmente a cagione dei papi, i quali, per aumentare sempre pi il proprio potere, la vollero divisa, invitando sempre nuovi barbari e nuovi stranieri, che in fatti vennero di continuo a lacerarla ed a conculcarla. Vani del pari riuscirono gli sforzi dei Comuni a renderla sicuramente libera, perch n essi n altri seppero tenerla unita. Tutti caddero finalmente in bala degli eserciti mercenar, che furono l'ultima rovina d'Italia, la quale si trov cos esposta ai colpi di chiunque volle assaltarla; e con la venuta di Carlo VIII ricominci la serie delle invasioni e delle calamit. Ecco quale  dunque il concetto fondamentale del primo libro delle Storie. Da esso ne resulta naturalmente un altro, che  veramente il pensiero dominante del Machiavelli: unico rimedio a tanti mali che travagliarono l'Italia, era la istituzione delle armi nazionali, comandate da un principe che sapesse con esse difenderla, costituendo fortemente lo Stato, emancipandolo dalla Chiesa e dall'aristocrazia feudale, assicurandone con buone leggi la libert per l'avvenire. Chi vorr e sapr fare tutto ci, sar veramente degno di salire in cielo, per sedere accanto agli Dei.
Ed ora dobbiamo esaminare che cosa dice il Machiavelli della storia interna di Firenze, nei tre libri che seguono.



NOTA AL CAPITOLO XII.
(Pag. 208 e seg.)

Alcuni brani del libro I delle Storie del Machiavelli,
messi a confronto con altri delle Decadi di Flavio Biondo.(314)

Erano da Teodosio preposti alle tre parti dell'Imperio tre governatori, Ruffino alla orientale, alla occidentale Stilicone, e Gildone all'affricana; i quali tutti, dopo la morte del principe, pensarono non di governarle, ma come principi possederle; de' quali Gildone e Ruffino ne' primi loro principii furono oppressi. Ma Stilicone, sapendo meglio celare l'animo suo, cerc d'acquistarsi fede coi nuovi imperatori, e dall'altra parte turbare loro in modo lo Stato, che gli fosse pi facile dipoi l'occuparlo. E per fare loro nemici i Visigoti, gli consigli non dessero pi loro la consueta provvisione. Oltre a questo, non gli parendo che a turbare l'Imperio questi nemici bastassero, ordin che i Burgundi, Franchi, Vandali ed Alani, popoli medesimamente settentrionali, e gi mossi per cercare nuove terre, assalissero le provincie romane. Privati adunque i Visigoti delle provvisioni loro, per essere meglio ordinati a vendicarsi della ingiuria, crearono Alarico loro re, ed assalito l'Imperio, dopo molti accidenti guastarono l'Italia, e presero e saccheggiarono Roma (Machiavelli, Istorie fiorentine, Lib. I, p. 2-3.
Commiserat Theodosius in Imperio florens, tres potissimas Imperii partes tribus ducibus gubernandas, Buffino orientalem, occidentalem Stiliconi, et africanam Gildoni. Hic primus de morte Imperatoris compertum habens, parvique faciens in puerorum manibus Imperii vires, Africam sibi retinere conatus est.... Eodem vero in tempore Ruffinus Orienti praefectus, dum barbaris ad rebellionem concitatis, Imperium sibi parare contenderet, Archadio curante, interfectus est. Tertius ducum Stillico, genere Vandalicus, summam erat post Theodosii mortem apud novos principes gratiam consecutus.... Fuit vero et ipse impiissimus, sed suam perfidiam maximis tegens simulationibus, nihil apertum contra rempublicam est molitus, quin potius affectatum Eucherio filio Imperium, non prius invadere constituit, quam imperatores maximis calamitatibus involvisset. Itaque primum omnium immanes Svevorum, Burgundionum, Alanorum et Vandalorum suorum gentes, propriis excitas sedibus concitavit ad romani Imperii Galliarum provincias invadendas. Exinde Visigothos, gentem ut noverat ferocissimam, curavit stipendiis privari ab imperatoribus.... cuius machinationis haec ratio fuit, quod ipsos Visigothos, rerum necessariarum indigentia compulsos, optabat in Italiam se conferre (Blondi, Historiarum, ab Inclinatione Romanorum libri XXXI, ed. cit., Dec. I, lib. I, pag. 7-8.
N fu l'isola di Brettagna, la quale oggi si chiama Inghilterra, sicura da tanta rovina, perch temendo i Brettoni di quei popoli che avevano occupata la Francia, e non vedendo come l'imperatore potesse difenderli, chiamarono in loro aiuto gli Angli, popoli di Germania. Presero gli Angli sotto Votigerio loro re l'impresa, e prima gli difesero, dipoi gli cacciarono dall'isola, e vi rimasero loro ad abitare, e dal nome loro la chiamarono Anglia. Ma gli abitatori di quella, sendo spogliati della patria loro, diventarono per la necessit feroci, e pensarono, ancora che non avessero potuto difendere il paese loro, di poter occupare quello d'altri. Passarono pertanto colle famiglie loro il mare, ed occuparono quei luoghi che pi propinqui alla marina trovavano, e dal nome loro chiamarono quel paese Brettagna (pag. 4-5).
Itaque romani cives, qui Britanniam frequentes diversis respectibus inhabitabant, et ipsi simul Britanni, salutis desperatione animos faciente, arma ceperunt, et tunc quidem Scotos Albienses, Pictosque, a quibus agitabantur, praelio superarunt, ac in ulteriorem insulae partem recedere compulerunt. Sed paulo post, cum Britanni sese a Scotis Pictisque diutius tueri diffiderent, Anglicos Saxones, datis in stipendium pecuniis, ex proximis Germaniae littoribus conduxerunt praesidio affuturos. Qui quidem Saxones cognomine Anglici, duce Vortigerio eorum rege, insulam ingressi, Scotos atque Pictos represserunt praelio superatos. Sed et ipsi postea mercenarii Saxones, ambitione ducti, magis Britonibus quam Picti et Scoti hostes nocuerunt, romanos enim cives et Britannorum primores, maiori ex parte vario mortis genere interfecerunt, ex eoque tempore cooperunt Saxones Anglici Britanniae dominari (Dec. I, lib. II, pagine 20-21).
Campeggiando Attila re degli Unni Aquileia, gli abitatori di quella, poich si furono difesi molto tempo, disperati della salute loro, come meglio poterono, con le loro cose mobili sopra molti scogli, i quali erano nella punta del mare Adriatico disabitati, si rifuggirono. I Padovani ancora, veggendosi il fuoco propinquo, e temendo che, vinta Aquileia, Attila non venisse a trovarli, tutte le loro cose mobili di pi valore portarono dentro al medesimo mare, in un luogo detto Rivo Alto, dove mandarono ancora le donne, i fanciulli ed i vecchi loro, e la giovent riserbarono in Padova, per difenderla. Oltre a questi, quelli di Monselice con gli abitatori dei colli intorno, spinti dal medesimo terrore, sopra gli scogli del medesimo mare ne andarono. Ma presa Aquileia, ed avendo Attila guasta Padova, Monselice, Vicenza e Verona, quelli di Padova, ed i pi potenti, si rimasero ad abitare le paludi che erano intorno a Rivo Alto; medesimamente tutti i popoli all'intorno di quella provincia, che anticamente si chiamava Venezia, cacciati dai medesimi accidenti, in quelle paludi si ritrassero. Cos, costretti da necessit, lasciarono luoghi amenissimi e fertili, ed in sterili, deformi e privi di ogni comodit abitarono. E per essere assai popoli in un tratto ridotti insieme, in brevissimo tempo furono quelli luoghi non solo abitabili, ma dilettevoli, e costituite fra loro leggi ed ordini, fra tante ruine d'Italia, sicuri si godevano, ed in breve tempo crebbero in riputazione e forze (p. 45-46)
Et prima inter omnes mirabili non magis modo quam loco condi coepit veneta urbs, origo cujus in hunc modum fuisse videtur. Athila Hunnorum rege Aquileiam obsidente, Aquileienses, sicut ostendimus, Gradum Concordienses, Caprulas et Altinates Torcellum, Maiorbum, Burianum, Amorianum, Costantianum et Aimanum populariter commigrarunt. Patavini autem, ea Aquileiae obsidione durante, sacra et supellectilem preciosam cum imbelli multitudine, in Rivumaltum comportarunt, iuventute tutandis a potenti hoste moenibus retenta. Montesilicenses vero Adeustinique et Euganeorum collium incolae, Metamaucum et Albiolam, Pelestrinam Clodiamque confugientes, Athilae terrorem declinavere.... Patavini quidem plures potentioresque ditionis suae paludes, in quas sua miserant, frequentavere, et aquis elevatiora apud Rivumaltum Dorsumque, cui duro a soliditate fuit cognomen, tenuere. Sic et caeteri Venetiae provinciae populi, premente metu, ubicumque potuerunt eisdem in paludibus consederunt. Eam vero provinciam Abdua, Pado, lacu Benaco, Alpibus et Adriatico mari constat terminari. Per hunc modum populi amoenissimis et uberrimis omnium Italiae soli in regionibus nutriti, patriam avitosque lares commutavere, informem in uliginem, stagnaque omni vel puri littoris sterilitati, si libera sit per securitatem electio, postponendam, ut nequaquam dubitandum sit, illos Dei munere coactos, cepisse loca brevi futura optima, quae tranquillis securisque rebus nulla prudentia elegisset (Dec. I, lib. III, p. 31).
Giustiniano mor, e rimase suo successore Giustino suo figliuolo, il quale per il consiglio di Sofia sua moglie revoc Narsete d'Italia, e gli mand Longino suo successore. Seguit Longino l'ordine degli altri di abitare in Ravenna, ed oltre a questo dette all'Italia nuova forma, perch non costitu i governatori di provincie come avevano fatto i Goti, ma fece in tutte le citt e terre di qualche momento capi, i quali chiam duchi. N in tale distribuzione onor pi Roma che le altre terre, perch tolto via i consoli e il Senato, i quali nomi infino a quel tempo vi si erano mantenuti, la ridusse sotto un duca, il quale ciascun anno da Ravenna vi si mandava, e chiamavasi il Ducato Romano, ed a quello che per l'Imperatore stava a Ravenna e governava tutta Italia, pose nome esarco. Questa divisione fece pi facile la rovina d'Italia, e con pi celerit dette occasione ai Longobardi di occuparla (p. 13).
Coeperunt autem tunc urbs Roma et Italia novam habere gubernationis, formam, ex qua dignitatem, gloriam et apud orbem terrarum timorem magis amiserunt quam omnibus, ex illis calamitatibus, quae eas centum et sexaginta annos attriverant, atque aliquando Romam fecerant relinqui feris et obscenis avibus habitandam. Longinus namque novum in Italiam adduxit magistratus nomen Exarchatus Italiae, qui interpetrabatur summus Italiae magistratus. Et Ravennae se continens, nunquam ivit ad urbem Romam vel qualis esset inspiciendam. In administratione vero Italiae et urbium, quae in Iustini imperatoris partibus cum Roma et Ravenna duraverant, hunc primus servavit morem, ut non provinciae aut regioni praeesset praeses sive quispiam magistratus, sed singulae urbes, singula oppida a singulis custodirentur, regerenturque magistratibus, quos appellavit duces. Parem itaque faciens urbem Romam aliis Italiae vel urbibus vel oppidis, hac una in re illam honoravit, quod impositum tunc magistratum praesidem appellavit, sed qui successerunt sunt appellati duces, ut postea per multos annos sic romanus appellaretur Ducatus, sicut Narniensis Spoletanusque est dictus. Neque post Basilium, qui cum Narsete consul fuit, vel consules Roma habuit, vel Senatum legitime coactum, sed a duce graeculo homine, quem exarchus ex Ravenna mittebat, res romana per multa tempora administrata est (Dec. I, lib. VIII, p. 101-102).
Era Narsete sdegnato forte contro l'Imperatore per essergli stato tolto il governo di quella provincia (l'Italia), che con la sua virt e con il suo sangue aveva acquistato, perch a Sofia non bast ingiuriarlo rivocandolo, che ella vi aggiunse ancora parole piene di vituperio, dicendo che lo voleva far tornare a filare con gli altri eunuchi; tantoch Narsete ripieno di sdegno persuase Alboino re dei Longobardi, che allora regnava in Pannonia, di venire a occupare l'Italia (p. 13).
Nec satis fuit praestantissimum ducem, et optime de republica meritum privare, quod ille pro sua modestia videtur optasse, nisi et convicia procax infaustaque romanis rebus mulier addidisset: illi enim comminata est futurum, ut posthac non solum degeret privatus, sed quod eunuchum deceat dispartiendis inter ancillas pensis a se deputetur. Qua indignitate non commoveri non potuit vir ingentis spiritus Narses, cui rerum a se gestarum magnitudinem et pietatis integritatisque conscientiam, cum tanta ingratitudine atque nequitia, mente et animo metienti ita incensi sunt animi, ut continere nequiverit quin adversus virum et uxorem eo indignos imperio suam ulcisceretur iniuriam. Quamprimum itaque Longinum in Italiam venturum intellexit, secessit Neapolim, urbem optime de se meritam. Ea in urbe cum aliquot fuisset menses, ad Alboinum regem Longobardorum sibi amicissimum misit, qui suaderent, ut Pannoniam, quod usu antea compertum erat, semper novis barbarorum incursibus expositam, linquens, gentem longobardam traduceret in Italiam, terram omnium orbis terrarum primariam, et cuius possessio illos, etiam nolentes, ab orbis imperium sublimaret (Dec. I, lib. VII, p. 98-99).
Erano stati i Longobardi 232 anni in Italia, e di gi non ritenevano di forestieri altro che il nome (p. 20).
Quantum vero attinet ad Longobardos, ea gens, ducentis iam triginta et pene duobos annis maiori Italiae portione potita, nihil iam externi praeter nomen retinebat (Dec. II, lib. I, p. 163, che per errore  nella stampa 167).
E cos veniva l'Italia in questi tempi ad essere maravigliosamente afflitta, sendo combattuta di verso le Alpi dagli Unni, di verso Napoli da Saracini. Stette l'Italia in questi travagli molti anni, e sotto tre Berengari che successero l'uno all'altro (p. 22).
Ut confidenter affirmemus sex sive imperatores sive reges Italia oriundos, tres scilicet Berengarios, Guidonem, Lotharium et Albertum, inter quos Rodulphus Burgundus et Ugo Arelatensis regnarunt, per eos quinquagintaquinque annos Italiam motibus agitasse. Sed ad rem. Dum Sararceni quos Ioannes decimus pontifex et Albericus marchio superaverant, ex Gargano monte unam, et Hungari aliam Italiae partem saepe infestant, etc. (Dec. II, lib. II, p. 180).



CAPITOLO XIII.

Le Istorie Fiorentine. I libri II, III e IV,
o la Storia interna di Firenze sino al trionfo dei Medici.

Il secondo libro comincia dalle origini di Firenze, delle quali dice appena alcune parole, per saltar subito all'anno 1215, narrando il fatto del Buondelmonti, cui si attribuisce la prima divisione della Citt in Guelfi e Ghibellini. Dal 1215 si salta di nuovo a pi pari fino al 1250, da cui il Machiavelli, come fa anche l'Aretino, incomincia veramente la narrazione non interrotta della storia di Firenze, che in questo secondo libro conduce sino al 1348. Cos in ottanta pagine abbraccia tutto il vastissimo periodo, che forma il soggetto della lunga cronica di Giovanni Villani. E di questo autore si vale ora continuamente, una sola volta ricordandone il nome insieme con quello di Dante Alighieri.(315) Se ne vale per assai diversamente che non fece della storia di Flavio Biondo. Lascia da un lato tutte le tradizioni favolose, che il Villani ricorda sulle origini di Firenze; tutti i moltissimi capitoli che narrano la storia generale d'Europa, ed ancora quelli che trattano di guerre esterne della Repubblica. Raccoglie invece le notizie sulle divisioni, le rivoluzioni interne, le riforme politiche, e le ordina a suo modo. Si paragonino le narrazioni che i due scrittori ci danno del fatto del Buondelmonti,(316) delle rivoluzioni e riforme del 1250,(317) del 1267,(318) del 1280,(319) di Giano della Bella e degli Ordinamenti di Giustizia,(320) e si vedr subito che il Machiavelli non abbandona mai il suo originale. Ci  pi d'una volta confermato dagli errori stessi in cui cade, ora per colpa del Villani, ora per non averlo saputo fedelmente interpretare. Dominato com'era da un suo nuovo concetto, e quindi dal bisogno di dare con esso un proprio ordinamento a tutta la storia di Firenze, egli procede con qualche fretta, senza essere troppo scrupoloso intorno alla esattezza dei minuti particolari, fermandosi sugli avvenimenti che giovano al suo scopo, trascurando invece gli altri, anche se pi importanti. Raccogliendo poi in poche pagine molti capitoli della Cronica, gli accade spesso di riunire in un solo anno fatti seguiti in tempi assai diversi, ed anche di determinar male il carattere delle varie istituzioni, il numero dei Consigli della Repubblica, massime quando il Villani adopera un linguaggio politico, di cui nel secolo XVI s'era cominciato a perdere il significato preciso.
Dopo alcune considerazioni generali sulle colonie, il Machiavelli ci dice che Firenze discese da Fiesole citt etrusca, i cui mercanti lasciarono il monte e si stabilirono presso il fiume Arno, dove le colonie romane ingrossarono la nascente citt, che poi sottomise quella da cui era nata. Ci detto, arriva subito al 1215, narrando il fatto del Buondelmonti, al quale, come dicemmo, attribuisce l'origine dei Guelfi e dei Ghibellini in Firenze. E non s'avvede che lo stesso Villani aveva, nei precedenti capitoli, narrato una serie di guerre del Comune fiorentino contro i baroni del contado, che furono sottomessi ed obbligati a vivere in citt, il che, per opera principalmente degli Uberti, dette origine alla guerra civile prima assai del 1215. Ma quando, dopo un nuovo salto fino al 1250, incomincia la narrazione di avvenimenti meno remoti e meno oscuri, il Machiavelli fa subito due osservazioni, che gettano una luce inaspettata sulla storia delle interne rivoluzioni di Firenze. Egli qui si avvede, che i Ghibellini non sono solamente il partito dell'Impero, ma anche dei nobili feudali; ed i Guelfi, sebbene abbiano anch'essi fra di loro dei nobili, sono il partito della Chiesa e dei popolani. Le divisioni e rivoluzioni di Firenze vengono perci determinate e regolate da due ordini di cause e di fatti diversi, alcuni cio interni, altri esterni: le vicende dell'Impero, della Chiesa, degli Svevi e degli Angioini di Napoli(321) da una parte, e dall'altra gli od naturali nelle citt fra grandi e popolani. Il crescere dell'industria e del commercio dava sempre nuova forza ai popolani; l'allontanarsi o indebolirsi dell'autorit dell'Impero in Italia, ne toglieva invece ai grandi destinati perci a sparire. Queste sono le cause che cagionano le divisioni ed i partiti in Firenze, e ne determinano la storia. In fatti cresce la potenza Federigo II, e subito esso favorisce gli Uberti, capi dei Ghibellini, ed i Guelfi sono cacciati. Muore Federigo II (1250), e gli uomini di mezzo, che erano guelfi, sono padroni della Citt, che prende forma nuova e pi democratica, con quella che si chiam la Costituzione del Primo Popolo.
Il Machiavelli si ferma qui a descrivere minutamente questa costituzione popolare, ma cade, nel descriverla, in molti e gravi errori. La crede fatta in conseguenza dell'accordo tra i Guelfi ed i Ghibellini, quando invece fu fatta dai primi a danno dei secondi, massime dei nobili. Crede che sia la prima costituzione libera di Firenze, dicendo che ai Fiorentini allora "parve tempo di pigliar forma di vivere libero," e non ricorda la costituzione precedente dei Consoli, n la istituzione del Podest, seguta nel 1207, secondo i cronisti, ed anche prima, secondo i documenti del tempo. Ma v' di pi, egli pone nel 1250 la creazione cos del Capitano del popolo come del Podest, chiamandoli senz'altro due giudici forestieri per le cause civili e le criminali. Invece solo il Capitano del popolo fu creato in quest'anno, a difesa degl'interessi popolari, in opposizione del Podest, di pi antica origine e cavaliere, che pigliava la parte dei nobili. Tanto l'uno che l'altro non erano semplici giudici, ma avevano anche attribuzioni politiche e militari; erano circondati da due Consigli; comandavano in campo gli eserciti del Popolo e del Comune. E per raccoglier tutto in uno, il Machiavelli pone nel medesimo anno anche la istituzione del Carroccio fiorentino, che  assai pi antica.(322) Con questa costituzione, egli continua, fu ordinata la libert, armato il popolo, e la Repubblica estese il suo territorio.(323) Ma il sorgere di Manfredi, dopo la morte di Federigo II, restitu animo e forza ai Ghibellini, che si sollevarono, e dopo una prima disfatta in Citt, vinsero i Guelfi a Montaperti (1260), donde tornati vittoriosi, s'impadronirono del governo, che fu cos di nuovo tolto ai popolani e dato ai nobili.
Fin qui gli avvenimenti generali d'Italia sono quelli che principalmente hanno determinato la storia dei partiti in Firenze; ma ora incominciano a prevalere le cagioni interne, ed il Machiavelli , fra tutti gli storici, il primo che se ne avveda, e che si fermi a notare come sia gi cominciata, sebbene ancora poco visibile, una grande trasformazione della societ fiorentina. Il partito ghibellino andava divenendo sempre pi il partito dell'aristocrazia feudale; ma perdeva di numero e di forza innanzi al rapido crescere del popolo, che ingrossava i Guelfi. La gravit di questo fatto non poteva sfuggire ai nobili, che cercarono perci di transigere, il che affrett la loro rovina, e pi tardi mut del tutto le parti in Firenze. Essi, adunque, sebbene fossero sempre padroni del Governo, pure, a fine di guadagnare il favore del popolo, e cos assicurarsi l'avvenire, secondarono la costituzione delle Arti Maggiori e delle Minori. Ma tutto ci non valse a nulla. La lontananza dell'Imperatore, la decadenza del suo potere in Italia, il trionfo degli Angioini nel Reame finirono col far cadere di nuovo la Citt interamente nelle mani dei popolani, che posero alla testa del Governo i Priori delle Arti (1282). Il Villani, cui sembra sfuggire qui il vero significato ed il valore della nuova magistratura, ricorda solo che il nome di essa fu preso dal Vangelo, l dove Cristo dice agli Apostoli: Vos estis priores. Ma il Machiavelli, che guardava pi alla sostanza, senza disputare sull'origine del nome, osserva invece assai giustamente: "Questo magistrato fu cagione, come con il tempo si vide, della rovina dei nobili, perch ne furono dal popolo per vari accidenti esclusi, e dipoi senza alcuno rispetto battuti."(324)
Dopo essersi con due parole sbrigato della battaglia di Campaldino (1289), come aveva fatto con quella di Montaperti, ritorna alle rivoluzioni interne, che spianarono la via a quella del 1293, che ne fu l'ultima e necessaria conseguenza. Sebbene i Ghibellini fossero stati a poco a poco superati dal popolo in modo, che quasi scomparvero del tutto, pure "restarono sempre accesi quegli umori, che sono in tutte le citt fra i potenti, che vogliono comandare, ed i popolani, che vogliono vivere secondo le leggi. Queste nuove divisioni non si scopersero fino a che i Ghibellini facevano ancora paura; ma come prima essi furono domi, incominciarono quelle a mostrare subito la loro forza. Ogni giorno qualche popolano era offeso dai Grandi, e le leggi non bastavano a vendicarlo, perch essi con i parenti e gli amici dalla forza dei Priori e del Capitano si difendevano."(325) Cos crebbero i mali umori fino a che non si venne per opera di Giano Della Bella agli Ordinamenti di Giustizia (1293), coi quali i Grandi, come gi i Ghibellini, furono del tutto esclusi dalla Signoria, e disfatti. "Il popolo allora trionf pienamente, e la Citt fu molto felice, sendo di uomini, di ricchezze e di riputazione ripiena."(326) Cos i nobili Ghibellini, divenuti potenti coll'aiuto dell'Impero, furono disfatti dai Guelfi, che si divisero in Grandi e Popolani, e questi poi vinsero e distrussero quelli. Tutta la storia di Firenze adunque, non  fin qui altro che un lento e continuo cammino verso la democrazia, la quale finalmente trionfa.
Ma le divisioni non cessano per questo, che anzi adesso appunto incomincia un periodo transitorio di capi di parte, di ambizioni personali e di nuove discordie intestine, le quali conducono alla tirannide del Duca d'Atene. E questo episodio, che  di certo assai notevole nella storia di Firenze, diviene addirittura principalissimo nel secondo libro del Machiavelli, per la grande estensione che esso gli d nel raccontarlo. Ci descrive prima il carattere ambizioso di Corso Donati, che turb la Repubblica; poi le guerre contro Uguccione della Faggiuola e Castruccio Castracani, le quali narra assai pi fedelmente che non aveva fatto nella sua fantastica Vita di Castruccio; arriva finalmente alla venuta del Duca (1342), chiamato dai Fiorentini a governarli ed a guidarli nella guerra contro i Ghibellini di Toscana. I cittadini, egli dice, erano, per le loro continue discordie, giunti a tale, che "non sapevano mantenere la libert, e non potevano tollerare la servit." Il Duca perci fu subito un tiranno armato, un Principe nuovo, ed il Machiavelli, esaltandosi, si ferma lungamente a descrivere per minuto, drammatizzandola con eloquenza, la ben nota istoria. Egli prende i fatti dal Villani; ma v'aggiunge di suo considerazioni, descrizioni, episod e discorsi. Dalla cresciuta forza e potenza dello stile ci accorgiamo subito, che l'argomento  di quelli che pi vivamente lo attraggono. Dimentica perfino i limiti che le proporzioni generali del suo lavoro dovevano imporgli, e si lascia prender la mano dal desiderio di ribadire le sue ben note teorie, che ora pone in bocca dei personaggi del suo dramma.
Quando il Duca  finalmente divenuto sicuro padrone della Citt, e si vede chiaro che  deciso a rendersi addirittura tiranno, appoggiandosi alla plebe, il Machiavelli fa venire i Signori a fargli un discorso eloquente e singolarissimo. "Voi cercate," essi gli dicono, "far serva una citt la quale  sempre vivuta libera.... Avete voi considerato quanto in una citt simile a questa importi, e quanto sia gagliardo il nome della libert, il quale forza alcuna non doma, tempo alcuno non consuma, e merito alcuno non contrappesa?... Negli universali od non si trova mai sicurt alcuna, perch tu non sai donde ha a nascere il male, e chi teme di ogni uomo, non si pu mai assicurare di persona. E se pure tenti di farlo, ti gravi nei pericoli, perch quelli che rimangono si accendono pi nell'odio, e sono pi parati alla vendetta. Che il tempo a consumare i desider della libert non basti  certissimo, perch s'intende spesso quella essere in una citt da coloro riassunta, che mai la gustarono; ma solo per la memoria che ne avevano lasciata i padri loro l'amano.... E quando mai i padri non l'avessero ricordata, i palazzi pubblici, i luoghi de' magistrati, le insegne dei liberi ordini la ricordano, le quali cose conviene che siano con massimo desiderio da' cittadini conosciute. Quali opere volete voi che siano le vostre, che contrappesino alla dolcezza del vivere libero, o che faccino mancare gli uomini del desiderio delle presenti condizioni? Non se voi aggiungessi a questo imperio tutta la Toscana, e se ogni giorno tornassi in questa citt trionfante de' nimici nostri, perch tutta quella gloria non sarebbe sua, ma vostra, e i cittadini non acquisterebbero sudditi, ma conservi, per i quali si vedrebbero nella servit raggravare. E quando i costumi vostri fossero santi, i modi benigni, i giudizi retti, a farvi amare non basterebbero. E se voi credessi che bastassero, v'ingannereste, perch a uno consueto a vivere sciolto ogni catena pesa, ed ogni legame lo stringe."(327) In questo modo lo avvertono, che il suo desiderio della tirannide lo spinge a sicura rovina.
Il Machiavelli, com' ben noto, non era il primo a porre questi lunghi discorsi nella sua storia. Gli eruditi, per imitare gli antichi, avevano gi da un pezzo introdotto un tale uso, di cui assai spesso fecero anche abuso. Mentre per gli antichi storici, dandoci anch'essi discorsi solamente immaginar, riuscivano eloquenti e veri, perch facevano parlare i Greci ed i Romani nel modo in cui veramente sentivano; gli eruditi, volendo far parlare da Romani gl'Italiani del Medio Evo e del secolo XV, finivano col fare solo poveri eserciz di retorica. E lo stesso difetto si riscontra anche in molti storici del Cinquecento. Un valore ben diverso hanno per i discorsi del Guicciardini e del Machiavelli. Il primo qualche rara volta pone in bocca de' suoi personaggi quello che veramente dissero; quasi sempre fa da loro esporre le cause, le relazioni e le conseguenze reali dei fatti stessi. E cos i suoi discorsi riescono ad avere un gran valore, sebbene di tanto in tanto non manchi in essi un po' di retorica. Quelli del Machiavelli, immaginar anch'essi, espongono invece i sentimenti, le considerazioni proprie dell'autore intorno agli avvenimenti storici, e sono perci sempre profondi, eloquentissimi, sebbene, se si guarda ai personaggi che parlano, l'anacronismo e la inverosimiglianza siano spesso assai visibili. Chi infatti pu credere che i Signori di Firenze avrebbero mai osato parlare al Duca d'Atene, armato e gi padrone della Citt, con tanto ardire, manifestando un cos profondo amore della libert? Pure il loro discorso riesce eloquentissimo, perch esprime quello che i fatti stessi dicevano ed ispiravano al Machiavelli, il quale, esaltato dalla sua propria narrazione,  quello veramente che parla, e parla con profonda convinzione.
Dopo di ci, sempre colla scorta del Villani, egli prosegue la storia della tirannide del Duca, dell'odio che ne nacque nel popolo, delle tre congiure contemporaneamente ordite da tre ordini diversi di cittadini, e finalmente ci descrive con vivissimi colori lo scoppio feroce dell'ira popolare, che prima cacci il tiranno, e poi si rivolse contro i pi fidi seguaci e sostegni di lui, specialmente contro il conservatore Guglielmo d'Assisi ed il suo figlio di 18 anni.(328) "Appariscono gli sdegni maggiori e sono le ferite pi gravi, quando si ricupera una libert che quando si difende.... Furono messer Guglielmo e il figliuolo posti intra le migliaia de' nemici loro, e il figliuolo non aveva ancora diciotto anni. Nondimeno l'et, l'innocenza, la forma sua nol poterono dalla furia della moltitudine salvare; e quelli che non poterono ferirgli vivi, gli ferirono morti, n saziati di straziarli col ferro, con le mani e con i denti gli laceravano. E perch tutti i sensi si soddisfacessero nella vendetta, avendo prima udito le loro querele, veduto le loro ferite, tocco le lor carni lacere, volevano che ancora il gusto le assaporasse, acciocch, come tutte le parti di fuori ne erano sazie, quelle di dentro ancora se ne saziassero."(329) Anche questi ultimi particolari sono, con poche alterazioni, cavati dal Villani; ma lo stile  tale che solo il Machiavelli sapeva trovarlo, specialmente quando doveva manifestare odio alla tirannide, amore alla libert.
Cacciato il Duca, spenti i suoi pi fidi, dopo altre discordie e tumulti, furono richiamati in vigore gli Ordinamenti della Giustizia, e i Grandi vennero da capo esclusi affatto dal governo, che torn nelle mani del popolo. Questa loro ultima disfatta fu tale, che cercarono, mutando nomi, di confondersi col popolo, contro il quale non osarono pi di prendere le armi, "anzi continuamente pi umani ed abietti divennero. Il che fu cagione che Firenze non solamente di armi, ma di ogni generosit si spogliasse."(330) Qui  notevole che il Machiavelli, il quale tanto desiderava il trionfo della democrazia, e tanto odiava l'aristocrazia, pur vide e francamente dichiar, che col cadere di questa, decaddero le armi dei Comuni italiani, i quali si gettarono poi in braccio ai capitani di ventura, che furono la rovina della libert, della indipendenza e della forza nazionale, come egli dimostra nei libri seguenti.
Il secondo libro delle Istorie adunque ha grandi lacune, ha molte inesattezze, non parla dei fatti esterni della Repubblica, sopra alcuni fatti interni si ferma a lungo, sopra altri passa leggermente; compilato sulla Cronica del Villani, non ha ricerche originali d'alcuna sorta. Eppure, se anche mettiamo da parte l'episodio principale, cio quello del Duca d'Atene, con cos vigorosa e splendida eloquenza narrato, questo secondo libro rimane sempre un vero capolavoro nella nostra letteratura storica. In esso il Machiavelli, con uno sguardo di aquila, abbraccia nella sua unit la storia di pi d'un secolo. I fatti che nel Villani sono narrati con evidenza, ma restano disgregati e come gettati a caso sulla carta; quella serie di rivoluzioni, di sempre nuovi disordini e sempre nuove costituzioni politiche, che, secondo tutti i cronisti ed anche secondo gli storici, sembrano in piena bala del caso, conseguenza solo di od brutali e di feroci passioni, si connettono a un tratto mirabilmente, logicamente fra loro, e per la prima volta divengono finalmente una vera storia. Il Machiavelli s' avvisto che tutte queste rivoluzioni hanno una stessa cagione, un solo scopo, verso cui continuamente sospingono la Repubblica, fino a che essa non tocca la mta predestinata. Si tratta di una lotta sanguinosa fra il popolo, in cui scorre il sangue latino, e l'aristocrazia feudale, che  di origine germanica, straniera all'Italia. La fine di questa lotta  la distruzione totale prima dei nobili feudali, poi dei Grandi, il che avviene nel 1293, e si compie anche meglio dopo la cacciata del Duca d'Atene. In questo modo tutte le rivoluzioni e costituzioni fiorentine non solo si connettono fra loro, ma si seguono come evoluzione d'una sola e medesima idea. E cos, per opera dell'analisi critica del Machiavelli, la storia pi intricata e confusa acquista ad un tratto l'evidenza d'una proposizione geometrica. Egli ha illuminato le tenebre con la luce vivissima della sua potente intelligenza, ed ha portato il pi mirabile ordine nel caos che ci avevano lasciato i cronisti. Tutto il segreto della storia fiorentina  in questo secondo libro. E qui si pu veramente affermare che nessuno  mai riuscito a far meglio, e che i molti i quali non seppero, anche dopo, seguire la via da lui aperta, deviarono sempre dalla mta, ricaddero nel disordine e nella confusione.
Il terzo libro va dall'anno 1353 fino a poco dopo il 1414,(331) ed  compilato con tre diversi autori. Fino al 1378 il Machiavelli si vale dell'Istoria Fiorentina di Marchionne di Coppo Stefani, nel modo stesso che ha fatto del Villani, fermandosi cio alle sole rubriche che parlano delle lotte interne della Repubblica, e delle sue riforme politiche. L'argomento proprio di questo libro  la esposizione del modo in cui i partiti, moltiplicandosi, decompongono lo Stato, corrompono la Citt, e col distruggere la libert, spianano la via alla tirannide. L'episodio principalissimo  quindi il tumulto dei Ciompi (1378), che cogli eccessi della plebe pone i germi della potenza futura dei Medici, i quali perci appunto erano stati i segreti fautori e promotori del tumulto stesso. Nel raccontarlo il Machiavelli si vale della storia che ne scrisse il contemporaneo Gino Capponi. Siccome per questa non  compiuta, cos egli deve, verso la fine, tornare di nuovo a Marchionne di Coppo Stefani. Pi oltre, nello stesso libro, ricorre anche ad altri autori, ma  difficile determinarli tutti, perch la narrazione procede qui assai rapida. Il Machiavelli  cautissimo nella scelta delle sue fonti; gli scrittori che preferisce sono sempre i pi autorevoli e sicuri nella narrazione dei fatti pei quali se ne giova. Questo per non gl'impedisce di farne un uso affatto arbitrario, quando specialmente vuol dar forza a qualche suo concetto o teoria politica.
Ogni libro di questa storia incomincia con alcune considerazioni generali. Il primo, col ragionare brevemente delle emigrazioni ed invasioni dei popoli germanici, il secondo, col discorrer delle colonie. Dal terzo libro in poi abbiamo vere e proprie introduzioni, ciascuna delle quali pone in termini chiari e precisi un problema storico-politico, che dalla narrazione seguente viene dimostrato. Esse sono preziose, non solo per il loro intrinseco valore, ma perch ci fanno vedere come col Machiavelli la storia s'and trasformando in scienza politica. Questa trasformazione noi la vediamo seguire quasi sotto i nostri occhi. "Le nimicizie naturali," cos incomincia il terzo libro, "fra il popolo e i nobili sono quelle che dividono e perturbano le citt. Esse tennero divise Roma e Firenze, ma in modo diverso; perch a Roma si manifestavano disputando, e si sopivano con una legge fatta pel pubblico bene; a Firenze invece si cominciavano combattendo, si inasprivano con gli esil e la morte de' cittadini, si finivano con una legge fatta a solo vantaggio dei vincitori. Quelle di Roma, avvicinando il popolo ai nobili, alimentarono la virt militare; quelle di Firenze, distruggendo i Grandi, la spensero. Tutto ci avvenne, perch il popolo romano voleva dividere coi Patriz il governo dello Stato; quello di Firenze voleva invece escluderne i Grandi, per esser solo a comandare. Il primo desiderio era giusto, e la nobilt romana cedette; il secondo ingiusto, e la nobilt fiorentina dov resistere. Cos si venne alle armi, agli esil, al sangue, e le leggi furono ingiuste, parziali, crudeli. I nobili dovettero mutare nomi, insegne, costumi, e confondersi col popolo, tanto che quella virt d'armi e generosit d'animo, che era nella nobilt, si spense, e nel popolo dove la non era, non si pot riaccendere. Cos Firenze sempre pi umile e pi abietta ne divenne."(332)
Questo paragone, che si trova pi volte ripetuto anche nei Discorsi, non  esatto. Il Machiavelli qui non osserva che l'aristocrazia fiorentina era feudale, di origine straniera, e quella di Roma, di origine nazionale; esagera assai quando dice che le lotte fra il popolo ed i Patriz furono a Roma sempre pacifiche, e dimentica che anch'esse portarono ad una uguaglianza su cui si fond poi il Cesarismo. In realt egli paragona la storia di Firenze con una storia alquanto immaginaria di Roma, cui attribuisce le qualit tutte che egli vuol vedere nel suo concetto ideale delle lotte politiche. Quello che dice di Firenze  per verissimo, profondamente osservato; e le sue considerazioni, a questo proposito, hanno un gran valore intrinseco. Esse somigliano singolarmente a ci che disse pi tardi un grande scrittore moderno, paragonando la storia politica della Francia con quella dell'Inghilterra. L'aristocrazia inglese s'un alla borghesia nel governare il paese, e ne ricevette sempre nuovo vigore e nuova vita; la francese si separ affatto dalla borghesia, dal popolo, e fin coll'essere distrutta dalla democrazia restata padrona. L'Inghilterra ebbe perci un regolare progresso, un governo forte, ordinato e libero; la Francia ebbe invece continue rivoluzioni, ed arriv ad una grande uguaglianza, in mezzo alla quale divennero possibili e si poterono sperimentare tutte le forme di governo. N molto diversamente il Machiavelli finisce la sua introduzione al terzo libro, quando dice che "Firenze a quel grado  pervenuta che facilmente da un savio dator di leggi potrebbe essere in qualunque forma di governo riordinata."(333)
Il duca d'Atene aveva, per fondare la sua tirannide, sollevato la plebe, appoggiandosi sopra di essa. E cos, dopo la sua cacciata, si vide apparire nella lotta dei partiti un nuovo ordine di cittadini, che divenne un nuovo germe di discordia. In fatti si videro ora lottare a Firenze il popolo grasso delle Arti Maggiori, il popolo minuto delle Arti Minori e la plebe. Le armi, per la distruzione della nobilt, erano decadute; le guerre si facevano perci colle Compagnie di ventura, e quindi col danaro. In tale stato di cose cominciarono a primeggiare la famiglia degli Albizzi ed altri popolani grassi, che prevalevano nella Citt, non come facevano una volta i Grandi, con la forza e la violenza, ma per mezzo di quelli che si chiamavano allora i modi civili, o sia impadronendosi degli uffici politici, perseguitando, esiliando gli avversar come Ghibellini, sebbene questo partito pi non esistesse. Il disordine fu grande davvero, ed il Machiavelli, per meglio dipingerlo, per esporre di nuovo le sue considerazioni sulla storia dei partiti, esprimendo tutto il suo dolore dinanzi allo spettacolo della patria e della libert pericolanti, fa venire dinanzi ai Signori alcuni cittadini, uno dei quali parla ad essi in questo modo: "Nelle citt d'Italia tutto quello che pu essere corrotto e che pu corrompere altri, si raccozza. I giovani sono oziosi, i vecchi lascivi, e ogni sesso, ogni et  piena di brutti costumi, a che le leggi buone, per essere dalle cattive usanze guaste, non rimediano.... Di qui gli ordini e le leggi non per pubblica, ma per propria utilit si fanno. Di qui le guerre, le paci, le amicizie non per gloria comune, ma per soddisfazione di pochi si deliberano." "E se alcuna citt fu mai da queste divisioni lacerata, la nostra  certo pi d'ogni altra." "Onde ne nasce che sempre, cacciata una parte e spenta una divisione, ne sorge un'altra; perch quella citt che con le stte pi che con le leggi si vuol mantenere, come una stta  rimasa in essa senza opposizione, di necessit conviene che intra s medesima si divida." "Si credeva in fatti che, distrutti i Ghibellini, resterebbero lungamente felici i Guelfi; ma essi si divisero invece in Bianchi ed in Neri. Vinti i Bianchi, si combatt per le divisioni fra popolo e Grandi. E per dare poi ad altri quello che per noi medesimi possedere non sapevamo, ora al re Roberto, ora al fratello, ora al figlio, ed in ultimo al Duca d'Atene la nostra libert sottoponemmo. Ma perch non fummo mai d'accordo a vivere liberi, n d'essere servi ci contentammo, cacciammo il Duca d'Atene, il cui acerbo e tirannico animo non riusc tuttavia a farci sav, ad insegnarci a vivere. Combattemmo infatti fra di noi pi di prima, tanto che l'antica nobilt fu vinta, e dov rimettersi in bala del popolo. Si credette cos finita ogni cagione di scandalo, essendosi messo un freno a coloro che per superbia dividevano la Citt. S' visto, invece, quanto l'opinione degli uomini sia fallace, perch la superbia e l'ambizione de' Grandi non si spensero, ma furono ereditate dai popolani, alcuni dei quali, secondo l'uso degli ambiziosi, cercano ottenere essi il primo grado nella Repubblica, e risuscitano il nome di Guelfi e di Ghibellini, che era gi spento. Per carit della patria, spegnete ora quel male che ci ammorba, quella rabbia che ci consuma, quel veleno che ci uccide, ponendo freno all'ambizione di costoro, annullando gli ordini che sono delle stte nutritori, e prendendo quelli che al vero vivere libero e civile sono conformi."(334)
I Signori elessero allora cinquantasei cittadini per riformare la Repubblica; ma questi riuscirono solo a portare maggior confusione, perch, come gi molte volte il Machiavelli aveva osservato e qui ripete, "gli assai uomini sono pi atti a conservare un ordine buono, che a saperlo per loro medesimi trovare."(335) Cos gli Albizzi ne uscirono pi potenti di prima, e quando papa Gregorio XI mosse da Avignone guerra a Firenze, essi, alla testa del popolo grasso, presero tutti i provvedimenti necessar alla difesa, e condussero la guerra con tanta energia, che non solamente furono respinte le forze del Papa, ma le citt da lui dipendenti nel suo proprio Stato vennero sollevate in nome della libert. E gli Otto della Guerra, sebbene avessero fatto poco conto delle censure, avessero spogliato le chiese dei loro beni, e forzato il clero a celebrare gli uffici divini, ebbero tutto il favore del popolo, e vennero chiamati Otto Santi, "tanto quei cittadini stimavano allora pi la patria che l'anima."(336)
La cagione del potere acquistato dagli Albizzi e dal popolo grasso stava nel fatto che solo i ricchi mercanti, i quali si trovavano alla direzione della grande industria e del grande commercio fiorentino, erano interessati a sostenere le guerre esterne della Repubblica, per aumentarne la potenza, e nello stesso tempo tutelare la libert dei traffici, coi quali venivano accumulate le ricchezze loro e della Citt. Essi erano perci pronti sempre a tutti i sacrifiz necessar. Aggravavano di tasse s stessi e gli altri, n avevano troppi scrupoli a restringere, occorrendo, le pubbliche libert. Le Arti Minori, invece, che vivevano della piccola industria e del piccolo commercio interno, volevano la pace, il lusso necessario alla loro florida esistenza, minori gravezze e maggiori libert; volevano avere anch'esse qualche parte nel governo. Cos avveniva costantemente che il popolo grasso trionfava con la guerra, ed il popolo minuto con la pace. E cos, non appena fu finita la guerra contro il Papa, cominciarono subito i lamenti per le spese fatte, per le gravezze sopportate. Gli Albizzi allora perderono favore; il popolo minuto invece guadagn terreno, e si volse a cercare capi che lo guidassero. Ne trov uno accortissimo in Salvestro de' Medici, il quale, sebbene fosse del popolo grasso, si fece sin d'allora sostenitore degl'interessi del popolo minuto, cominciando cos con infinita avvedutezza a spianare la via del principato alla propria famiglia. Il Machiavelli  il primo che veda fin da questo momento, le origini remote della potenza medicea, e determini chiaramente il carattere della loro astutissima e fortunata politica.
Eletto Gonfaloniere nel 1378, Salvestro avvers gli Albizzi, favor i loro nemici ed il popolo minuto, richiam in vigore gli Ordini della Giustizia andati in disuso. Ma tutto ci non si pot fare, senza che ne nascesse tumulto, e ne seguissero conseguenze inaspettate. "Non sia mai," osserva qui il Machiavelli, "alcuno che muova un'alterazione in una citt, per credere poi o fermarla a sua posta, o regolarla a suo modo."(337) Questo fu in fatti il principio del tumulto dei Ciompi, che occupa una gran parte del terzo libro, e che il Machiavelli racconta minutamente con la scorta del Capponi, aggiungendovi di suo molti discorsi e considerazioni.(338) Il popolo e la plebe, avute le prime concessioni, cominciarono a sollevarsi, tumultuando, e facendo alla Signoria sempre nuove domande. Quando appena esse erano soddisfatte, ne aggiungevano subito altre pi esagerate, e finalmente cominciarono anche a saccheggiare ed a bruciare le case dei cittadini. Laonde il gonfaloniere Luigi Guicciardini, radunati i capi delle Arti, diceva loro: "Noi abbiamo ceduto a tutte le vostre domande. Si  tolta autorit ai magistrati; si sono raffrenati di nuovo i Grandi; abbiamo mandato in esilio molti potenti cittadini, perdonato a coloro che bruciarono le case e spogliarono le chiese. Che fine avranno omai queste vostre domande? Non vedete che noi sopportiamo con pi pazienza l'esser vinti, che voi la vittoria? A che condurranno queste vostre divisioni questa vostra citt?"(339)
E dopo che il Machiavelli ha fatto in tal modo parlare il Gonfaloniere, pone in bocca d'un popolano un altro discorso, che ricorda qualche volta il linguaggio di Catilina in Sallustio, e ritrae con singolare eloquenza le passioni selvagge della plebe sfrenata di Firenze. V' anche una strana mistura di paganesimo e di cristianesimo tutta propria del Rinascimento. "Quando noi dovessimo ora deliberare, se si avessero a pigliare le armi, ardere e rubare le case dei cittadini, forse anch'io consiglierei piuttosto una quieta povert che un pericoloso guadagno. Ma perch le armi sono prese e molti mali gi fatti, bisogna ora non lasciar quelle, e de' mali commessi assicurarci. Quando altro non c'insegnasse, la necessit c'insegna. La Citt  piena di odio contro di noi, e nuove forze contro le nostre teste si apparecchiano. N a farci perdonare gli errori vecchi c' altro modo che farne dei nuovi, raddoppiando le arsioni e le ruberie, cercando di avere in esse molti compagni", "perch dove molti errano, niuno si gastiga, ed i falli piccoli si puniscono, i grandi ed i gravi si premiano. E quando molti patiscono, pochi cercano di vendicarsi, perch le ingiurie universali con pi pazienza che le particolari si sopportano. Il moltiplicare adunque nei mali ci far pi facilmente trovar perdono.... Duolmi bene ch'io sento che molti di voi delle cose fatte per coscienza si pentono, e dalle nuove si vogliono astenere. E certamente s'egli  vero, voi non siete quelli uomini che io credeva che foste, perch n coscienza, n infamia vi debbe sbigottire;(340) perch coloro che vincono in qualunque modo vincono, mai non ne riportano vergogna. E della coscienza noi non dobbiamo tener conto, perch dove , come  in noi, la paura della fame e delle carceri, non pu n debbe quella dello Inferno capere."(341)
Ed ora, in mezzo al tumulto, si presenta al Machiavelli la singolare figura di Michele di Land, che scalzo e con poche vesti indosso, con tutta la turba dietro, sal sopra la scala del Palazzo, e fu dal popolo proclamato Gonfaloniere. Per mostrarci poi come questo popolano, che ormai ha gi esaltato la sua immaginazione, era "sagace e prudente, e pi alla natura che alla fortuna obbligato," egli ci narra un aneddoto che in buona parte  sua invenzione. Dice adunque che Michele di Lando, vedendosi esaltato da un popolo, nell'ebbrezza della vittoria avido di sangue, voleva trovar modo di dominarlo, per impedirgli di trascendere a maggiori eccessi. Comand quindi che si cercasse un tale ser Nuto, uomo odiatissimo, che era stato dagli avversari del popolo designato per bargello; e tutti allora s'avviarono, pieni d'ira, a cercarlo. Michele di Lando profitt subito del momento, per cominciare con giustizia quel governo che aveva acquistato con fortuna, e non solo ordin che niuno osasse pi di ardere le case, ma fece piantare le forche in Piazza, dimostrando cos che era deciso a punir severamente chi non obbediva. In questo mezzo torn la moltitudine, menando ser Nuto, che fu "a quelle forche per un piede impiccato, del quale avendone qualunque era intorno spiccato un pezzo, non rimase in un tratto di lui altro che il piede." Secondo il Machiavelli, Michele di Lando non dette l'ordine esplicito d'ammazzare ser Nuto, perch non ve n'era bisogno. Designando per la vittima odiata, che nessuno avrebbe potuto o voluto salvare, pens con essa di saziare l'ira popolare. E cos avrebbe trovato il modo di risparmiare la vita e le case di molti cittadini, di ristabilire subito l'ordine e la giustizia.(342)
Se non che, tutto ci non  storicamente vero. Il Capponi, nel suo Tumulto dei Ciompi, non parla del fatto, perch la sua narrazione si ferma prima d'arrivare a questo punto; ne parlano invece gli altri storici, a cui ora ricorre il Machiavelli, ma essi(343) l'attribuiscono ad uno scoppio feroce e spontaneo d'ira popolare, senza punto accennare che Michele di Lando vi avesse avuto parte alcuna. L'eccidio segu di certo, e sembra ancora che, dopo averlo compiuto, il furor popolare si calmasse davvero. Ma l'ordine dato da Michele al popolo, e la intenzione con cui l'avrebbe dato, sono menzionati solo dal Machiavelli, e furono da lui inventati. Egli era talmente persuaso, che un uomo il quale, nelle rivoluzioni, nella politica, salga d'un tratto a grande altezza, deve di necessit avere nelle vene una qualche goccia del sangue di Cesare Borgia, che la vedeva anche l dove non ve n'era traccia.(344) Del semplice scardassiere, che god di una brevissima popolarit, che fece in vero pi bene che male, ed ebbe molti lodatori, ma non fu nulla di singolarmente grande, volle formare un accorto politico, un gran personaggio. Lo ammir oltre misura, perch lo vide difensore della libert popolare, senza pensare a valersi mai della prospera fortuna, per tentare di farsi tiranno. Ed una volta cominciato a dipingere il suo quadro in proporzioni assai maggiori del vero, egli lo volle, perch riuscisse anche pi attraente, colorire colla propria immaginazione, la quale troppo spesso vedeva il Valentino per tutto. E continu, con la stessa ammirazione, con la stessa fantasia, sino alla fine. Quando poi la plebe torn ai disordini, passando ogni confine, e non valsero ragioni n minacce a frenarla, Michele, secondo il Machiavelli, corse la Citt con la spada in mano, seguito da molti armati, e dom colla forza i ribelli. Cos finalmente si sarebbero posati i tumulti "solo per virt del Gonfaloniere, il quale d'animo, di prudenza e di bont super in quel tempo qualunque cittadino, e merita d'essere annoverato in tra i pochi che abbino beneficato la patria loro, perch la bont sua non gli fece venir pensiero nell'animo che fosse al bene universale contrario."(345) Ma tutto ci  lavoro d'immaginazione. Michele di Lando fu invece un personaggio assai modesto, che spesso divenne involontario, inconscio strumento nelle mani di Salvestro de' Medici, ed in nessun caso avrebbe mai potuto, seriamente aspirare alla tirannide.(346)
Il Machiavelli torna qui a Marchionne Stefani,(347) e poco giovandosi dell'Aretino(348) o di altri, continua la sua narrazione fino al 1414. Esamina, innanzi tutto, le prime conseguenze del Tumulto dei Ciompi, le quali furono una reazione contro l'eccessivo potere della plebe, cacciata ora dal governo, ed un nuovo trionfo delle Arti. Le Minori prevalsero per sulle Maggiori, e salirono quindi in auge i nemici degli Albizzi, come Giorgio Scali e pi specialmente ancora Salvestro de' Medici. Questi, che era stato sin da principio il segreto promotore e manipolatore del tumulto, seppe profittare a suo proprio vantaggio della reazione che ne segu a danno della plebe e delle Arti Maggiori. Egli e non Michele di Lando fu veramente l'accorto politico, e ci, secondo il Machiavelli stesso, il quale poi, non volendo lodare una condotta senza audacia e di soli sotterfugi, che mirava a distruggere la libert, esalt e idealizz invece il modesto e ardito scardassiere, che non pens mai ad abusare della fortuna, a danno del popolo ed a suo proprio vantaggio.
Quando incominci pi tardi la lunga guerra dei Fiorentini contro Giovan Galeazzo Visconti, chiamato il Conte di Virt, signore di Milano, che voleva farsi padrone di tutta Italia, il governo di Firenze torn di nuovo nelle mani delle Arti Maggiori e degli Albizzi, i quali condussero la guerra con energia e con mirabile patriottismo.(349) Ma essi dovettero aumentare le gravezze, e tener basso il popolo minuto, che ne rest naturalmente assai scontento. Laonde, quando appena cessarono i pericoli e si torn alla pace, la moltitudine si sollev subito, rivolgendosi a messer Vieri de' Medici, che divenne come il capo della Citt, seguendo sempre la stessa accorta politica di aspettazione.
Il quarto libro descrive in qual modo i Medici arrivarono finalmente a toccare la mta desiderata. S'incomincia dal 1420, facendo cos un salto di parecchi anni, e si arriva fino al trionfo di Cosimo de' Medici, dopo il suo ritorno dall'esilio nel 1434. La ragione del salto non sta solamente nel non essere in quel mezzo seguiti fatti molto notevoli. Il Machiavelli si vale qui esclusivamente d'una nuova fonte, le Istorie Fiorentine di Giovanni Cavalcanti, e queste incominciano appunto dal 1420.(350) Il poco o nessun valore letterario dell'opera, la fece restar lungamente dimenticata; pure come narrazione di avvenimenti contemporanei, essa fu giudicata ed  veramente una guida sicura. Il Machiavelli ebbe quindi ragione di giovarsene moltissimo, pi assai che non fece di tutte le altre sue fonti. Qualche volta, mutandone solamente lo stile, la copia addirittura.
I Medici incominciano ora ad essere potenti davvero, ed egli sembra perci rivolgere pi che pu lo sguardo dai fatti interni di Firenze, per fermarsi invece a parlare lungamente delle guerre esterne, che aveva finora sempre trascurate. Ne parla per solo per avere occasione a dir male dei capitani di ventura, a notare la funesta azione che esse ebbero sui partiti in Firenze, ponendo in luce l'arte infinita con cui i Medici seppero cavarne profitto. Prende dal Cavalcanti il racconto d'alcune di esse, e lo colorisce a suo modo; ne lascia per da parte altre non poche, seguendo il suo autore nella narrazione che egli ci lasci dei fatti interni. Il Cavalcanti fa su di essi anche le sue considerazioni, esponendole in lunghissimi, eterni discorsi, che pone in bocca de' suoi personaggi. Questi discorsi sono retorici, gonfi, penosissimi a leggersi; ma hanno il pregio di contenere i ragionamenti che si facevano allora in Firenze. Ed il Machiavelli li imita, qualche volta li copia addirittura. Se non che, quelle retoriche cicalate, per la magica forza della sua penna, diventano eloquentissime, come anche le lunghe, monotone narrazioni del Cavalcanti diventano, spesso con pochi accorti mutamenti, rapide, efficaci, vivacissime. E se a ci s'aggiunge la connessione logica de' fatti, che egli vi pone sempre di suo, capiremo come questo quarto libro delle Storie possa avere un proprio e non piccolo valore, nonostante la continua imitazione, la quale  tale davvero, che niuno pu farsene un'idea chiara, senza paragonare fra loro i due autori. E dal paragone apparisce ancora con quanto poco un uomo di genio possa mutare un pessimo scritto in uno eccellente.
Dopo una breve introduzione sui pericoli che corre la libert, se le buone leggi non frenano gli eccessi dei nobili, che spingono alla oppressione, e quelli del popolo, che spingono alla licenza, il Machiavelli osserva come queste buone leggi le ebbero gli antichi, non le repubbliche italiane del Medio Evo, che perci finiron tutte coll'aver bisogno d'essere da qualcuno comandate. "Un esempio manifesto ne dette Firenze, dove le parti nate per la discordia degli Albizzi e dei Ricci, e da messer Salvestro de' Medici con tanto scandalo risuscitate, mai non si spensero. Grandi furono certo i meriti degli Albizzi verso la patria; ma essi divennero subito insolenti, e si lacerarono per invidia fra di loro, il che dette modo ai Medici di riprendere sempre maggiore autorit sul popolo. Cos Giovanni arriv finalmente al primo magistrato, con grande allegrezza dell'universale. Ed invano i pi sav, massime Niccol da Uzzano, avvertirono che gi si era al principio della tirannide."(351)
Di qui si vien subito alla guerra contro Filippo Maria Visconti, che aspirava al dominio d'Italia. E gli Albizzi furono di nuovo a capo del governo, di nuovo conducendo con molta energia la guerra, che fin nel 1424 con la rotta di Zagonara.(352) Il Cavalcanti dice che la battaglia "incominci grandissima e mortale;" ma che i Fiorentini furono per imperizia dei capitani circondati e messi in fuga. Il generale supremo fu fatto prigioniero; Lodovico degli Obizzi, uno dei capitani, fu morto; un terzo affog nell'acqua.(353) Secondo l'Ammirato furono inoltre disarmati dal nemico 3200 cavalieri.(354) Tutto questo fa credere che, oltre i capitani, morissero anche parecchi soldati. Ma al Machiavelli, che pure ha dinanzi a s la narrazione del Cavalcanti, non par vero di trovare una prima occasione ad esprimere il disprezzo che aveva per le armi mercenarie, e senza parlare d'alcuna resistenza, conclude dicendo, che "in tanta rotta per tutta Italia celebrata, non mor altri che Ludovico degli Obizzi, insieme con due altri dei suoi, i quali cascati da cavallo, affogarono nel fango."(355) Vedremo che lo stesso presso a poco egli ripete anche di altre guerre fatte allora, nelle quali la resistenza fu assai maggiore ed il numero dei morti meglio conosciuto.
La rotta di Zagonara ebbe per sua immediata conseguenza, la disfatta in Firenze delle Arti Maggiori e degli Albizzi. In tutte le piazze si gridava contro la loro ambizione. "Ora hanno creato costoro i Dieci per dar terrore al nimico? Ora hanno eglino soccorso Forl e trattolo dalle mani del Duca? Ecco che si sono scoperti i consigli loro, ed a qual fine camminavano: non per difendere la libert, la quale  loro inimica, ma per accrescere la potenza propria, la quale Iddio ha giustamente diminuita. N hanno solo con questa impresa aggravata la Citt, ma con molte, perch simile a questa fu quella contro al re Ladislao. A chi ricorreranno eglino ora per aiuto? A papa Martino, stato a contemplazione di Braccio straziato da loro? Alla reina Giovanna, che per abbandonarla l'hanno fatta gettare in grembo al re di Aragona?"(356) Chi mai crederebbe che questo discorso  addirittura calcato sopra quello gi scritto dal Cavalcanti? E pure  cos certamente.(357) Vennero allora creati venti cittadini, per mettere nuove imposte, e pagar le spese della guerra. Essi per aggravarono principalmente i popolani grassi; e questi si radunarono in Santo Stefano, dove Rinaldo degli Albizzi tenne loro un discorso, che il Cavalcanti ci d in quindici pagine, diluendo in un mare di frasi le proposte che furono fatte, e che il Machiavelli raccoglie, con grande evidenza, in poche parole. Bisognava rendere, disse l'Albizzi, lo Stato ai potenti, e torre autorit alle Arti Minori, riducendole da quattordici a sette.(358) Seguono ancora altri discorsi, che son sempre imitati dal Cavalcanti. E finalmente l'Albizzi riceve dai suoi incarico di guadagnare alla parte Giovanni dei Medici. Ma questi gli rispose dichiarandosi avverso alle novit, amico del popolo,(359) il che gli accrebbe subito favore grandissimo nella Citt. E qui il Cavalcanti continua, in venticinque capitoli, a parlare delle guerre esterne, che il Machiavelli tralascia quasi del tutto, ricordandone appena qualche aneddoto.
Seguta la pace, rinacquero al solito le discordie, e Giovanni dei Medici favor la legge del Catasto, la quale, dando modo di mettere le imposte secondo i redditi accertati, e non pi ad arbitrio, era dal popolo grasso avversata, dal minuto desiderata, e fu vinta coll'aiuto di Giovanni,(360) che poco dopo mor (1429). La descrizione della sua morte, il discorso ai figli, e perfino il suo elogio son presi sempre dalla stessa sorgente, migliorandola con la solita arte.(361) Corre poi il Machiavelli rapidissimamente sopra altri fatti, ed arriva alla guerra contro Lucca, che riusc in fine tutta a favore dei Medici. Deliberata, per opera d'Astorre Gianni e di Rinaldo degli Albizzi, i quali andarono commissari al campo, essa fu ben presto causa della loro rovina. Astorre Gianni si condusse con grande crudelt contro Seravezza che pur si era gi spontaneamente arresa. E per alcuni di quei cittadini vennero in Firenze, dicendo: "Questo vostro commissario non ha d'uomo altro che la presenza, n di Fiorentino altro che il nome: una peste mortifera, una fiera crudele, un mostro orrendo, quanto mai da "alcuno scrittore fosse figurato."(362) Astorre allora fu richiamato, e l'Albizzi, pieno di sdegno perch lo accusavano di aver mercanteggiato sugli approvvigionamenti dell'esercito e sulle prede di guerra, abbandon il campo e rinunzi l'ufficio.(363) Dopo di che la guerra and di male in peggio, ed i Fiorentini vennero disfatti presso il Serchio.
Il Machiavelli, ricordate in breve queste fazioni, che il Cavalcanti narra a lungo, introduce finalmente sulla scena Cosimo de' Medici, che da gran tempo aspettava l'occasione ormai vicina. Ne fa il ritratto, lodandone i modi, la prudenza singolare, la liberalit grandissima verso gli amici, della quale si valeva a divenir sempre pi potente. Egli aveva prima favorito la guerra contro Lucca, ed ora che, condotta dall'Albizzi, era riuscita cos male, taceva o ne faceva cadere su questo tutta la colpa. Il Barbadori che s'era avvisto dell'arte finissima, invano and da Niccol da Uzzano,(364) per indurlo ad unirsi coll'Albizzi, e cacciare dalla Citt Cosimo. Nel farci questo racconto, seguendo le tracce del Cavalcanti, il Machiavelli tralascia il discorso che questi pone in bocca del Barbadori; ma copia, modificandolo nella forma, quello dell'Uzzano, aggiungendovi di suo appena qualche riflessione. "E' si farebbe per te, per la tua casa e per la nostra Repubblica, che tu e gli altri che ti seguono in questa opinione, avessero la barba piuttosto d'ariento che d'oro, perch i loro consigli, procedendo da capo canuto e pieno di esperienza, sarebbero pi sav e pi utili a ciascheduno."(365) "Questa nostra parte voi la chiamate dei nobili; ma se cos , io ti ricordo che i nobili furono sempre in Firenze vinti dalla plebe. Ed ora si aggiunge, che noi siamo divisi e gli avversari sono uniti.(366) Cosimo ha poi in mille modi beneficato il popolo." "Adunque converrebbe addurre le cagioni del cacciarlo, perch egli  pietoso, officioso, liberale e amato da ciascuno. Dimmi un poco qual legge  quella che proibisca o che biasimi e danni negli uomini la piet, la liberalit, lo amore?(367) E bench siano modi tutti che tirino gli uomini volando al principato, nondimeno e' non sono creduti cos, e noi non siamo sufficienti a dargli ad intendere, perch i modi nostri ci hanno tolta la fede." "Certo, sebbene e' sia molto difficile il cacciare Cosimo, pure, avendo una Signoria amica, si potrebbe riuscirvi.
Ben presto per egli tornerebbe," "e ne avreste guadagnato questo, che voi l'avreste cacciato buono, e tornerebbeci cattivo, perch la natura sua sarebbe corrotta da quelli che lo revocassero, a' quali sendo obbligato, non si potrebbe opporre."(368) Fu quello che in fatti segu; e di quest'ultima osservazione venne data gran lode al Machiavelli; ma essa, come quasi tutto il discorso, si trovava gi nel Cavalcanti.
Niccol da Uzzano mor, e restarono a contendersi Rinaldo degli Albizzi e Cosimo de' Medici, che coi loro seguaci tenevano da capo divisa la Citt. "Qualunque volta," cos scrive il Machiavelli, seguendo sempre il suo modello, "si creava un magistrato, si diceva pubblicamente quanti dell'una e quanti dell'altra parte vi sedevano, e nella tratta de' Signori stava tutta la Citt sollevata. Ogni caso che veniva davanti ai magistrati, ancora che minimo, si riduceva fra loro in gara; i segreti si pubblicavano; cos il bene come il male si favoriva e disfavoriva; i buoni come i cattivi ugualmente erano lacerati; niuno magistrato faceva l'ufficio suo."(369) E quando stava per essere eletto gonfaloniere Bernardo Guadagni, amico dell'Albizzi, questi, ad evitare che la elezione fosse annullata, gli dette il danaro necessario per soddisfare alle imposte da lui non ancora potute pagare,(370) chiedendogli che si adoperasse nel nuovo ufficio a cacciar dalla citt Cosimo de' Medici, divenuto sempre pi potente. Anche nel riferire questo discorso, il Machiavelli ci d un sunto fedele di quello che si legge nel Cavalcanti. "Gli ricord che se messer Salvestro dei Medici aveva potuto ingiustamente frenare la grandezza de' Guelfi, ai quali spettava il governo della Citt, a cagione del sangue dai loro antenati per essa versato, ben poteva egli giustamente fare contro un solo, quello che ingiustamente era stato fatto dagli altri contro tanti.(371) Confortollo a non temere, perch gli amici lo avrebbero aiutato colle armi, e Cosimo dalla plebe, che ora sembrava adorarlo, non trarrebbe altri favori che si facesse gi messer Giorgio Scali; n v'era da dubitare delle ricchezze di lui, perch, quando fosse preso dai Signori, anderebbero anch'esse nelle loro mani. Questo renderebbe finalmente la Repubblica sicura ed unita, e lui glorioso."(372)
Dal Cavalcanti  preso tutto il racconto della prigionia, dell'esilio e del ritorno trionfale di Cosimo, non solo nelle linee generali, ma anche nei minuti particolari e nei discorsi.(373) Molti incidenti si trovano nel suo libro che non sono in quello del Machiavelli, ma nessuno quasi  nel secondo, che non sia nel primo. Ed anche le parole di rimprovero, che nella fine di questo libro, l'Albizzi, costretto ad esulare, dice a papa Eugenio IV, sono prese dalla stessa fonte.(374) Il Machiavelli per, come sempre, aggiunge col nuovo stile anche la connessione e la profonda intelligenza dei fatti. Egli in vero fu il primo che fece vedere, come la guerra port al potere gli Albizzi con le Arti Maggiori, e la pace vi port invece le Minori, dietro le quali stavano come in continuo agguato i Medici, che ottennero il favore della plebe, facendo mostra di favorirla, per poi opprimere tutti. Cos pot trasformare in una storia originale e nuova, che poneva in luce l'arte pi segreta dei Medici, la narrazione lunga e noiosa del Cavalcanti, scritta pessimamente, nella quale i fatti pi gravi e gl'incidenti pi insignificanti sono messi gli uni accanto agli altri, senza legame, senza ordine o distinzione di sorta, perdendo il loro significato, il loro proprio valore. Il paragone fra le due opere riesce quindi assai utile, ed  perci che noi abbiamo creduto opportuno di fermarci a discorrerne cos a lungo.



CAPITOLO XIV.

Le Istorie fiorentine. - I libri V e VI, il trionfo dei Medici e le guerre d'Italia. - I libri VII e VIII, Lorenzo dei Medici e le congiure. - I Frammenti storici. - Gli Estratti di lettere ai Dieci di Bala. - La prima bozza delle Istorie.

I quattro libri che seguono, costituiscono la terza ed ultima parte delle Storie, e procedono assai meno ordinati. Il Machiavelli avrebbe qui dovuto parlare del dispotismo dei Medici, e dei modi con cui distrussero la libert. Ma era un argomento assai difficile per lui. Anche lodando le loro buone qualit, avrebbe dovuto biasimare aspramente la loro condotta politica, e non poteva farlo con la necessaria libert, in un'opera dedicata a Clemente VII, che gliene aveva fatto avere la commissione. Il 30 agosto 1524 egli scriveva al Guicciardini: "Attendo in villa all'istoria, e pagherei dieci soldi, non voglio dire di pi, per consultarvi; giacch sono venuto a un punto, che avrei bisogno d'intendere da voi, se offendo troppo con l'esaltare o abbassare. Pure m'ingegner di fare in modo che, dicendo il vero, nessuno si possa dolere."(375) Nel quinto e sesto libro perci egli si ferma lungamente a parlare delle guerre fiorentine, anzi delle italiane in generale, per sempre pi condannare i capitani di ventura, dimostrando di nuovo che essi furon causa della rovina d'Italia. Solo di tanto in tanto ritorna ai fatti interni di Firenze, pei quali continua a valersi del Cavalcanti; ma poi subito ne rifugge, per discorrer nuovamente delle guerre, nel raccontar le quali si vale di Flavio Biondo, di Gino Capponi e del Simonetta, che ne furono spesso testimoni oculari.
Dopo avere adunque accennato alle sue ben note idee sul crescere e decadere degli Stati, osserva che nelle umane societ prima sorgono i capitani e le armi, poi la filosofia e le lettere. "Le armi portano vittoria, la vittoria quiete, n si pu la fortezza degli animi con il pi onesto modo, che con quello delle lettere corrompere. L'Italia percorse anch'essa queste vicende, riuscendo con gli Etruschi ed i Romani ad essere ora felice, ora misera. E sebbene, dopo la rovina dell'Impero, non si fece nulla che riuscisse a redimerla, riunendola sotto un virtuoso principe che sapesse farla gloriosamente operare, pure essa pot per qualche tempo avere la virt necessaria a difendersi dai barbari. Ma si venne poi a tempi i quali non furono per la pace quieti, n per la guerra pericolosi. I principi e gli Stati,  vero, si assaltavano l'un l'altro; ma non si possono chiamare guerre quelle in cui gli uomini non si ammazzano, le citt non si saccheggiano, i principati non si distruggono. Esse si cominciavano senza paura, trattavansi senza pericolo, finivansi senza danno. E cos quella virt militare, che altrove fu spenta dalla lunga pace, venne fra di noi spenta da tali guerre, come si vedr per ci che diremo dal 1434 al 1494, quando fu di nuovo aperta la via ai barbari, e rimessa l'Italia nella loro servit." "E se nel descrivere le cose seguite in questo basso mondo, non si narrer o fortezza di soldati o virt di capitani o amore verso la patria di cittadino, si vedr con quali inganni, con quali astuzie ed arti i principi, i soldati e capi delle repubbliche, per mantenersi quella reputazione che non avevano meritata, si governavano."(376) Questa  la introduzione al quinto libro.
Comincia poi il Machiavelli a parlar delle due scuole della milizia italiana, capitanate l'una da Francesco Sforza, l'altra da Niccol Fortebracci e da Niccol Piccinini. Narra rapidamente, incompiutamente, con assai poca esattezza le loro imprese nello Stato della Chiesa dopo l'anno 1433,(377) sempre col solo scopo di far conoscere la triste natura di quelle guerre, le grandi rovine che portarono alla libert ed all'Italia. E tutto ci, ora venendo bruscamente ai fatti interni di Firenze, ora allontanandosene di nuovo non meno bruscamente. Il ritorno trionfale di Cosimo, e le persecuzioni che subito ne seguirono, conducono l'autore a fare alcune osservazioni, le quali rivelano che cosa egli veramente pensasse di quei fatti, e perch rifuggisse dal narrarli. "Ai cittadini allora non solo l'umore delle parti nuoceva; ma le ricchezze, i parenti, le inimicizie private. E se questa proscrizione fosse stata dal sangue accompagnata, avrebbe a quella d'Ottaviano e di Silla renduto similitudine, ancora che in qualche parte nel sangue s'intingesse; essendo stati decapitati Bernardo Guadagni ed altri cittadini."(378) Non furono mutati i magistrati, ma alterate le loro attribuzioni, diminuita la loro importanza politica. Si trov con le Bale il modo d'assicurare in favore dei Medici le nuove elezioni, anzi questa fu poi sempre la loro arte di governo.(379) Poco altro ci dice della storia interna di Firenze il quinto libro, che torna ora a parlar delle principali guerre italiane, sulle quali assai pi lungamente si ferma.(380)
Da Firenze si salta in fatti alla morte di Giovanna II di Napoli, alla venuta di Alfonso d'Aragona ed alla guerra da lui sostenuta contro i Genovesi, che lo fecero prigioniero insieme con due suoi fratelli, e li condussero al duca Filippo M. Visconti, per ordine del quale avevano combattuto. Qui il Cavalcanti immagina uno strano e assurdo discorso del Duca, dopo del quale esso avrebbe senz'altro liberato i prigionieri, colmandoli di cortesie, con parole sempre retoriche, ampollose e vuote.(381) Il Machiavelli compone invece un discorso, mediante il quale Alfonso d'Aragona avrebbe, con assai accorte ragioni, persuaso il Duca a lasciarlo libero. Questo discorso non ha certo nulla di storico; ma espone quali furono le vere ragioni che, secondo il Machiavelli, dovettero decidere il Duca a liberare i prigionieri. "A lui pi che ad altri era pericoloso," cos gli avrebbe detto il Re, "col tener prigionieri gli Aragonesi, far trionfare in Napoli gli Angioini. Milano avrebbe allora avuto i Francesi a settentrione ed a mezzogiorno, rimanendo cos in loro bala. A nessuno quindi pi che a lui importava il trionfo degli Aragonesi in Napoli, se gi ei non volesse soddisfare ad un suo appetito, piuttosto che assicurarsi lo Stato."(382)
Segue, in conseguenza di ci, la rivoluzione dei Genovesi, sdegnati d'aver combattuto invano, vedendosi costretti a ricondurre liberi sulle proprie navi i prigionieri che avevano presi. Di qui la loro alleanza con Firenze e Venezia contro Milano, che fu difesa dalle armi di Niccol Piccinini.(383) Ed ora il Machiavelli incomincia a valersi dei Commentar di Neri Capponi, giovandosene anche nel narrare le guerre tra lo Sforza ed il Piccinini.(384) Va d'un tratto alle vicende del celebre e fiero cardinal Vitelleschi, che raccoglie da Flavio Biondo.(385) E si ferma poi a narrare la battaglia d'Anghiari, vinta dai Fiorentini con le loro armi mercenarie, contro l'esercito del Piccinini, il quale combatteva pel Visconti. Qui si lascia trascinar nuovamente dalla voglia di parlar male dei soldati di ventura. Avendo dinanzi a s scrittori autorevoli, che davano narrazioni minute e fedeli della battaglia, se ne allontana per esagerar contro il vero, in modo appena credibile. Dopo aver detto che il Piccinini fu disfatto pienamente, aggiunge che "in tanta rotta, in s lunga zuffa, che dur dalle venti alle ventiquattro ore, non vi mor altri che un uomo, il quale non di ferite o altro virtuoso colpo, ma, caduto da cavallo e calpesto, espir." "I capitani non vollero inseguire il nemico, ma contro il volere dei commissari fiorentini, contro ogni buono ordine di guerra, andarono in Arezzo a deporre la preda fatta, liberando gli uomini d'arme che avevano presi al nemico. Onde  da meravigliarsi solamente, che si fosse trovata in questo tanta vilt da lasciarsi vincere da un esercito siffatto."(386) Eppure nulla di tutto ci dicono gli scrittori del tempo. Il Capponi, che era commissario al campo, si duole molto dell'esercito; ma afferma che il nemico venne inseguito sino ai fossi degli alloggiamenti, e che furono fatti 1540 prigionieri. Parlando poi della cura che i Fiorentini dovettero prendere dei loro feriti, ci fa chiaramente capire che la battaglia non era stata senza sangue, come afferm poi il Machiavelli.(387) Flavio Biondo, che per questi tempi  anch'esso molto autorevole, parla di sessanta morti e quattrocento feriti tra i ducheschi, di dugento feriti e dieci morti tra i Fiorentini, oltre seicento cavalli d'ambo le parti, distesi sul suolo dalle artiglierie. E aggiunge che il capitano Astorre Manfredi fu fatto prigioniero dopo essere stato ferito.(388) Il Bracciolini dice che vi furono quaranta morti e molti feriti da parte del nemico.(389)
Dopo avere narrata la presa del Casentino, per opera del commissario Capponi,(390) e la morte di Rinaldo degli Albizzi, il Machiavelli finisce il quinto ed incomincia il sesto libro, tornando nella introduzione di esso a deplorare il modo con cui allora si facevano le guerre. Narra le fazioni di Lombardia tra il Piccinini, che era ai servigi del Duca, e lo Sforza, che combatt prima pei Veneziani e pei Fiorentini; poi, mutato padrone, pel Duca contro il Piccinini, che ora aveva mutato anch'egli. E qui l'autore torna bruscamente ai fatti di Firenze, dicendo come Cosimo era vissuto in gelosia grandissima verso Neri Capponi e Baldaccio d'Anghiari, il quale venne poi ucciso a tradimento e gettato dalle finestre di palazzo.(391) Di questo ultimo fatto il Cavalcanti ed il Machiavelli(392) danno tutta la colpa agli amici di Cosimo; ma il Guicciardini, forse con maggior verit, afferma invece che primo ordinatore dell'assassinio fu Cosimo stesso, il quale seppe operare in maniera da disfarsi d'uno dei due nemici, indebolendo anche l'altro, senza potere essere accusato da alcuno.(393)
E da capo, giacch questo libro, al pari del precedente, manca d'ogni unit, si ripiglia la narrazione delle guerre di Lombardia fino a che muore il Duca senza eredi, come da tanto tempo aspettava lo Sforza, suo capitano e suo rivale. Il Machiavelli si ferma qui a narrare la storia della repubblica ambrosiana, che commise l'errore di scegliere a suo capitano lo Sforza, il quale iniquamente la trad, rivolgendo contro di essa quelle armi che erano a lui pagate per difenderla. Ma sebbene avesse dinanzi a s la narrazione dello storico Simonetta,(394) pure, essendo egli avversissimo allo Sforza, perch capitano di ventura e distruttore di una repubblica, colorisce a suo capriccio la brutta storia,(395) senza voler rendere giustizia neppure all'ingegno politico e militare di lui. E rende anche pi singolare il suo racconto, ponendo in bocca dei rappresentanti della tradita citt, un discorso, che certo essi non avrebbero mai osato di fare allo Sforza; ma che esprime invece, in modo assai chiaro ed eloquente, il giudizio che il Machiavelli faceva della condotta di lui. Venuti adunque al campo del vittorioso traditore, essi cos avrebbero parlato: "Noi non possiamo adoperare n prieghi, n premi, n minacce, perch negli uomini potenti e crudeli non hanno forza. Conoscendo ora la crudelt ed ambizione tua, vogliamo solo ricordarti i benefiz che hai ricevuti dai Milanesi, per dimostrarti cos la tua ingratitudine, e gustare qualche piacere nel rimproverarteli. Noi ti pigliammo al nostro soldo, quando eri da tutti abbandonato, e tu subito incominciasti a tradirci. Ch non differisti insino ad ora a dimostrarci l'iniquo animo tuo; ma ne desti segno, quando fosti appena padrone delle nostre armi, ricevendo in tuo proprio nome Pavia. Oh! infelici quelle citt che sono, colle armi mercenarie ed infedeli come le tue, necessitate a difendersi. Noi certo non dovevamo porre speranza in colui che aveva tante volte tradito; ma se la nostra poca prudenza accusa noi, non scusa perci la perfidia tua, e tu stesso dovrai giudicarti degno della pena dei parricidi."(396)
Queste guerre dello Sforza sono, pu dirsi, l'argomento principale del quinto e del sesto libro. In mezzo al disordine apparente con cui esse procedono, il Machiavelli vede ed espone assai chiaro il loro scopo costante, che ne determina l'unit. La vita di quel capitano, i mezzi con cui arriv all'ambita signoria di Milano, scalzando prima la potenza del Duca, e tradendo poi perfidamente la repubblica ambrosiana, riescono il pi chiaro esempio d'una pertinace e sleale ambizione, dando un'altra prova manifesta della nessuna fede che si poteva avere negli eserciti di ventura, ed in coloro che li comandavano. Dopo di che il Machiavelli narra altre guerre, ed arriva alla fine del sesto libro, conchiudendolo con le vicende segute nel reame di Napoli sino alla morte d'Alfonso d'Aragona, ed all'avvenimento di Ferrante al trono.
Incomincia poi il settimo libro collo scusarsi d'avere troppo divagato nella storia generale d'Italia; ma ci gli parve necessario a far meglio intendere quella di Firenze, alla quale ora ritorna per poco, premettendo alcune nuove riflessioni sui modi con cui i Medici, in mezzo alle divisioni, si fecero strada al potere assoluto. "Le divisioni sono in tutte le citt inevitabili; ma i capi di parte possono divenire autorevoli e potenti per vie pubbliche o per vie private. Quando si compie lodevolmente una guerra o un'ambasceria, quando si danno utili consigli alla repubblica, allora si sale per vie pubbliche, giovando alla patria, e si trovano amici e aderenti. Quando si rendono benefiz o favori ai privati, e si gratificano con danari o con uffic; quando si trattiene il popolo con giuochi e feste pubbliche, allora si sale per vie private, e si fanno partigiani che danno origine alle stte, le quali sono sempre nocive. Queste deve un savio legislatore cercare di spegnere, non potendo mai evitare del tutto le divisioni. Neri Capponi era salito solamente per vie pubbliche; Cosimo de' Medici, per vie pubbliche e private, onde ebbe non solo amici, ma anche partigiani, che formarono una stta. Essa si tenne pi o meno unita dal 1434 al 1455, e pot quindi in ventun anno, per mezzo delle Bale, riassumere sei volte il governo. Ma dopo la morte del Capponi (1455) i partigiani de' Medici si divisero, volendo alcuni da capo la Bala, altri le elezioni a sorte. Vinsero i primi, e la stta divenne allora pi potente e audace che mai. Fu questo governo che dur otto anni, insopportabile e violento, perch Cosimo, vecchio e stanco, lasci fare ai suoi, che restarono senza freno, e Luca Pitti, suo amico, pens solo a costruire il proprio palazzo ricevendo donativi da ognuno."(397)
Segue nel 1464 la morte di Cosimo, ed il Machiavelli deve fermarsi a farne l'elogio. Dice adunque che egli fu esempio unico di potere acquistato in citt libera, senza le armi, solo con la prudenza e l'astuzia. Seppe per trentun anno tenere lo Stato, rivolgendo cos le divisioni interne della Citt come le guerre esterne a proprio vantaggio, perch conosceva i mali discosto e preparava i rimed a tempo. Accenna alla protezione data da Cosimo alle lettere ed alle arti; ma neppure in questo luogo trova modo di parlare alquanto largamente della nuova cultura che fu allora iniziata a Firenze, e nella quale i Medici ebbero cos gran parte. Non volendo o non potendo dir tutto quello che pensava del carattere politico di Cosimo, conclude ricordandone alcuni detti, che abbastanza chiaramente lo dipingono anche nelle sue parti meno lodevoli. - Gli Stati non si governano coi paternostri. - Meglio citt guasta che perduta. - Con due canne di panno rosate si fa un uomo dabbene.(398) - Con queste ultime parole Cosimo rispondeva a coloro che lo accusavano di fare entrare nel Palazzo e negli uffic uomini di poco conto. Basta, egli voleva dire, che si dia loro il panno rosso per farsi il lucco, che saranno cittadini rispettabili come gli altri.
Qui la storia del Machiavelli entra in un nuovo argomento, che forma il soggetto principalissimo dei due ultimi libri. La societ italiana s'andava sempre pi corrompendo; il dispotismo trionfava per tutto; le guerre erano condotte in modo sempre pi vergognoso: unica protesta, unico segno d'energia e d'amore alla libert erano le congiure, che in questi anni furono molte. E per esse e le arti con cui i tiranni cercavano difendersi contro i propr sudditi, sono ora il soggetto principale della narrazione. I fatti che il Machiavelli deve da qui innanzi esporre, si trovavano ricordati in molti scrittori contemporanei, ed erano allora freschi nella memoria di tutti. Una ricerca ed uno studio delle fonti  quindi inutile. Egli narrava quello che tutti sapevano e ripetevano; cercava qualche volta le altrui narrazioni ed anche i documenti autentici, qualche altra s'affidava alla memoria. Ci che ora sopra tutto l'occupa  l'analisi delle passioni e dei sentimenti che animavano i congiurati, le cui imprese egli descrive, rappresenta con una eloquenza, con una potenza tale che alcune di queste pagine sono fra le pi belle della sua storia. Ma anche qui, a meglio ottenere il suo intento, pi d'una volta non ha scrupolo d'aggiustare i fatti, e comporre i discorsi a suo arbitrio.
Incomincia col narrare la fine di Iacopo Piccinini, il quale da Milano, incoraggiato dallo Sforza, and a Napoli, dove fu proditoriamente ucciso da Ferrante d'Aragona. Il Machiavelli non esita punto a vedere in ci l'accordo ed il tradimento dei due principi italiani, i quali, come tutti i tiranni, "quella virt che non era in loro, temevano negli altri, e la spensero in modo da non poterla pi ritrovare in alcuno, il che fu poi causa della rovina comune."(399) Il Guicciardini invece  pi cauto, ed osserva che se pure vi fu l'accordo, sempre sdegnosamente negato dallo Sforza, non era possibile averne certezza, perch i due sovrani non lo avrebbero mai concluso in modo da farlo conoscere agli altri.(400)
Segue la congiura tramata a Firenze contro Piero dei Medici, uomo debole d'animo e di corpo, ma che pure, in questa occasione, riusc superiore all'aspettativa. Il Machiavelli nondimeno colorisce il fatto in modo da far risaltare anche pi del giusto la prudenza e prontezza dimostrate allora da Piero. Questi ricevette da Ercole Bentivoglio una lettera, con cui venne avvertito che i suoi nemici avevano raccolto genti, le quali gi erano in via per Firenze. Allora, sebbene fosse ammalato in villa, scrisse subito, dando ordini per avere armati in sua difesa e, accompagnato da essi, si fece in lettiga portare nella Citt, dove la sua inaspettata prontezza gli fece trovar modo di aggiustar le cose. Ma di tutto ci il Machiavelli non si contenta, e per descrivere Piero anche pi astuto che non fu realmente, afferma che egli, accortosi delle trame contro di lui ordite, finse d'aver ricevuto la lettera dal Bentivoglio, perch gli servisse di pretesto ad armarsi improvvisamente. Questa infedelt storica da esso ideata a favore del Medici, non gl'impedisce per di biasimare la condotta tenuta da lui e dagli amici nel perseguitare gli avversar, in modo "che pareva che Iddio avesse loro dato quella Citt in preda."(401) N si pu supporre che simili errori siano sempre involontar, perch vi sono spesso prove del contrario. Un esempio ne abbiamo poco dopo, quando gli esuli che volevano tornare a Firenze, si rivolsero a Piero. Gli scrisse fra gli altri Angelo Acciaiuoli, chiedendo grazia con un linguaggio alquanto ironico, e quasi offensivo, cui egli rispose negando la grazia, in modo per abbastanza cortese e dignitoso. Sono a stampa le due lettere, che il Machiavelli certo vide, perch ne riporta fedelmente alcune frasi, alterandone per il resto in maniera da fare apparire l'Acciaiuoli pi rimesso, e Piero pi duro e cinico che non fu.(402) Dominato dalle sue teorie, e qualche volta anche eccentrico, egli obbediva spesso al solo capriccio della sua fantasia.
Non fu quindi senza ragione se l'Ammirato, giunto a questi medesimi tempi nelle sue Storie fiorentine, perd la pazienza, e dopo avere notato in quelle del Machiavelli diversi errori, afferm che esso "scambia i nomi e gli anni, aggiunge, toglie, diminuisce, e, quello che  pi, non sempre per solo errore, ma anche a disegno e per rendere la sua narrazione pi eloquente."(403) Ed in vero poco pi oltre, nel descrivere la battaglia seguta l'anno 1466 alla Molinella, tra i Veneziani e i Fiorentini, egli finisce al solito con queste parole: "Vennero a una ordinata zuffa, la quale dur mezzo un giorno, senza che niuna delle parti inclinasse. Nondimeno non vi mor alcuno; solo vi furono alcuni cavalli feriti, e certi prigionieri da ogni parte presi."(404) Anche qui, l'Ammirato giustamente osserva, v' grandissima esagerazione,(405) perch gli scrittori del tempo parlano tutti pi o meno di parecchie centinaia di morti, ed il Guicciardini dice addirittura, che quello fu "un bel fatto d'armi."(406)
Ed ora si torna alle congiure. Bernardo Nardi, esule fiorentino, messosi d'accordo con Diotisalvi Neroni, and a Prato per sollevare quella terra contro Firenze e contro Lorenzo e Giuliano dei Medici, che erano allora successi a Piero. Nel narrare questo fatto, il Machiavelli ci descrive una scena ignorata dagli altri scrittori, ma assai poco credibile. Il Nardi, secondo lui, s'impadron del Podest, ed era per impiccarlo alle finestre del Palazzo, quando questi, trovandosi col capestro al collo, gli fece un discorso cos ben ragionato, con tali e tante promesse, che lo persuase a lasciarlo andar via libero.(407) Allora il Podest fu di nuovo padrone della terra, la congiura and a monte, ed il Nardi venne decapitato. Il vero  invece che l'impresa fall, perch il popolo non si mosse, ed al rappresentante del governo fiorentino non fu quindi difficile vincere subito i ribelli e punirli.
Dopo la rivoluzione, la sottomissione ed il sacco crudelissimo di Volterra, il Machiavelli arriva all'episodio principale del settimo libro, alla congiura, cio, scoppiata contro Galeazzo Sforza duca di Milano nel 1476. Lo stile qui si rialza con un vigore che va crescendo sino alla tragica fine del sanguinoso dramma. L'autore descrive con la penna di Tacito i viz del Duca, che tutti offendeva, tutti insultava, pubblicamente vantandosi delle donne che disonorava, e l'odio feroce che negli offesi animi sorgeva perci contro queste iniquit. Nel comporre la sua narrazione egli di certo aveva letto la coraggiosa confessione dell'Olgiati, che fu poi pubblicata dal Corio, e per con molta verit, con singolare eloquenza ci pone sotto gli occhi l'animo esaltato di quel giovane e de' suoi due compagni, continuamente riaccesi a cospirare, con la lettura dei classici latini, dal loro maestro Niccola Montano. I discorsi e preparativi che essi facevano, i continui eserciz a ferirsi impetuosamente colle guaine dei pugnali, e sopra tutto la strana mescolanza d'odio pagano contro la tirannide, e di sentimento cristiano, col quale volevano santificare quell'odio, sono descritti, rappresentati con tale evidenza, che noi abbiamo una visione tanto chiara e precisa del modo di sentire e di pensare in quei tempi, quale non si trova n forse si trover mai pi in nessun altro scrittore antico e moderno. Il Machiavelli supera veramente s stesso, quando, narrata che ha l'uccisione del Duca nella Chiesa, ci descrive la fine eroica dell'Olgiati, il solo dei congiurati che scamp al primo impeto del furor popolare. Sottomesso alla tortura, egli, come apparisce anche dal suo processo, invocava la Vergine e componeva distici latini, esaltando la libert, ed affrontando impavido la morte.(408) La prosa italiana difficilmente pu presentarci esemp d'uno stile pi vigoroso ed eloquente di quello del Machiavelli in questo luogo.
Pure seppe innalzarsi ancora pi alto. L'ottavo libro continua il settimo, trattando lo stesso argomento. E perch le considerazioni generali sulle congiure furono gi esposte nei Discorsi, l'autore non fa su di esse nuovi preamboli, ma incomincia subito con quella dei Pazzi, scoppiata a Firenze l'anno 1478. Questa pu dirsi il punto culminante della tenebrosa serie dei fatti sanguinosi, ricordati nei due ultimi libri delle Storie. Il Poliziano ed altri testimoni oculari l'avevano narrata, essa era quindi notissima a tutti in Firenze. Il Machiavelli aveva di certo parlato con pi d'uno di coloro che vi si erano trovati presenti, ed aveva letto la confessione del Montesecco,(409) uno dei congiurati, la quale venne divulgata quattro mesi dopo l'accaduto, ed  ricordata anche dal Guicciardini.(410) La narrazione d'una tale congiura non poteva quindi permettere capricciose alterazioni; ed essa riusc non solo esatta e fedele, ma anche un vero capolavoro di stile. La propria eloquenza trascina solo una o due volte l'autore, facendogli aggiungere di fantasia qualche particolare assai secondario, che senza mutar la natura dei fatti, serve a pi vivamente colorirli. Di tanto in tanto il racconto, sempre vivace, sempre efficace,  interrotto da brevi considerazioni, esposte rapidamente come di passaggio, in modo da aggiungere, non da togliere forza.
Il Montesecco, sebbene fosse un soldato di ventura, ricus di prender parte alla esecuzione della congiura, quando seppe che Lorenzo e Giuliano dovevano essere pugnalati in Duomo, nel momento della elevazione dell'ostia. Non volle unire il sacrilegio al tradimento. Vennero quindi scelti in fretta due altri, uno dei quali era prete, e si credeva perci che, avendo con le cose sacre maggiore familiarit, dovesse avere minori scrupoli. Ma questo fu invece causa della rovina dell'impresa, "perch se mai in alcuna faccenda si ricerca l'animo grande e fermo, e nella vita e nella morte per molte esperienze risoluto,  necessario averlo in questa, dove si  assai volte veduto agli uomini nell'arme esperti e nel sangue intrisi l'animo mancare."(411) Il Machiavelli  insuperabile, quando descrive i congiurati che, per esser sicuri di colpire a un tratto le due vittime predestinate, cercarono Giuliano e lo condussero in chiesa. " cosa veramente degna di memoria, che tanto odio, tanto pensiero di tanto eccesso si potesse, con tanto cuore e tanta ostinazione d'animo, da Francesco (dei Pazzi) e da Bernardo (Bandini) ricoprire. Perch condottolo nel tempio, e per la via e nella chiesa con motteggi e giovanili ragionamenti l'intrattennero. N manc Francesco, sotto colore di carezzarlo, con le mani e con le braccia strignerlo, per vedere se lo trovava di corazza o d'altra simile difesa munito."(412) Di poi, nel momento fissato, gittatoglisi sopra, "lo empi di ferite, e con tanto studio lo percosse, che, acciecato da quel furore che lo portava, s medesimo in una gamba gravemente offese." Lorenzo era scampato al pugnale degli assassini, ed il Bandini, vistolo ancora vivo dopo che Giuliano era morto, invano gli si scagli contro con grandissimo impeto, ammazzando un altro che gli si par allora dinanzi, perch Lorenzo fu in tempo a salvarsi nella sagrestia.(413) Il tumulto divenne tale "che pareva il tempio rovinasse."(414) La tremenda confusione di uomini, di grida, di ferite e di sangue  qui viva dinanzi a noi, n meno vivamente sono descritte le stragi che nei giorni seguenti furono commesse dal popolo adirato, sempre pi eccitato all'odio ed alla vendetta contro i congiurati dallo sdegno irrefrenabile di Lorenzo dei Medici. Francesco dei Pazzi venne con altri impiccato alle finestre del Palazzo; il suo vecchio parente, Iacopo, invano chiam in aiuto il popolo, invano grid il nome della libert. "L'uno era dalla fortuna e liberalit dei Medici fatto sordo, l'altra in Firenze non era conosciuta.... Le membra dei morti o sopra la punta delle armi fitte o per la Citt trascinate si vedevano."(415) Iacopo fu preso, mentre fuggiva su pei monti vicini, n i montanari gli dettero ascolto, quando preg che per piet l'ammazzassero. Condannato a morte e sepolto nella tomba de' suoi, ne venne tirato fuori perch scomunicato, e fu sotterrato lungo le mura. Poi di nuovo lo disseppellirono, trascinandolo per le vie della Citt, collo stesso capestro col quale lo avevano impiccato. Finalmente il cadavere venne gittato in Arno, dove galleggi lungo tempo, spettacolo orrendo agli occhi di tutti.(416)
Dopo questo episodio principalissimo, l'ottavo ed ultimo libro continua con la narrazione di altre guerre e congiure italiane, arrivando sino alla morte di Lorenzo dei Medici nel 1492, con la quale finisce. Il Machiavelli si ferma qui a descriverne il carattere ed a tesserne l'elogio. Lo dice potente e fortunato in tutto, salvo nelle cose del commercio, che andarono a lui tanto male, quanto erano andate bene a Cosimo. Accenna, in termini assai generali, alle opere pubbliche da lui compiute, alla protezione data alle arti ed alle lettere, alla grande reputazione acquistata fra tutti i principi. "La quale riputazione ciascun giorno per la prudenza sua cresceva, perch era nel discorrere le cose eloquente ed arguto, nel risolvere savio, nell'eseguirle presto ed animoso. N di quello si possono addurre viz che maculassero tante sue virt, ancora che fosse nelle cose veneree maravigliosamente involto, e che si dilettasse d'uomini faceti e mordaci, e di giuochi puerili pi che a un tanto uomo non pareva si convenisse."(417) Questi elogi, sebbene in gran parte meritati, e da tutti universalmente ripetuti, sono pure espressi in forma alquanto vaga e generica, perch il Machiavelli non sapeva senza riserve, esplicite o sottintese, ammirare colui che aveva con tanta astuzia finito di distruggere la libert di Firenze, e s'era dato a proteggere letterati ed artisti, quando invece vi sarebbe stato bisogno di formare soldati. Il Guicciardini, invece, che non ebbe mai troppo ardenti entusiasmi repubblicani, e scrisse la Storia fiorentina nella sua giovent, quando i Medici erano in esilio, e non si prevedeva ancora che potessero tornare, si trov, nel parlare di Lorenzo, in una condizione d'animo pi libera ed indipendente. Ce ne lasci quindi un ritratto assai fedele, un giudizio pi sicuro e determinato. Lo dichiara un tiranno, ma il pi amabile che si potesse avere. Ne riconosce e ne esalta l'ingegno vario, elegante, originale. Come uomo politico lo crede inferiore a Cosimo, che in condizioni assai pi difficili corse minori pericoli, e fond uno Stato che Lorenzo fu spesso in procinto di perdere. Questi ebbe una superbia grande, govern col sospetto e collo spionaggio, esalt gli uomini di poco conto, abbass i pi autorevoli e reputati, promosse la corruzione. E tutto ci il Guicciardini dice colla massima calma, senza mai esaltarsi n in favore, n contro la libert o i Medici.(418)
Seguono ora i Frammenti storici,(419) che son brani staccati, i quali dovevano formar parte dei libri seguenti, che non furono mai compiuti. Se diamo ad essi un'occhiata, vedremo facilmente come furono compilati dal Machiavelli, ed apprenderemo anche il modo da lui tenuto nel comporre il pi recente periodo delle sue Storie. Questi Frammenti vanno dal 1494 al 1499, e sono divisi in due parti, la seconda delle quali, ancora pi informe,  intitolata: Estratto di lettere ai Dieci di Bala. I Dieci ricevevano, com' noto, le lettere dei commissar di guerra e degli ambasciatori. Da esse il Machiavelli ricav i suoi Estratti, che sono semplici appunti, con i quali compose poi i Frammenti, che sono gi brani staccati da far parte delle Storie, generalmente narrazioni di guerre della Repubblica. La forma dei Frammenti e degli Estratti  molto varia, qualche volta quasi finita e limata, qualche altra invece allo stato di primissimo abbozzo. In alcuni punti vi si trovano perfino le frasi stesse delle lettere su cui furono composti. Spesso infatti vi leggiamo: le vostre genti, i vostri ambasciatori fecero, dissero questo o quest'altro. Qualche volta vi si trovano semplici richiami per memoria dello scrittore: "domanda di questa risposta mess. Francesco Pepi."(420) Una tal forma informe apparisce anche pi visibile verso la fine. Tutto vi  dall'autore accennato appena, per doverlo poi meglio studiare: "A d otto di aprile 1498 mor il re Carlo di apoplessia, e quel medesimo d segu il caso del Frate, del quale si vuole dire appunto."(421) Spesso rimanda ad altre ricerche da farsi nelle lettere e nei documenti d'archivio: "Tutta la pratica si vede per una lettera che  in filza. - Sono in filza molte lettere, dalle quali si caver ordine, come e quando le genti inimiche venissero a Marradi."(422)
Un tal modo di comporre le storie contemporanee era allora assai generale. Il Diario del Buonaccorsi  compilato colle lettere ai Dieci ed ai Signori; i Diar di Marin Sanuto non son quasi altro che una gigantesca collezione di lettere e relazioni d'ambasciatori, cui ne furono aggiunte moltissime altre di privati. Il Machiavelli per che, come il Guicciardini, scriveva una storia, non un diario, raccolto che aveva i suoi materiali, doveva ordinare i fatti e dar grande importanza allo stile. Dopo quindi d'aver messo sulla carta i suoi estratti, componeva con gran cura alcuni brani della narrazione; poi collegava tutto, secondo un disegno generale, scrivendo e riscrivendo da capo. Anche le sue Nature di uomini fiorentini non sono altro che quattro ritratti scritti e corretti, per esser poi messi nelle Storie, come chiaro apparisce dalla loro forma,(423) e dall'essere qualcuno di essi gi entrato a far parte dei Frammenti.
Abbiamo poi mille altre prove della grandissima cura che il Machiavelli poneva nello stile. Trovasi fra i suoi manoscritti parte non piccola d'una bozza, a quanto pare, gi qualche volta corretta, delle Storie. Essa fu recentemente pubblicata, e se la paragoniamo con le stampe che ci danno lo stesso lavoro di nuovo riveduto dall'autore, potremo osservare che le ultime correzioni furono quasi tutte di sola forma, e avremo un'idea del modo, del criterio con cui furono fatte. Certo anche il Machiavelli si lascia di tanto in tanto vincere dal desiderio, allora comune fra i letterati, d'usar frasi e parole ricercate, di dare maggiore dignit al periodo, rendendolo pi latino che non veniva alla prima. Ma tutto ci faceva meno assai de' suoi contemporanei. Correggendo, egli mirava sopra tutto a rendere lo stile sempre pi semplice e chiaro, ad aumentarne con la maggiore naturalezza il vigore e l'efficacia.(424) Il linguaggio parlato, con tutta la sua nativa spontaneit, qualche volta anche coi suoi idiotismi, non iscomparisce mai affatto neppur dalle Storie, sebbene in esse pi che altrove il Machiavelli cercasse, con uno studio continuo dei classici latini, di raggiungere una maggiore solennit. In ogni modo, qui come altrove, la maravigliosa potenza del suo stile nasce principalmente dalla sua semplicit: pi egli si esalta, pi semplice, pi spontaneo diviene. Ma il suo vigore, il suo calore, non bisogna dimenticarlo, risultano solo in parte dalle doti proprio dell'ingegno, dalle qualit del pensatore, giacch in parte non piccola risultano anche dall'entusiasmo che sempre anima il cittadino per la patria e per la libert. Qui  sopra tutto, come vedemmo, la sorgente principale de' suoi pregi e difetti cos nelle Storie, come nelle opere politiche del Machiavelli, il che sar pi evidente, se le paragoniamo con quelle del Guicciardini.
Questi non ha teorie da dimostrare, non entusiasmi che lo trasportino mai;  sempre sereno, tranquillo, impassibile. Qualche volta si lascia vincere dal desiderio di lodare un po' troppo s stesso, e troppo deprimere i suoi avversar politici; ma trionfa poi subito il bisogno irresistibile di ritrarre la realt vera dei fatti, le loro cause e conseguenze prossime, perch questa  la natura del suo ingegno. Nei Ricordi autobiografici egli mette in luce le proprie debolezze, i difetti, i viz de' suoi antenati, con una franchezza che pare cinismo, ed  invece bisogno di descrivere gli uomini quali sono. Nell'immensa moltitudine di fatti che espone nella sua Storia d'Italia, non riesce,  vero, a trovare un ordine razionale, anzi non lo cerca neppure; ma non li riunisce mai in un ordine artificiale e forzato. S'attiene ancora un po' troppo alla forma di annali, abbandonata affatto dal Machiavelli, ed  costretto perci ad interrompere continuamente il filo della narrazione, per riprenderla da capo nell'anno successivo. Ci la rende spesso intralciata e faticosa. Di certo la storia d'Italia  ben pi varia, pi multiforme di quella di Firenze, trattata dal Machiavelli, ed  cos piena d'avvenimenti fra di loro oscuramente connessi, che neppur noi oggi riusciamo a darle ordine logico ed unit razionale. Ma lo spazio di tempo che il Guicciardini abbraccia  anche assai pi ristretto. Egli si occupa solo di fatti contemporanei, in molti dei quali ebbe grandissima parte; e per di essi e degli uomini che li compierono, sempre vasta, profonda  la sua conoscenza. Non v'ha luogo ad ipotesi, a teorie, e neppure a cercare le grandi leggi della storia o le cause remote degli avvenimenti. Ci che sopra tutto occorre  solo un esame severo, accurato della realt. Ed in questo appunto il Guicciardini riesce inarrivabile davvero.
Molte furono le sue accurate ricerche anche nei documenti,(425) grande la sua esperienza; nessuno conobbe e ritrasse al pari di lui il carattere degli uomini di Stato, e i pi oscuri intrighi diplomatici del suo tempo. Nato, educato in Firenze, che era allora il pi gran centro di attivit, di accortezza e di coltura politica, and assai giovane alla corte di Ferdinando il Cattolico, dove impar a conoscere gli affari d'Europa. Tornato in Italia, venne adoperato a servizio dei papi, in altissimi uffici. Tenne il governo di vaste provincie in tempi assai difficili; ebbe una parte notevolissima nei grandi avvenimenti che allora seguivano in Italia, e si mostr sempre un vero uomo di Stato. Questa esperienza, queste qualit si ritrovano nella sua grande opera. Gl'Italiani avevano da un pezzo imparato a scrivere ammirabili storie municipali; il Guicciardini fu il primo che scrisse con egual pregio una storia generale. All'acuta penetrazione dei Fiorentini egli aggiunse la pratica della grande politica in Italia ed in Europa, una indipendenza e larghezza di giudizio, che non si lasciava mai vincere da pregiudiz locali, n si spingeva mai a speculazioni troppo audaci. Tutto ci si vede cos nella narrazione, come anche nei discorsi di cui la sua storia  piena. Se quelli del Machiavelli partono spesso da un concetto generale e mirano a dimostrarlo, quelli del Guicciardini cercano invece di mettere in luce la natura dei fatti e il loro legame, dimostrandone le cause e le conseguenze pi prossime; dicono ci che nel momento determinato, nell'ora che fugge,  necessario ed  possibile fare. Altri ideali, intellettuali o morali, egli non ne ha mai; quasi ne rifugge come da vane illusioni.
L'adagio, cos spesso ripetuto, che lo stile  l'uomo, trova anche qui una singolare conferma. La Storia fiorentina del Guicciardini, tutte le altre sue Opere inedite, scritte nella prima giovent, o pi tardi in mezzo agli affari, senza ambizione letteraria di sorta, hanno una tale evidenza, una cos spontanea eleganza, che il suo stile si confonderebbe con quello del Machiavelli, se non fosse il calore dell'entusiasmo che anima sempre il secondo, e non riesce mai ad alterare la impassibile serenit del primo. Quando invece questi si pose a scrivere la Storia d'Italia, e volle mirare a maggiore solennit, a maggiore dignit di forma, raggiunse certo una eloquenza pi grandiosa; ma perdette subito la primitiva e spontanea semplicit. La sua frase troppo studiata, il suo periodo troppo ciceroniano stancano affannosamente il lettore. N  vero, come si disse, che ci gli avvenne perch non ebbe il tempo necessario a rivedere e correggere. Fu anzi la lima, fu l'artificio studiato e cercato quello che alter e sciup il suo stile. Se ne ha prova chiarissima nel manoscritto originale, corretto, ricopiato un gran numero di volte.(426) Le sue lettere, le sue legazioni, buttate gi alla prima, sono sempre semplicissime ed eleganti. Quando volle innalzare le sue idee, rivestirle di forme solenni, grandiose, sentiva come un bisogno di allontanarle da s, e diveniva artificioso. Sublime invece pareva al Machiavelli ci che pi profondamente sentiva; ci che era pi vicino, pi intimo al suo spirito. Ogni volta che dinanzi a lui balenavano i suoi ideali, egli si sollevava al di sopra di s stesso, ed acquistava una forza, una evidenza, una spontanea naturalezza, nella quale super tutti nel suo secolo. In lui ardeva pi viva e pura la fiamma del patriottismo; fu pi grande scrittore, perch migliore assai era il suo animo, nonostante le calunnie de' suoi detrattori. Divenne perci il nostro pi grande prosatore, come Dante era stato il nostro pi grande poeta.



CAPITOLO XV.

Morte di Adriano VI. - Elezione di Clemente VII.
Battaglia di Pavia. - Congiura del Morone.

Mentre il Machiavelli lavorava ancora a compiere le Storie avvennero fatti che interruppero per sempre i suoi lavori letterari. Improvvise e grandi complicazioni politiche lo ricondussero agli affari, negli ultimi anni della sua vita, che furono assai infelici, perch dovette assistere alla rovina della patria, senza che i suoi sforzi valessero in modo alcuno a lenirne i dolori.
Il 14 settembre 1523 moriva Adriano VI. La prossima elezione aveva una grandissima importanza, combattendosi nel Conclave le tendenze rivali della Spagna e della Francia, che fuori si disputavano il dominio d'Italia. Il nuovo Papa poteva facilmente far pendere la bilancia da un lato o dall'altro. La gara s'accese perci vivissima. I cardinali arrivavano da ogni parte; giunse fra gli altri anche il Soderini sempre potentissimo, sebbene allora liberato appena dalla prigionia, in cui Adriano VI lo aveva tenuto. Quando egli s'avvide che Giulio dei Medici, aiutato dalla Spagna, guadagnava rapidamente terreno, s'un ai fautori di lui, che cos fu sicuro del trionfo. Nella notte del 18 al 19 novembre questi venne eletto, e prese subito il nome di Clemente VII. Tutti sapevano che era un bastardo, quantunque si facesse ogni opera per nasconderlo. Si dice che la fortuna arride ai bastardi; ma essa fu invece a lui tanto nemica, quanto in ogni cosa era stata amica a Leone X. A questo in fatti riuscivano bene anche le cose peggio pensate, a Clemente VII riuscivano male anche i partiti pi lungamente ponderati. Il suo pontificato fu non meno funesto a lui, che a Firenze, all'Italia ed alla Chiesa.
Assunse la tiara con la reputazione di buoni costumi, di uomo religioso, accortissimo, instancabile al lavoro, conoscitore degli affari e delle umane passioni. Tutti avevano creduto che egli fosse stato la guida di Leone X, e assai pi di lui atto a governare. Ma Leone X, quantunque amasse i piaceri e non volesse durare fatica, aveva pure un certo istinto politico, che gli faceva prendere le pi grandi risoluzioni senza molto esitare. Del cardinale Giulio s'era valso solamente per avere le notizie che gli occorrevano, a compiere gli stud necessar alla piena conoscenza degli affari, per eseguire le proprie deliberazioni. Questi era in fatti un attivissimo strumento, e pareva quindi che guidasse colui che invece serviva. "Cos," osserva il Guicciardini, "le faccende messe in mano di due nature tanto diverse, mostravano quanto qualche volta convenga bene la mistura di due contrari."(427)
Non appena per Clemente VII si trov solo a reggere gli affari della Chiesa, si vide subito che a lui mancava assolutamente quella facolt che costituisce il genio pratico dell'uomo di Stato, la quale, facendogli quasi istintivamente calcolare l'impreveduto, lo spinge a decidere ed operare, senza pericolosi indugi. Timido e irresoluto, il nuovo Papa rifuggiva invece da ogni grande responsabilit, e questa debolezza di carattere, che gli fu sempre funesta, veniva accresciuta dalla natura del suo ingegno, il quale, nei pi di facili momenti, si perdeva a bilanciare lungamente il pro ed il contra d'ogni partito da prendere. E come se tutto ci fosse poco, egli prese a suoi consiglieri due uomini di carattere e d'intendimenti opposti: un Italiano, Giovan Battista Giberti, ed un Tedesco, Niccol Schmberg. Questi, vestitosi frate al tempo del Savonarola, e fatto poi arcivescovo di Capua, era accorto, tenace, impetuoso, e favoriva con ardore la politica spagnuola, dominando il Papa, da cui si faceva quasi temere. Quegli, il Giberti, si faceva invece amare, ed era uomo pi d'impeto e di passione che di ragione, tanto che dopo essere stato grande avversario della Francia, n'era divenuto poi non meno caldo fautore.  facile capire come dovesse essere assai pericoloso il veder salire al pontificato un uomo in bala di tante incertezze, di cos opposti consigli, quando s'avvicinava un gigantesco conflitto, il cui esito poteva da un momento all'altro dipendere dalla sua condotta politica.(428)
Primi a sperimentare le conseguenze dall'incerto carattere del Papa furono i Fiorentini. Sebbene egli da lungo tempo li conoscesse, pure cominci subito a consultare ognuno sul modo in cui doveva farli governare, e da chi. I pi gli rispondevano quello appunto che egli voleva, cio: mandasse nella Citt il cardinale di Cortona, Silvio Passerini, con i due giovani bastardi, Ippolito ed Alessandro de' Medici, perch in loro nome la reggesse. Se non che, il Passerini, durissimo di modi, era affatto incapace. Ippolito de' Medici, che passava per figlio di una Pesarese e di Giuliano, aveva appena sedici anni. Ed anche pi giovane era Alessandro, figlio di Lorenzo e d'una schiava mora o mulatta, da cui aveva ereditato la pelle scura, le labbra grosse, i capelli crespi. Questi due giovani erano l'ultimo avanzo del ramo principale dei Medici. Restava anche Giovanni, allora gi noto, e ben presto notissimo come capitano delle Bande Nere; ma esso apparteneva ad un ramo collaterale della famiglia, n fu mai nelle buone grazie del Papa. Alcuni Fiorentini assai autorevoli, quali Iacopo Salviati, Francesco Vettori e Roberto Acciaiuoli, apertamente disapprovarono l'idea di far governare Firenze dal cardinale di Cortona, e dicevano al Papa con pari franchezza, che Ippolito ed Alessandro era meglio mandarli ora a scuola, per vedere se sarebbero poi riusciti uomini di governo. Lasciasse che, sotto la sua protezione, i cittadini si reggessero da s; aprisse la sala del Consiglio come tante volte aveva fatto sperare. Ma Clemente VII prefer l'avviso di coloro che lo adulavano, e dicendo di volersi attenere al parere dei pi, mand a Firenze i due bastardi col Cardinale. La conseguenza naturale fu che questi si fece ben presto odiare, e l'odio si rivolse poi contro i Medici, crescendo sempre fino a che scoppi pi tardi in aperta ribellione.(429)
Ma assai pi gravi erano gli eventi che s'apparecchiavano altrove. La grande lotta tra Francesi e Spagnuoli doveva ora decidersi col ferro. I primi si ritiravano dalla Lombardia, i secondi s'avanzavano pieni di baldanza. Questi erano comandati da valorosi capitani, perch Carlo V non li nominava, come troppo spesso seguiva in Francia, per lusinghe di donne o intrighi di cortigiani. V'erano Antonio de Leyva ed il marchese di Pescara napoletano di nascita, ma spagnuolo d'origine, ambedue valorosissimi; v'era il celebre Conestabile di Borbone, che aveva clamorosamente disertato la Francia ed il suo re; v'era il vicer di Napoli, visconte di Lannoy, fiammingo. Francesco I, essendosi deciso a farla una volta finita, pass ben presto le Alpi con un esercito di 50,000 uomini; ed il 21 ottobre 1524 entr in Milano. And poi subito a Pavia, dove Antonio de Leyva s'era chiuso con 4,000 fanti, e col doveva quindi decidersi ora la gran lite. Gli Spagnuoli facevano di tutto per tirare dalla loro parte il Papa; ma questi al solito esitava. Non poteva desiderare la loro vittoria n quella dei Francesi, perch sarebbe in ambedue i casi rimasto a discrezione del vincitore, divenuto arbitro delle sorti d'Italia. L'interesse dello Stato della Chiesa era perci immedesimato ora con la indipendenza nazionale, e ci poteva dare alla politica del Papa una grande importanza. Ma n Leone X, n Clemente VII osarono mai di sollevarsi all'altezza cui pareva che gli eventi per forza li chiamassero. E sebbene i migliori statisti italiani, fra cui il Machiavelli, li avessero in mille modi eccitati, spronati per questa via, non seppero far altro mai che tergiversare.
Francesco I s'era intanto fortemente trincerato nel suo campo, quando nuovi Tedeschi scendevano ad ingrossare il nemico. Il suo esercito era sempre assai numeroso; ma egli aveva dovuto mandare nel mezzogiorno d'Italia il duca d'Albany con 3,000 fanti e 2,000 cavalli; i suoi Grigioni erano partiti per difendere il castello di Chiavenna, e le nuove genti mandate di Francia in suo aiuto, erano state sbaragliate per via. Gli stava di fronte il grosso del nemico, ed alle spalle, in Pavia, era Antonio de Leyva, che aveva gi fatto fortunate sortite, in una delle quali il valoroso Giovanni dei Medici era stato gravemente ferito, e messo cos per qualche tempo fuori di combattimento. Nella citt cominciavano a mancare i viveri, nel campo imperiale mancavano i danari; e tutto consigliava perci il Re ad aspettare, a non dare battaglia. Ma il Pescara, cui il tempo stringeva, lo provocava ogni giorno con abilissime scaramucce, ed a lui parve finalmente vilt non accettare. In sul mattino del 24 febbraio 1525 il capitano spagnuolo penetr nel campo dei nemici, per una breccia aperta la notte, nel muro del parco, in cui essi alloggiavano, e nello stesso tempo il de Leyva usc da Pavia. I Francesi, che erano gi pronti, s'avanzarono schierati in battaglia. Dapprima pareva che la vittoria loro arridesse; ma poi il Pescara, alla testa de' suoi archibusieri, mise in rotta i loro uomini d'arme, ed il Frundsberg diede prova d'ugual valore coi suoi lanzichenecchi. Il de Leyva s'era unito agli altri nel dar l'assalto ai Francesi. Gli Svizzeri, che gi a Marignano avevano cominciato a perdere la loro reputazione d'invincibili, si misero in rotta, e cos ben presto la vittoria fu degl'imperiali. Caddero quel giorno i migliori capitani di Francia; il suo valoroso esercito fu disfatto, e diecimila cadaveri rimasero sparsi sulla strada che da Pavia conduce alla Certosa.(430) Ma il peggio di tutto fu che venne fatto prigioniero lo stesso Francesco I, il quale scrisse allora a Luisa di Savoia sua madre: "Tutto  perduto fuorch l'onore e la vita, che  salva."(431) Il Pescara, il de Leyva e il Frundsberg furono gli eroi di questa battaglia, la pi decisiva di quante se n'erano da secoli combattute,(432) perch essa rese Carlo V il pi potente fra tutti i sovrani d'Europa, arbitro dell'Italia, che ormai aveva perduto la sua indipendenza.
Poco dopo la battaglia di Pavia avvenne un fatto stranissimo, che fu molto diversamente interpretato e narrato dagli storici. Esso , fra le altre cose, una prova assai chiara che gl'Italiani non solo vedevano la disperata condizione in cui si trovavano, ma volevano uscirne, e che le aspirazioni, le speranze espresse dal Machiavelli nella esortazione del suo Principe, eran pure, sebbene assai vagamente e fiaccamente, sentite da moltissimi. Mancava per la virt necessaria a metterle in atto. Diffidavano tutti gli uni degli altri, e anche per rendersi indipendenti cercavano, speravano aiuto solo dagli stranieri. Non v'era uomo capace d'assumere la direzione della grande impresa: meno d'ogni altro poteva poi quest'uomo essere Clemente VII, che il fato sembrava, quasi per ironia, ostinarsi a fare apparire come il rappresentante delle pi nobili aspirazioni nazionali.
Il d 1 aprile 1525 gl'imperiali che, sebbene vittoriosi, si trovavano senza danaro, vennero ad un accordo, mediante il quale si obbligavano a garantire Milano da ogni assalto nemico. Lo Stato della Chiesa, Firenze, i Medici restavano sotto la protezione dell'Imperatore, al cui esercito, ed era questo il punto essenziale dell'accordo, si dovevano pagare 100,000 ducati. L'insolenza del vincitore, i saccheggi e le continue taglie non cessarono per ci, anzi crescevano ogni giorno. Gl'Italiani erano quindi sempre pi scontenti ed irritati di dover passare, come un branco di pecore, da uno ad un altro padrone, tanto pi ora che gl'imperiali, gi signori del Napoletano, erano riusciti a farsi padroni della Lombardia. Ma questo scontento, sebbene assai generale, sembrava impotente. I soli che si trovavano in condizione da fare qualche resistenza, erano i Veneziani ed il Papa. Ma i primi pensavano ai loro commerci, alle loro colonie; il secondo non osava e non risolveva mai nulla.
In Francia invece il governo era subito venuto in mano della reggente Luisa di Savoia, ai cui cenni obbediva unanime la nazione, pronta a ripigliare la guerra per vendicare e liberare dalla prigiona il suo Re. Questo generale ardore di vendetta, questo desiderio di rivincita dava speranza agl'Italiani. E la Reggente, che lo sapeva, fece dire al duca di Milano, e subito dopo anche ai Veneziani, che essa era pronta ad aiutare in Italia un movimento generale per liberarla dal dominio imperiale, rinunziando per parte della Francia ad ogni pretesa sul reame di Napoli, lasciando la Lombardia al Duca. La medesima proposta venne fatta al Papa, che l'accolse subito, e con pi ardore degli altri. A lui pareva finalmente di vedere la possibilit di quella guerra nazionale d'indipendenza, che gi tante volte gli era stata suggerita, e che i fatti stessi, nell'interesse della Chiesa, ora consigliavano. Essa, cos gli avevano detto e con maggiore insistenza molti ripetevano adesso, avrebbe a lui salvato lo Stato, facendogli acquistare quella gloria immortale di liberare l'Italia, che Giulio II aveva un momento sperata, e che lo stesso Leone X aveva pi volte invano desiderata.(433) Il datario Giovan Matteo Giberti era quello che pi di tutti lo sospingeva e spronava per questa via. Egli s'era in verit cosiffattamente acceso nell'idea d'una guerra nazionale, che incominci, per mezzo delle sue lettere ai nunzi e messi straordinari del Papa, a riscaldare l'animo di tutti i potentati italiani, perch non perdessero "l'occasione, che non potria essere al mondo pi bella, di liberarsi e acquistar gloria eterna."(434) Cos scriveva il d 1 luglio 1525 ad Ennio Filonardi nunzio nella Svizzera, e il 10 dello stesso mese scriveva all'auditore Girolamo Ghinucci: "Mi par di vedere rinnovare il mondo, e da una estrema miseria Italia cominciare a tornare in grandissima felicit."(435) E cos a tutti. In nome del Giberti e del Papa, Domenico Sauli genovese, and a Milano per fare addirittura la proposta d'una lega italiana colla Francia, a fine di liberare la patria comune.(436) Poco dopo partirono le proposte definitive del Papa alla Francia. E queste erano: Milano resterebbe al Duca, cui gli Svizzeri darebbero aiuto; Napoli e Sicilia verrebbero libere in mano del Papa, che potrebbe disporne. La Francia darebbe 50,000 ducati al mese sino a guerra finita, anticipando subito due mesi, e manderebbe a sue spese 600 lance, 6,000 fanti, con la necessaria artiglieria, e 10 galee o pi, secondo gli eventi. Per maggior prova di sicurt e leale amicizia, una principessa francese andrebbe sposa al duca di Milano. Cos si sarebbe fermata un'alleanza perpetua tra la Francia e l'Italia, la quale, appena liberata dagl'imperiali, avrebbe dovuto mandare a sue spese 1,000 lance e 12,000 fanti, per liberare il Re, ed essere in ogni caso pronta a difesa della Francia, che prometteva da parte sua uguale aiuto. Tutto sarebbe stato pronto a cominciare la guerra di qua dalle Alpi, quando la Reggente avesse inviato i primi danari, e dato alle sue genti ordine di mettersi in cammino.(437) Il Giberti, che pi di tutti s'era acceso, sollecitava con ogni opera queste trattative, ma faceva nello stesso tempo vive premure ai potentati italiani, perch, senza neppure aspettare gli aiuti francesi, si desse cominciamento all'impresa.
Intanto la Francia, che a tutta possa spingeva l'Italia, non dava in conclusione altro che parole. Essa trattava con la Spagna per liberare il Re, e quindi la sua politica poteva da un momento all'altro mutarsi. Gl'Italiani poi, non solo diffidavano dei Francesi, ma diffidavano anche di loro stessi, nessuno eccettuato, e per ciascuno voleva tenersi aperta un'uscita pel caso, che gli altri si tirassero indietro. E quindi la maggior parte di loro cercaron subito dare un qualche cenno pi o meno indiretto della trama a Carlo V o ai suoi rappresentanti, per potere all'occorrenza dichiarare d'essergli stati sempre amici fedeli. Continuavano tuttavia con ardore le pratiche iniziate per l'impresa, deliberati a profittarne, quando le cose riuscissero, come allora si diceva, ad votum. Tale era pur troppo la politica del tempo. Carlo V e i suoi si conducevano, come vedremo, con la stessa mala fede. I Veneziani approvavano l'impresa, ma dicevano di rimettersene a ci che farebbe il Papa. Questi, che aveva primo cominciato a stringere i segreti accordi, faceva in pari tempo dire all'Imperatore, che stesse attento ai suoi capitani in Italia.(438) Il duca di Milano, che aveva accolto con favore i suggerimenti della Francia, ne rendeva, per mezzo del suo segretario Morone, consapevole il Vicer, che consigliava di continuare la pratica, per vedere dove la fosse per condurre.(439) Intanto lo stesso Morone continuava a trattare per ottener dall'Imperatore l'investitura del Ducato allo Sforza.
E finalmente arriv il genovese Domenico Sauli, portando da Roma la proposta concreta della lega italiana contro gl'imperiali. L'occasione pareva allora singolarmente propizia. Francesco I aveva chiesto d'essere mandato nella Spagna, per parlare con Carlo V, ed il Vicer ve lo aveva condotto all'insaputa del Borbone e del Pescara, che s'erano vivamente opposti, perch volevano invece tenerlo in Italia, e cavarne profitto. Il Pescara sopra tutti n'era rimasto irritato contro il Vicer, e nell'ira lo accusava d'essersi mostrato vile a Pavia, avendo pi volte gridato: Noi siamo perduti! Aggiungeva d'esser pronto a provarglielo con la spada in mano.(440) E pareva che fosse irritato anche contro l'Imperatore, che si diceva avesse consentito al Vicer. Per queste ragioni il Sauli trov grande ascolto, quando fece al Morone la proposta della lega, ed espose, in nome del Papa e del Datario, l'idea d'offrire al Pescara, che sapevano irritato e scontento, il regno di Napoli, se entrava deliberatamente nell'impresa, assumendone la direzione militare.(441) Il segretario dello Sforza parve subito come invasato dalla proposta, e da quel momento fu il maneggiatore principale della congiura, il grande agitatore della politica italiana, senza per questo smetter di sollecitare dall'Imperatore l'investitura del Ducato pel suo signore. Anch'egli, anzi egli pi di ogni altro, cerc di tenersi sempre aperta una via alla ritirata, la quale poteva da un momento all'altro divenire necessaria. E lo fece in un modo affatto proprio del suo strano carattere, del suo singolare ingegno, della sua audacia, di quella mala fede, che era grande in lui ed in tutti i politici del secolo. Cos ne nacque una specie di tenebroso dramma, che rest per lungo tempo inesplicabile, ed anche oggi, dopo tante nuove ricerche e documenti venuti alla luce, non riesce interamente chiaro.
Il Morone era nato solo un anno dopo del Machiavelli; aveva studiato le lettere latine, le lettere greche e la giurisprudenza. Entrato poi negli uffici politici ed amministrativi, serv come segretario, cancelliere o simili, molti e diversi padroni. E fece per questa via rapido cammino, perch all'ingegno s'aggiungeva in lui, non solo una singolare audacia ed intraprendenza, ma anche una grandissima accortezza nei raggiri diplomatici, talch fu subito tenuto una delle prime teste politiche d'Italia. Nel 1499, quando Lodovico Sforza fugg nel Tirolo, il Morone, che era suo segretario, formul i patti della resa, e sebbene non venissero accettati dai Francesi invasori della Lombardia, noi lo troviamo subito dopo al loro servigio. Pi tardi fu promotore della scelta di Massimiliano, figlio di Lodovico, a duca di Milano, servendolo fedelmente e con coraggio, fino a che quel giovane principe, stanco delle molte traversie, accett l'esilio perpetuo in Francia. E dopo aver corso altre non poche vicende, quando in Italia risorse la fortuna degl'imperiali, s'adoper moltissimo a far proclamare duca di Milano, il secondo figlio di Lodovico, Francesco Sforza. Di questo era adesso segretario, e nel nome di lui aveva trattato per la investitura del Ducato, che fu dall'imperatore offerta prima a condizioni inaccettabili, modificate poi ed accettate. Nello stesso tempo pigliava il Morone parte attivissima alla congiura, adoperandosi col Papa per la lega italo-francese contro l'Impero. Assunse sopra di s il carico di guadagnare il Pescara, iniziando tutte le pratiche con tanto ardore, mostrandosi talmente persuaso di poter riuscire, e continuando con una cos febbrile attivit, da essere lungamente tenuto come il vero autore d'un disegno, che era stato invece concepito a Roma.
Il Pescara, giudicato allora il primo capitano d'Europa, era uomo ambiziosissimo e senza scrupoli, al che si aggiungeva ora, come dicemmo, l'essere egli irritato per la partenza di Francesco I, e per credersi non apprezzato abbastanza dall'Imperatore. Sebbene di origine spagnuola, e nemico del nome italiano, era pur nato in Italia: non pareva quindi che potesse essere addirittura indifferente alle sorti della sua patria. E la promessa d'un gran regno sembrava certo tal cosa da poter guadagnare l'animo di un uomo siffatto. Il Morone che aveva una fede grandissima nella sua propria capacit, nella propria eloquenza, non dubitava perci di dover riuscire a fargli assumere un'impresa che gli offriva il modo di vendicare s stesso, liberando la terra ove era nato, facendo la sua fortuna, acquistando gloria immortale. Si present dunque a lui, e dopo aver chiesta ed ottenuta la parola di soldato d'onore, che in ogni caso avrebbe serbato il segreto, gli rivel il disegno dei collegati, e gli fece la grande offerta. Gli ricord lo scontento universale e l'oppressione dell'Italia, che invocava un liberatore; gli dipinse con vivaci colori la gloria dell'impresa, la felicit di un regno, la santit di una guerra desiderata dal popolo, aiutata dalla Francia, benedetta dal Papa. Ricorse agli esemp della storia antica e della moderna.(442) Con altra forma, dovettero essere le idee stesse che si trovavano gi nella esortazione del Principe.
Ma chi lo ascoltava era un soldato, su cui non potevano nulla l'eloquenza e le ricordanze storiche o patriottiche, il quale guardava solo al presente, al reale, al suo interesse personale. Il Pescara sapeva che valore avevano le armi imperiali, e quanto deboli erano quelle degl'Italiani, sempre discordi, sempre diffidenti gli uni degli altri, e sapeva anco qual certezza c'era da avere negli aiuti promessi dalla Francia, che per liberare il suo Re, poteva da un momento all'altro mutare politica, piegandosi ad ogni patto. Oltre di ci, egli era gi ammalato d'una malattia, che doveva in breve condurlo alla tomba. Non poteva quindi accettar cambiali a lunga scadenza. Ma non era neppure uomo da respingere senz'altro le troppo lusinghiere proposte, che il Morone gli faceva, in nome del Papa e degli altri potentati. In sostanza, o l'impresa diveniva veramente tale da poter riuscire, ed egli allora avrebbe di certo accettato l'offerta, o in nessun modo sarebbe apparso sperabile il condurla a buon termine, ed anche in questo caso a lui sarebbe convenuto far mostra per ora di entrar nella trama, se non altro per conoscerla e trarne sicuro vantaggio, rivelandola all'Imperatore. Intanto poteva dagli alleati cavar danari, che era la cosa di cui pi urgentemente aveva bisogno pel suo esercito privo di tutto. Giurato adunque il segreto, e saputo di che si trattava, non accett n ricus d'assumere la direzione dell'impresa; ma ne dimostr subito le gravi difficolt, e dichiar che voleva prima esser sicuro di non violare le leggi cui era tenuto, come soldato d'onore, come vassallo dell'Imperatore. Avrebbe fatto studiare il caso da persone competenti, lo stesso facessero lo Sforza ed il Papa, in termini generali ben inteso, senza nomi di persone, perch non trasparisse ad anima viva il geloso segreto. Le risposte del Papa e dello Sforza non si fecero molto aspettare, quantunque la troppo ingenua domanda avesse tutta l'apparenza d'un pretesto. Legami verso la patria i generali d'allora non ne avevano, e meno di tutti poteva averli verso la Spagna o l'Impero il Pescara, che era nato a Napoli. Non restavano quindi che i doveri di vassallo, ai quali solamente egli aveva accennato. Ma gli fu subito osservato, che il Napoletano era feudo della Chiesa, e che ai possessi nella Spagna egli poteva, volendo, rinunziare fin d'ora per l'acquisto d'un regno. A lui non si proponeva in fatti nulla di straordinariamente insolito, secondo le idee di quel tempo. Non era il Borbone passato dalla Francia a servizio dell'Impero? Non aveva fatto lo stesso il principe d'Orange, e non era Pietro Navarro passato per dispetto dalla Spagna alla Francia? Se costoro furono dai posteri chiamati traditori della patria, essi continuavano allora ad esser tenuti fra i capitani pi stimati e pi rispettati, meritevoli di biasimo solamente per avere abbandonato il proprio signore.(443) Il Pescara non era certo uomo da pretendere d'esser pi scrupoloso degli altri, e quando avesse voluto mutar bandiera, non gli sarebbero mancate ragioni o pretesti, massime poi essendo istigato dal Papa.
Le trattative andarono perci innanzi attivissime; ma la Francia prometteva sempre, senza mai muoversi.(444) Il Pescara faceva con insistenza continue domande di danari, che bisognava dargli, e intanto, con generale maraviglia, si sentiva che scendevano dalle Alpi altri Lanzichenecchi. Da per tutto si andava inoltre ripetendo che l'Imperatore era gi consapevole della congiura. In fatti d'ogni cosa lo aveva con lettere continue ragguagliato il Pescara, sollecitandolo a conchiudere subito accordi con la Francia, perch in Italia tutti gli erano nemici, tutti desideravano cacciarne l'esercito imperiale: il nome tedesco e spagnuolo era universalmente odiato.(445) Dalle lettere del Giberti si vede in fatti assai chiaro, come a Roma gi si sapesse che la congiura non era pi un segreto per nessuno, e si sospettasse che non solo il Pescara, ma anche il Morone tradisse.(446) Questi, appena saputo che si era gravemente ammalato il suo Duca, dichiar al Pescara, che avrebbe dato il Ducato in bala dell'Imperatore, piuttosto che vedervi tornare Massimiliano Sforza, mostratosi inettissimo a governare. E non solo lo aveva detto; ma, sebbene i Veneziani ed il Papa, coi quali allora cospirava, si fossero dichiarati contrarissimi, aveva subito apparecchiato ogni cosa, per porre in atto il suo pensiero, quando fosse veramente seguta la morte del Duca.(447) Ma nessuno aveva mai fatto assegnamento sulla buona fede del Pescara o del Morone; s'era calcolato solo sul loro egoismo, sulla loro ambizione. Si riteneva che, quando la congiura fosse stata per riuscire, vi avevano ambedue troppo da guadagnare, per volerla abbandonare; si era anche convintissimi che avrebbero tradito, e si sarebbero subito rivolti all'Imperatore, quando appena quella probabilit fosse cominciata a venir meno. E quindi ci che metteva adesso pensiero e sconfortava grandemente era l'arrivo dei Lanzichenecchi, la mancanza di ogni aiuto dalla Francia, la nessuna vicina speranza di averne.
Non mancavano neppure diffidenze tra il Pescara ed il Morone. Questi sapeva d'essere odiatissimo dagli Spagnuoli, e sopra tutti dal de Leyva, che aveva minacciato d'ucciderlo, quando lo avesse avuto nelle mani. Conosceva poi assai bene il Pescara, e aveva detto al Guicciardini: "Non essere uomo in Italia n di maggior malignit, n di minor fede."(448) E da ogni lato lo avvertivano ora, che stesse in guardia, altrimenti avrebbe fatto una misera fine nelle mani di quel tristo. Al quale egli stesso rifer le voci che correvano, aggiungendo per: "Io ho fede in V. S. come in Dio."(449) In fatti il Pescara stesso, nelle lettere che scriveva a Carlo V, rivelando la congiura, le offerte, i discorsi fattigli dal Morone, aggiungeva di tenersi ben sicuro di poterlo "condurre dove voleva."(450) Il vero  che giocavano ambedue un doppio giuoco, e n'erano consapevoli del pari. Il capitano imperiale aveva lasciato capire, che non avrebbe esitato a fare davvero, quando avesse potuto esser sicuro della corona promessagli; ma non s'era mai illuso fino a credere che questa sicurezza vi potesse esser davvero. Il Morone invece, come succede spesso ai pi furbi, s'era molto illuso, non per quanto s' voluto supporre da alcuni scrittori. Egli non era affatto cieco alle difficolt cui s'andava incontro, e sapeva bene che avrebbe messo a rischio la propria testa, se troppo scopriva il Pescara. Pure gli dava qualche sicurt il sapere quali ambiziosi desideri nel fondo del suo animo questi nascondesse. E da un altro lato gli aveva pure fatto ben capire che, quando l'impresa fosse stata per fallire, anch'egli sarebbe stato pronto a gettarsi con tutte le sue forze a servizio dell'Imperatore. Per tutte queste ragioni adunque, invitato dal Pescara ad andare a conferire con lui, che si trovava ammalato nel castello di Novara, v'and col de Leyva, sebbene tutti lo avvertissero che correva alla sua estrema rovina.(451)
Il 13 ottobre ebbe un primo abboccamento, il 15 un secondo,(452) uscendo dal quale fu fatto prigioniero e menato nel castello di Pavia, dove il 24 venne il Pescara col de Leyva e l'abate di Nazaria ad esaminarlo. C'era poco da chiedere e poco da rispondere, perch il Pescara gi sapeva tutto, e lo sapeva dal Morone stesso. Questi, non ostante, scrisse di sua mano la propria confessione. Ed in essa, dopo aver protestato contro la ingiusta violenza che subiva, contro la fede tradita, diceva al generale di Carlo V, che non poteva rivelar nulla, che gi non gli avesse detto e ripetuto pi volte. Esponeva tuttavia la storia della congiura, ricordando l'offerta del regno di Napoli, le trattative per la investitura di Milano allo Sforza, che aveva dichiarato d'accettarla, continuando nel tempo stesso gli accordi per la guerra nazionale contro l'Imperatore.(453) Quest'ultima dichiarazione fu il pretesto, di cui il Pescara si valse per andar subito a Milano, ed impadronirsi della Lombardia.
Ognuno s'aspettava ora di sentire da un momento all'altro gi messo a morte il Morone, quando, con maraviglia universale, il Pescara pubblic un decreto del 27 ottobre, col quale dichiarava di volerlo tenere presso di s prigioniero, ed ordinava che non si toccassero punto le propriet di lui, lasciandole per adesso alla moglie ed ai figli, usando loro ogni riguardo.(454) Sentendosi poi vicino alla morte, che lo colp in fatti il 3 dicembre 1525, nella et di soli trentasei anni, fece testamento, raccomandando all'Imperatore, non solo la vita, ma anche la libert del Morone, ed ogni benefizio che gli si potesse fare, "perch altrimenti mi riputerei essere caricato."(455) L'abate di Nazaria ed il marchese del Vasto, dimostrando anch'essi una singolare premura, scrissero subito al prigioniero, per avvertirlo che il Pescara lo aveva raccomandato a Carlo V, ed aggiungevano assicurazioni della loro buona disposizione. Lo stesso de Leyva, che non gli era stato mai benevolo, scriveva da Milano il 25 marzo 1526: "Si far maniera che V. S. rester contenta. Sicch de novo la torno a pregare, che stia de bon animo, che far per lei tanto quanto vorrei si facesse per me stesso, e me li raccomando."(456) Il Morone tuttavia rest per ora in carcere, a disposizione del conestabile di Borbone, che assunse il comando dell'esercito imperiale, e lo tenne come ostaggio, a fin di cavarne danari, dei quali era anch'egli in una estrema necessit. Ma dopo avere avuto da lui parecchie migliaia di ducati, con promessa di altri fino a 20,000, firm il d 1 gennaio 1527 un decreto col quale, pure rimproverandogli la congiura, ed accusandolo di pecunia indebitamente estorta in suo privato vantaggio, n'esaltava l'ingegno, il coraggio, l'esperienza, i servigi altra volta resi all'Imperatore. E concludeva poi che, per questi suoi meriti, pei danari recentemente dati in momenti di estremo bisogno, per la volont dichiarata di volersi di nuovo rendere utile all'Impero, lo liberava e gli faceva grazia generale di tutte le sue colpe.(457) Ma, quello che  ancora pi, lo nominava poco dopo commissario generale nell'esercito. Ed in questo ufficio noi lo troviamo sotto le mura di Roma, quando il Borbone mor. Seguto che fu poi il sacco della Citt eterna, e trovandosi Clemente VII chiuso in Castel Sant'Angelo, il Morone ebbe parte principalissima nelle trattative allora fatte per liberarlo. Aiutato dal suo ingegno, dalla sua attivit, dalla sua grande esperienza, sal sempre a maggior grado; fu come la mente che dirigeva gl'imperiali nello strazio che fecero dell'Italia, ed era presso l'esercito che assediava Firenze, il giorno 15 dicembre 1529, che fu l'ultimo della sua vita.(458)
Tutto questo fin, com'era naturale, col lasciare mille dubb, mille incertezze sul suo carattere e sul vero significato della congiura; incertezze e dubb che crebbero assai pi, quando si cominci a voler vedere un gran patriotta in un uomo che aveva mirato solo e sempre a farsi strada nel mondo, che aveva mutato parte ogni volta che lo richiedeva il proprio interesse, cui solo obbediva. Facendone un patriotta, rimangono assolutamente inesplicabili la sua condotta e quella anche del Pescara, del de Leyva, del Borbone. In fatti, come mai il Morone, avvertito da tanti, sapendo con certezza che il Pescara era ormai in perfetto accordo coll'Imperatore, si sarebbe andato a mettere nelle mani di lui? Ed il Pescara, perch lo avrebbe salvato e raccomandato? Ammettere in questo scrupoli di coscienza sarebbe assurdo. Non ne ebbe mai, e non c'era ragione d'averne allora, se non ne aveva avuti prima. Anche pi impossibile sarebbe immaginare scrupoli o altro simile sentimento, per ispiegare la condotta del de Leyva, del Borbone, dello stesso Carlo V, i quali non avevano promesso nulla, e non dovevano usare riguardi ad un cospiratore. Al patriottismo del Morone non credettero mai i contemporanei che lo conobbero, neppure quelli stessi che lo avevano inviato alla congiura. Il Guicciardini, nella sua Storia d'Italia, dichiara di non aver capito la cecit con cui esso s'era andato a mettere nelle mani del Pescara, del quale conosceva bene la crudelt e la mala fede. Nelle sue Legazioni, per, appena che lo seppe in prigione, scrisse a Roma: "Io temo che con le sue girandole riuscir presto a consigliare ed a dirigere gl'imperiali a danno degli alleati."(459) E cos fu.
Ma se i contemporanei dovevano giudicar solo dalla conoscenza che avevano del Morone, i documenti pubblicati ai nostri giorni ci pongono in grado di vedere anche meglio come le cose veramente andarono. Il Morone, che aveva servito molti padroni ed era prontissimo a servirne altri, pensava a farsi sempre pi potente, servendo il duca di Milano, quando venne da Roma l'idea della lega e l'offerta del regno di Napoli al Pescara. La lega e la guerra corrispondevano ad un vero interesse nazionale, ad un bisogno che, se non era fortemente sentito, era pure assai generalmente inteso dagl'Italiani. Se il Pescara si faceva davvero promotore dell'impresa, si poteva sperare di riuscire a buon fine, e, riuscendo, egli ed il Morone sarebbero divenuti potentissimi. La proposta fu dunque fatta ed accettata con la intesa tacita e vicendevole, che non potendosi riuscire al fine voluto, si sarebbero ambedue rivolti a favorire l'Imperatore. Di ci, come abbiam visto, il Morone dette prova coi fatti, quando pareva che il suo Duca morisse. Il Pescara, che si era pure avventurato abbastanza, si pose anche subito al sicuro, rivelando ogni cosa all'Imperatore. Aveva continuato ad avere od a fingere d'aver parte nella trama, cavando intanto dai collegati i danari che gli occorrevano a sostenere l'esercito, e cos andando innanzi, s'era sempre pi persuaso che il Morone poteva, nelle mani sue e degl'imperiali, riuscire un ottimo strumento a conquistare l'Italia, appena che la vanit della congiura fosse apparsa evidente anche a lui. Questi, in ogni caso, era anche, come si vide poi col fatto, l'uomo pi adatto ad indicare le persone da cui si potevano in Italia estorcere danari, dei quali gl'imperiali avevano un bisogno cos grande ed urgente, che la mancanza di essi li pose pi di una volta sul punto di vedere sbandati i loro eserciti. Era poi egli stesso cos ricco da poter dare anche del suo, come fece pi tardi col Borbone. Cos fu che, quando il Pescara lo ebbe nelle mani, inizi il processo pi per forma e per cavarne danaro, per avere un qualunque pretesto ad impadronirsi della Lombardia, che per la speranza di poter nulla apprendere di nuovo. La benignit inaspettata e le raccomandazioni insolite furono certo promosse dal desiderio che si adoperasse a profitto degli imperiali un uomo il quale si era dichiarato pronto a servirli, e poteva veramente riuscir loro di grande utilit.
Questa congiura, che fu detta del Morone, prova che l'idea di rendere l'Italia indipendente colle proprie forze, era allora nel pensiero di molti, e poteva anche essere effettuata, quando vi fosse stata sincera unione fra gl'Italiani, ed un uomo valoroso e grande l'avesse deliberatamente sostenuta colle armi. Se l'Italia, in fatti, era debole, i suoi nemici erano spesso in guerra fra di loro, e disordinati per modo che pi d'una volta si trovarono sul punto d'andare a rovina, senza quasi essere combattuti da altri. Ma l'uomo necessario non sorgeva, e quando si veniva alla prova dei fatti, ognuno voleva operare a suo vantaggio esclusivo: cos tutto andava a rifascio. Questo concetto d'indipendenza nazionale, di cui pur tanto si parl dai tempi di Giulio II in poi, era allora vagheggiato dagl'Italiani pi per entusiasmo letterario, e per sostenere interessi locali o personali, che per bisogno generale e fortemente sentito d'una patria comune. Non si poteva quindi, in nessun caso, arrivare a grandi e durevoli resultati. Lo stesso Machiavelli, fino a che rest segretario della Repubblica fiorentina, non riusc mai a vederlo chiaramente, dimostrandosi anch'esso pronto a sacrificar tutto agl'interessi del suo piccolo Comune. Uscito per d'ufficio, egli fu ben presto il solo che comprendesse e sentisse fortemente l'idea nazionale, esponendola senza incertezze o secondi fini, con sublime eloquenza cercando convincerne gli altri. Ma perci appunto dovette d'allora in poi passar la sua vita d'illusione in illusione, di speranza in speranza, vedendo un dopo l'altro svanire i sogni dai quali era sempre dominato. Nulla per fa credere che egli si fosse un momento solo illuso sulla condotta del Morone, quantunque la congiura si direbbe qualche volta ispirata dal Principe e dai Discorsi. A lui dovette apparir chiaro, che nessuno di coloro i quali vi presero parte, aveva pur l'ombra di quel forte e sincero patriottismo, che egli sapeva essere pi di ogni altra cosa necessario a porre in atto la grande idea.



CAPITOLO XVI.

L'esercito imperiale s'avanza in Lombardia. - Il Guicciardini Presidente della Romagna, poi Luogotenente al campo. - Il Machiavelli rientra negli affari. - Sua gita a Roma. -  inviato presso il Guicciardini a Faenza. - Sua gita a Venezia. - Corrispondenza col Guicciardini. -  nominato Cancelliere dei Procuratori delle Mura. - Attende ai lavori per le fortificazioni della Citt.

L'esercito imperiale, padrone ormai del ducato di Milano, comandato dal conestabile di Borbone, che aveva con s il Morone, s'apparecchiava baldanzoso ad andare oltre, e nuovi avvenimenti sempre pi funesti all'Italia erano inevitabili. A questi era rivolta adesso l'attenzione dei politici italiani, che tutti in un modo o nell'altro vi pigliavano parte. Anche il Machiavelli fu ricondotto ora in mezzo agli affari, e pi volte mandato al campo degli alleati, dove trov il Guicciardini luogotenente generale del Papa. Ambedue fecero prova di tutta la loro energia, di tutto il loro ingegno, dimostrando invano le migliori qualit del loro carattere. Il Machiavelli per era gi innanzi cogli anni e vicino alla morte, in condizione sempre subordinata, a servizio d'uno Stato dipendente dall'autorit del Papa; poteva quindi far poco altro che mostrare la sua buona volont, il suo ardente patriottismo, il suo dolore per le sorti infelici della patria. Il Guicciardini era invece nel vigore delle forze, investito sempre di altissimi uffici, e questo fu anzi il periodo pi importante della sua vita politica. Egli aveva in Roma un suo rappresentante nella persona di messer Cesare Colombo, cui scriveva lettere continue, perch ne riferisse al Papa ed ai cardinali. Esse ci danno un ritratto fedele degli avvenimenti del tempo, e sono una sicura testimonianza della sua grande intelligenza politica, delle sue qualit di vero uomo di Stato.
Mandato governatore nell'Emilia, s'era fatto molto lodare per la energia e prontezza dimostrate durante la guerra. Nel 1524 fu perci nominato Presidente della Romagna, con incarico di pacificare quel paese lacerato dalle fazioni, insanguinato da continui delitti. E voleva subito usare severit contro i colpevoli, per venir poi alla clemenza. Ma quando ebbe a Forl fatta eseguire la prima condanna capitale, pronunziata contro uno "imbrattato nelle ribalderie insino agli occhi," dovette avvedersi d'andare incontro a difficolt pi gravi assai che non pensava.(460) I ribaldi ricorrevano al Papa per protezione, si facevano raccomandare, ed ottenevano salvocondotti. Ci faceva subito crescere i delitti, e indeboliva l'autorit del Presidente, che ne restava irritato e sgomento.(461) Un Bastiano Orsello, che aveva ammazzato l'avo, ed era accusato d'aver commesso in un tumulto sedici o diciotto omicidi, oltre infinite rapine, trovava anch'esso protezione in Giovanni dei Medici e nel Papa.(462) E mentre il Guicciardini si lamentava d'uno, facevasi grazia ad un altro, tanto che egli esclamava sdegnato: "Meglio far grazia a tutti gli assassini, invitandoli a far peggio!  stato per Dio! un bel ghiribizzo. Si sono visti girare liberamente omicidi, che nelle piazze di Forl avevano giocato alla palla colle teste degli uccisi!"(463) Pure egli, profittando delle pi gravi cure che assediavano il Papa, and innanzi per modo, che alla fine dell'anno pot annunziare di aver pacificato la Romagna.(464)
Ed allora la sua attenzione si rivolse agli avvenimenti che seguivano fuori di quella provincia, dando giudizi e consigli cos giusti, cos pratici, che paiono qualche volta addirittura profetici. Poco prima della battaglia di Pavia, egli scriveva che, a suo giudizio, vincevano gl'imperiali(465).
E quando la previsione s'era avverata, aggiungeva: "Ormai tutto riuscir a nostro svantaggio. Gl'Italiani non hanno forze per resistere, ed il capitolare sar la nostra servit.(466) Questo sarebbe il tempo di audaci disegni, e io loderei chi pigliasse un partito nel quale la speranza fosse uguale al pericolo.(467)  vano sperare nei Francesi, che non pensano mai al domani, e saranno pronti a tutto per liberare il loro Re. Capisco che ora ogni buon cervello si smarrisce; ma chi si avvede che stando fermo gli viene addosso la rovina, deve preferire i pi gravi pericoli alla morte sicura."(468) E quando venne notizia della cattura del Morone, nel quale egli non ebbe mai fiducia, scriveva: "Ormai gl'imperiali non aspettano pi. Forse vorranno subito rendersi padroni del Milanese, il che pu loro riuscire per la debolezza del Duca, e per qualche nuova girandola del Morone. Noi non abbiamo nulla da sperare, perch essi si spingeranno ancora pi innanzi ad occupare le terre della Chiesa, o a mutare lo Stato di Firenze, o a qualche cosa anche peggiore, quando ne vedessino l'occasione. Cesare vuol farsi signore d'Italia, e non potr mai essere amico di chi deve opporglisi.  vano sperare in un accordo colla Francia, che ora  prostrata, perch esso sarebbe sempre a nostro danno. Nessun accordo riuscirebbe stabile, senza la liberazione del Re, il quale poi non osserverebbe i patti che fossero a suo carico. Il vero  che Cesare far i fatti suoi, mentre gli altri stanno addormentati, e cos prevarr contro tutti, non per maggior forza, ma fatali omnium ignavia."(469) Queste parole sembrano preveder chiaramente l'avanzarsi degl'imperiali fino al sacco di Roma ed all'assedio di Firenze. N dalla sua opinione si rimosse il Guicciardini, quando seppe che un messo dell'Imperatore faceva proposte d'accordo, e che il Papa trattava. "L'Imperatore," egli scriveva, "vuole abbattere la Francia e i Veneziani, deve quindi assicurarsi prima del Papa, e lo far appena ultimata la faccenda di Milano. Egli sar in ogni caso l'arbitro d'Italia. Il Papa avr di principe solamente il nome, e verr per ora tenuto a bada con proposte che finiranno in sogni.(470) Ma pur troppo io temo che si appiglier al partito pi da poco. A chi ha paura della guerra bisogna mostrare i pericoli della pace. La troppa prudenza  ora imprudenza, n si possono pi prendere imprese misurate.  necessario correre alle armi, per fuggire una pace che ci rende schiavi."(471) Ed anche questo s'avver. La guerra divenne inevitabile, ed il Guicciardini fu chiamato a Roma, per essere prima consultato e poi mandato al campo come Luogotenente generale. Egli allora affid il governo della Romagna a suo fratello Iacopo, cui lasci scritte lunge e minute istruzioni, le quali sono un'altra prova della sua attitudine a governare.(472)
 questo il tempo in cui finalmente ricomparisce sulla scena politica il Machiavelli. Noi lo troviamo col suo solito carattere, combattuto sempre dalla fortuna, in uffici modestissimi, esaltato da un vivo entusiasmo a favore della patria italiana, che invano cerca salvare, dominato, trascinato da' suoi eterni ideali. Questi ideali, che assai spesso lo fecero apparire visionario e fantastico ai suoi contemporanei, paiono a noi poco meno che sublimi e profetici, perch sono pi vicini al nostro che al suo tempo, e dimostrano pi una profonda visione dell'avvenire, che una conoscenza pratica del presente. La quale conoscenza era invece la dote principale del Guicciardini, che perci ebbe maggiore fortuna e potenza. Pi freddo ed impassibile calcolatore, sembra qualche volta ripetere al suo grande contemporaneo le parole di Dante a Farinata degli Uberti:

E' par che voi veggiate, se ben odo,
Dinanzi quel che il tempo seco adduce,
E nel presente tenete altro modo,(473) 

Il Machiavelli stesso pi di una volta si accorse della contradizione in cui si trovava, quando voleva a forza supporre i suoi contemporanei, il suo paese, de' quali pur vedeva i difetti, troppo migliori che non erano, e capaci di grandi, eroiche risoluzioni. Allora scoraggiato s'abbandonava un tratto al suo spirito satirico, mordace, cinico, che scoppiava improvviso, irresistibile. Ma poi tornava da capo a' suoi ideali, nei quali ebbe fino alla morte una fede incrollabile.
Ai primi del 1525, quando non era anche ingrossata la marea delle nuove calamit, egli meditava dolorosamente sugli avvenimenti che seguivano alla giornata, e finiva l'ottavo libro delle sue Storie, che arriva alla morte di Lorenzo il Magnifico. Voleva egli stesso presentarle al Papa, cui le aveva dedicate, e cercare cos di ricevere qualche nuovo sussidio a continuarle. Ne tenne per lettera parola al Vettori, che lo incoraggi sempre assai poco. Pure il d 8 marzo gli scrisse da Roma, che il Papa gli aveva chiesto notizia delle Storie, e che egli aveva risposto d'averne letto una parte, e giudicarle tali da soddisfare; sconsigliava per il Machiavelli dall'andare in persona a presentarle, non parendogli opportuno, rispetto ai tempi che correvano. Ma il Papa invece aveva soggiunto: doveva venire, e sono certo che i suoi libri debbono piacere ed essere letti volentieri. Pure il Vettori, sempre freddo, concludeva la sua lettera col dire:  necessario tuttavia non illudersi, perch, venendo, c' sempre il caso di restare colle mani vuote, tali sono ora i tempi.(474) Il Machiavelli, dopo aver molto esitato, decise d'andare, e trov non solo il Papa ben disposto, ma anche Filippo Strozzi e Iacopo Salviati pronti ad aiutarlo assai pi efficacemente del Vettori, sempre largo di sole parole. Il Salviati s'era gi prima adoperato a fargli avere qualche incarico; ma non era riuscito, perch al Papa non piacque la proposta.(475) Filippo Strozzi fu invece pi fortunato. Per mezzo di Francesco del Vero pot far sapere al Machiavelli gi ripartito da Roma, che Sua Santit era pronta a concedergli un nuovo sussidio, per fargli continuare le Storie.(476) Il sussidio in fatti venne poi concesso, e fu di altri cento ducati.(477)
La ragione per la quale il Machiavelli, non ostante le buone disposizioni del Papa, era ripartito da Roma senza nulla concludere a proprio vantaggio, prima anche d'esser sicuro del sussidio per le Storie,  tale che fa molto onore al suo carattere. Arrivato col dopo la battaglia di Pavia, quando gli animi di tutti gl'Italiani erano sospesi per l'evidente pericolo di vedere da un momento all'altro l'esercito imperiale avanzarsi minaccioso, egli quasi istantaneamente perdette il pensiero de' suoi personali interessi, e ne abbandon la cura agli amici. Al Papa ragion invece dei provvedimenti pi necessar a prendersi nelle presenti condizioni, dei modi di fortificare Firenze contro qualche improvviso assalto. A lui, ai cardinali, a quanti pot vedere di coloro che frequentavano la Corte, espose con ardore la sua vecchia idea della milizia nazionale, cercando persuadere ad ognuno, come unico rimedio efficace sarebbe ora dar le armi al popolo, chiamandolo alla difesa della patria minacciata dagli stranieri. E con tanto calore, con tanta eloquenza ne parl, che gli parve finalmente d'esser riuscito a convincerne il Papa ed alcuni di coloro che gli erano vicini. Nel giugno di quell'anno fu in fatti mandato al Guicciardini in Romagna, con un Breve di Clemente VII che lo chiamava dilectum filium Nicolaum Macchiavellum,(478) per esporgli il suo disegno, e cercare d'effettuarlo col, dove il popolo era assai armigero. Iacopo Salviati e lo Schonberg ne parlarono al Colombo, invitandolo a scriverne anch'egli subito al Guicciardini. E questi, che era forse la testa pi fredda e pratica che avesse allora l'Italia, gli rispondeva da Faenza il 15 giugno 1525: "Ho visto quel che dicono circa la venuta del Machiavelli. Aspetter il suo arrivo, per intender prima il disegno suo, e dar poi il mio avviso; perch  cosa da considerarla bene, e cos direte anche a loro. Intanto chiedete a che fine mira il Papa con questa proposta; ch se ne spera rimedio ai pericoli presenti,  provvisione che non pu essere a tempo."(479)
Il 19 scriveva, che il Machiavelli era arrivato ed aveva esposto il disegno dell'Ordinanza. "Certo, se questa cosa potesse condursi al fine desiderato, sarebbe una delle pi utili e pi laudate opere che Sua Beatitudine potesse fare. Ed a me non farebbe paura dar le armi al popolo, se per fosse d'altra sorte che  questo, perch allora con pochi buoni ordini e con severit si provvederebbe a tutto. Ma la Romagna, lacerata da nimicizie crudeli,  divisa in due grandi fazioni, dette ancora dei Guelfi e dei Ghibellini, le quali s'appoggiano una alla Francia, l'altra all'Impero. La Chiesa non ci ha veri amici, e per quando si trovasse in guerra con Cesare, le sarebbe di grandissimo pericolo avere armato gli amici di lui, sperando valersene a proprio vantaggio. Questa impresa dovrebbe esser fondata sull'amore del popolo, che in Romagna manca del tutto alla Chiesa. Qui non son sicuri n della roba, n della vita, e guardano perci sempre ai principi stranieri, dai quali in tutta la provincia dipendono. Lo sperare poi di comporre l'Ordinanza, come vorrebbe il Machiavelli, d'uomini non legati a nessuna delle due fazioni, sarebbe lo stesso che non voler trovare alcuno. Pure, se deve in ogni modo tentarsi l'impresa, io mi ci metter con ogni mia forza, e cos dovrebbe fare Sua Santit, perch una volta che fosse iniziata, bisognerebbe tenerne pi conto che di qualunque altra cosa." Aggiungeva poi che l'idea d'addossare, come voleva il Papa, la spesa alle gi troppo esauste Comunit, era pericolosissima, e sarebbe riuscita solo ad irritarle, sin dal principio, contro una istituzione cui bisognava invece affezionarle.(480) Il 23 giugno tornava ad esprimere i suoi dubbi, invitando il Colombo a far leggere la lettera prima allo Schonberg ed al Salviati, riferendo i giudiz e le opinioni loro; poi al Papa, notando attentamente "li moti e parole sue."(481) Mentre per egli era cos sospeso pel dubbio di vedere il Papa gettarsi, senza riflessione e senza energia, in una impresa assai incerta, gi in questo ogni entusiasmo s'era spento come fuoco di paglia, specialmente quando sent che bisognava spendere. Non pens pi neppure a rispondere. Laonde il Machiavelli, avendo invano aspettato lettere fino al 26 luglio, persuaso ormai che n il Guicciardini, n il Papa osavano dar le armi al popolo, e non volendo invano perdere il suo tempo, se ne torn a Firenze, dichiarando tuttavia che sarebbe stato sempre pronto ad ogni loro cenno.(482) Fino alla morte egli non perdette mai la sua fede nell'Ordinanza.
Da Firenze scrisse pi volte al Guicciardini, senza per qualche tempo tornare sull'argomento. Ragionavano fra loro d'affari privati e di facezie, colle quali cercavano una distrazione dalle miserie in cui l'Italia si trovava, e dai maggiori pericoli che la minacciavano. Non potevano per fare che di tanto in tanto non parlassero anche di questi pericoli, con animo assai addolorato. Il 17 agosto il Machiavelli accennava al matrimonio proposto tra una delle figlie del Guicciardini ed un ricco fiorentino; poi si rallegrava molto che all'amico fosse piaciuta la sua Mandragola, tanto da volerla far rappresentare a Faenza nel carnevale prossimo, e prometteva d'assistere alla rappresentazione. Gli mandava una medicina, dalla quale diceva d'avere molte volte ricevuto grande benefizio, massime quando aveva troppo lavorato.(483) Aggiungeva che forse andrebbe presto a Venezia, nel qual caso si sarebbe, ritornando, fermato a Faenza per rivedere gli amici.
Il 19 agosto, in fatti, dai Consoli dell'Arte della lana, e da quelli che i Fiorentini avevano in Romania, chiamati anche Provveditori di Levante, fu mandato a Venezia per un affare d'assai poco momento. Alcuni mercanti fiorentini, tornando dall'Oriente, con molto danaro, sopra un brigantino veneto, arrivati che furono in un porto di quella repubblica, trovarono il brigantino padroneggiato da un G. B. Donati, che accompagnava l'oratore turco. Questo Donati li chiam, e dopo aver loro "fatto sopportare molte cose indegne, non che altro di essere riferite, gli sforz finalmente a riscattarsi con 1500 ducati d'oro.(484) Di ci si chiedeva dai Consoli risarcimento alla Serenissima Repubblica, essendo il Donati cittadino veneto. E di questa commissione che fin subito, abbiamo solo la credenziale, la istruzione dei Consoli al Machiavelli, e la lettera, in cui  l'esposizione del fatto,(485) senza che altro se ne sappia. Invece sappiamo che allora appunto si sparse per Firenze la voce, ch'egli avesse a Venezia tentato la sorte, vincendo al lotto da due a tre mila ducati. Cos gli scriveva Filippo de' Nerli, il quale aggiungeva la notizia, che il Machiavelli era stato imborsato fra i cittadini abili agli uffic politici, avendo gli Accoppiatori chiuso un occhio sulle difficolt che si presentavano; e ci era riuscito, perch era stato raccomandato da donne a lui benevole.(486) Su di che il Nerli andava celiando, con un linguaggio e con allusioni che per noi sono ora poco facili ad intendere. Si capisce che dagli amici e dagli Accoppiatori era stato veramente favorito, non avendo essi tenuto conto della voce diffusa dagli avversar, che egli non avesse tutte le condizioni richieste dalle leggi per l'ammissione agli uffic politici.(487) Quanto alla pretesa vincita al lotto, o fu cosa d'assai poco momento, o addirittura una favola, perch non se ne trova nessun altro riscontro, e due o tre mila ducati erano a quel tempo tale somma da far mutare condizione al Machiavelli, che non ebbe mai questa fortuna. Neppure il Canossa, allora ambasciatore a Venezia, che lo vide in quei pochi giorni due volte, dando di lui notizia al Vettori, accenn punto alla pretesa vincita. Scriveva solamente, che avevano fra loro parlato delle cose pubbliche, delle quali, concludeva, non v'era da dir altro, se non che "ce ne andiamo in servit, o per dir meglio la compriamo. Tutti lo conoscono e nessuno vi rimedia."(488)
Tornato a Firenze senza, a quanto pare, aver per via potuto vedere il Guicciardini, che era andato ad Imola, il Machiavelli trov ammalato il figlio Bernardo,(489) e ricev lettera dall'altro figlio Lodovico, giovane impetuosissimo, che era assai spesso in dispute e risse sanguinose, che prese pi tardi parte assai viva alla cacciata dei Medici, e mor, con la bandiera in mano, combattendo sotto le mura di Firenze assediata dagl'Imperiali.(490) Ora si trovava per affari commerciali in Adrianopoli, di dove moveva aspro lamento contro un prete, che non voleva lasciare una chiesa di patronato dei Machiavelli, non lungi da Sant'Andrea in Percussina. E minacciava di venire a farsi giustizia colle proprie mani, quando il padre non avesse trovato modo di rimediarvi subito. "Non vedo," egli concludeva, "a che si aspetti tanto. Questo mi pare un modo di cavarci due occhi noi, per cavarne uno al compagno."(491)
A tutte queste piccole noie s'aggiungevano i pensieri sempre pi gravi per le pubbliche faccende. Il Morone era prigione, il Pescara s'avanzava verso Milano, il Papa si trovava al solito senza consiglio e senza risoluzione. Le lettere del Guicciardini e del Machiavelli sembravano ondeggiare fra la disperazione ed un cinico sorriso, che spesso era invece un sorriso disperato. In una, che  senza data, il Machiavelli mandava spiegazioni intorno al significato di qualche motto fiorentino nella Mandragola. Prometteva di comporre le canzonette da cantarsi fra un atto e l'altro; di far andare a Faenza la Barbera, la ben nota cantatrice, insieme co' suoi cantori.(492) In un'altra, senza data del pari, e firmata: Niccol Machiavelli, istorico, comico e tragico, cominciava col parlare a lungo del matrimonio, che tanto stava a cuore al Guicciardini; poi a un tratto s'interrompeva, scrivendo: "Il Morone ne and preso, e il ducato di Milano  spacciato; e come costui ha aspettato il cappello, tutti gli altri principi l'aspetteranno,(493) n ci  pi rimedio: Sic datum desuper. - Veggo d'Alagna tornar lo fiordaliso, e nel Vicario suo, ecc. - Nosti versus, coetera per te ipsum lege."(494) E poi, mutando da capo bruscamente: "Facciamo una volta un lieto carnesciale, e ordinate alla Barbera un alloggiamento tra quelli frati, che se non impazzano, io non ne voglio danaio, e raccomandatemi alla Maliscotta, e avvisate a che porto  la commedia, e quando disegnate farla. Io ebbi quell'augumento infino in cento ducati per l'Istoria. Comincio ora a scrivere di nuovo, e mi
Qui si allude, com' noto, alla prigionia di Bonifazio VIII. Ci che a questo Papa fecero allora i Colonna in Anagni (Alagna), ricorda davvero la condotta che pi tardi essi tennero, come vedremo fra poco, verso Clemente VII in Roma.] sfogo accusando i principi, che hanno fatto ogni cosa per condurci qui."(495)
E cos continuavano. Il 19 dicembre il Machiavelli tornava sull'affare del matrimonio, e cercando la via a farlo concludere, dava consigli circa il modo di cavar danari dal Papa, per aumentar la dote della fanciulla. Ma il Guicciardini, pi orgoglioso e pratico, esitava a parlare di queste cose a Clemente VII, quando erano cos gravi le condizioni in cui versavano lo Stato della Chiesa e l'Italia. Allora era morto il Pescara, ed i potentati italiani parevano di nuovo disposti ad addormentarsi, il che rendeva assai maggiore il pericolo in cui tutti versavano. Il Machiavelli concludeva quella stessa lettera, dicendo: Ognuno si crede ora rassicurato, "e parendogli aver tempo, si d tempo al nemico. E concludo in fine, che dalla banda di qua non si sia per far mai cosa onorevole e gagliarda da campare o morire giustificato, tanta paura veggo in questi cittadini, e tanto male volti a chi fia per inghiottire."(496) A che il Guicciardini rispondeva il 26, cominciando col parlar nuovamente della commedia, "perch non mi pare delle meno importanti cose abbiamo alle mani, e almanco  pratica che  in potest nostra, in modo che non si getta via il tempo a pensarvi, e la ricreazione  pi necessaria che mai in tante turbolenze." Quanto alle cose pubbliche, non sapeva che si dire, vedendo come tutti biasimavano la opinione che solo a lui pareva buona. "Si conosceranno i mali della pace, quando sar passata l'opportunit di fare la guerra. Noi soli vogliamo aspettare in mezzo alla via il cattivo tempo che viene, e non potremo dire che ci sia stata tolta la signoria, ma che turpiter elapsa sit de manibus."(497)
Pare che allora non solamente il Guicciardini ed il Machiavelli, non sapendo dove posare il capo, cercassero distrarsi colle commedie; ma che molti in Italia, pensassero, in questi anni veramente terribili, a distrarsi colle feste. A Firenze, in fatti, durante il carnevale del 1526, la Compagnia della Cazzuola rappresentava la Mandragola in casa di Bernardino Giordano, con uno scenario dipinto da Andrea del Sarto e da Bastiano da San Gallo, il quale, per la sua perizia in questi lavori, era chiamato Aristotele. Poco dopo, nell'orto di Iacopo Fornaciai, presso la porta San Frediano, a bella posta spianato, con lo scenario dipinto dallo stesso Aristotele, fu rappresentata la Clizia.(498) Si fecero in questa occasione grandissime feste e conviti a nobili, a borghesi e popolani, tanto che se ne parl per tutta Italia. E dobbiam credere che il Machiavelli vi si abbandonasse non meno degli altri, perch Filippo dei Nerli,(499) che solo in apparenza gli era amico, dopo essersene con lui rallegrato, scrivendone agli altri, se ne mostrava invece assai scandalezzato. A Venezia, nel medesimo tempo, due private Compagnie facevano recitare, una la Mandragola, l'altra i Menecmi di Plauto, i quali ultimi riuscirono al paragone freddissimi, tanto che i promotori della rappresentazione invitarono gli attori della Mandragola a ripeterla in casa loro.(500) Ed il Machiavelli ebbe dai mercanti fiorentini col residenti, premuroso invito di mandar qualche altro suo lavoro, per farlo recitare nel prossimo maggio. Ma la rappresentazione apparecchiata in Romagna pel carnevale di quell'anno, non sembra che avesse altrimenti effetto,(501) perch egli non pot andare a Faenza come aveva promesso, trovandosi occupatissimo in Firenze, o in gite per affari urgenti. Il Guicciardini era anch'esso in moto continuo, e nel gennaio dov recarsi in fretta a Roma. La notizia improvvisa d'un accordo seguto tra la Francia e la Spagna, per la liberazione del Re, sebbene non se ne conoscessero ancora i termini precisi, teneva gli animi pi che mai sospesi, ed era quindi necessario apparecchiarsi agli eventi.
Di ci le lettere dei due amici cominciavano ora a parlare con sempre maggiore insistenza. Il Guicciardini, come gi vedemmo, aveva da un pezzo affermato che l'Imperatore avrebbe liberato il Re, e che questi poi non avrebbe mantenuto i patti. Il Machiavelli, invece, s'era su di ci sempre illuso, credendo che il Re non sarebbe stato liberato, e che in ogni caso avrebbe mantenuto i patti. Anche quando s'era sparsa per tutto la notizia dell'accordo, egli durava una gran fatica a non perseverare nella stessa sua erronea opinione. Tanto era di ci convinto che, quando giunse la nuova che il Re era stato effettivamente liberato, e che si attribuiva questa deliberazione all'accortezza del Papa, egli dette sfogo al suo malumore con l'epigramma che finiva:

E quinci avvien che 'l matto
Carlo re de' Romani e 'l Vicer
Per non vedere hanno lasciato il Re.(502)

E poco prima, quando la nuova della liberazione non era ancor giunta in Firenze, ma si sapeva che si trattava gi degli accordi, egli ne aveva scritto prima a Filippo Strozzi, e subito dopo, il 14 marzo, al Guicciardini, dicendogli che aveva il capo pieno di ghiribizzi per quest'accordo, e ripeteva ancora che o il Re non sarebbe libero, o manterrebbe i patti. " vero che cos lascerebbe rovinar l'Italia, e potrebbe anche perdere il regno; ma avendo esso, come voi dite, il cervello francese, questo spauracchio non  per muoverlo come muoverebbe un altro. Libero poi o non libero che egli sia, l'Italia avr guerra. E per noi non vi sono che due vie: o abbandonarsi a discrezione del vincitore, dandogli danari, o armarsi. Il primo partito non basta, perch il nemico ci leverebbe i danari e poi la vita; non resta dunque che l'armarsi." E qui si abbandonava ad un'altra di quelle ardite idee, tutte sue proprie. "Io dico una cosa che vi parr pazza, metter un disegno innanzi, che vi parr o temerario o ridicolo; nondimeno questi tempi richieggono deliberazioni audaci, inusitate e strane. E sallo ciascuno che sa ragionare di questo mondo, come i popoli sono var e sciocchi; nondimeno, cos fatti come sono, dicono molte volte che si fa quello che si dovrebbe fare. Pochi d fa si diceva per Firenze, che il signor Giovanni de' Medici rizzava una bandiera di ventura, per far guerra dove gli venisse meglio. Questa voce mi dest l'animo a pensare, che il popolo dicesse quello che si dovrebbe fare. Ciascuno credo che pensi, che fra gl'italiani non ci sia capo a chi i soldati vadano pi volentieri dietro, n di chi gli Spagnuoli pi dubitino e stimino pi. Ciascuno tiene ancora il signor Giovanni audace, impetuoso, di gran concetti, pigliatore di gran partiti. Puossi adunque, ingrossandolo segretamente, fargli rizzare questa bandiera, mettendogli sotto quanti cavalli e quanti fanti si potesse pi." "Questo ben presto potrebbe aggirare il cervello agli Spagnuoli, e far mutare i disegni loro, coi quali hanno forse pensato a rovinar la Toscana e la Chiesa, senza trovare ostacolo. Potrebbe anche far mutare animo al Re, che vedrebbe d'aver da fare con genti vive. E legatevi al dito questo, che se il Re non  mosso con cose vive e con forze, osserver l'accordo o vi lascer nelle peste, perch essendogli voi stati troppe volte contro, o rimasti a vedere, non vorr che gli intervenga ora lo stesso."(503)
Filippo Strozzi mostr al Papa la lettera che aveva ricevuta dal Machiavelli, e gli parl ancora della proposta fatta in quella diretta al Guicciardini. Ma erano pensieri troppo audaci, troppo patriottici per farli accettare da Clemente VII, che si smarriva al solo sentirne parlare. Disse che ben presto il Re sarebbe libero ed osserverebbe i patti, il che lascerebbe l'Italia in bala dell'Imperatore. La proposta d'armare Giovanni de' Medici non gli pareva accettabile, perch sarebbe lo stesso che dichiarar guerra aperta all'Imperatore. In fatti senza danari Giovanni de' Medici non poteva formare un esercito, e se glieli dava il Papa, sarebbe stato subito responsabile dell'impresa.(504) Cos, come nulla s'era fatto dell'Ordinanza, nulla si fece ora del nuovo disegno del Machiavelli.
Questi si volse perci tutto a fortificare le mura di Firenze, di che aveva in Roma tenuto lungo ragionamento col Papa, "il quale raccomand che si facessero opere cos gagliarde da mettere nel popolo animo di poter resistere contro ogni assalto. Voleva che si costruisse addirittura dalla parte di San Miniato, un nuovo cerchio di mura; ma ci era impossibile, a cagione di quel colle. Per includerlo dentro le nuove mura, sarebbe stato necessario allargarsi troppo e quindi indebolirsi. Se invece si deliberava di lasciarlo fuori, bisognava restringersi tanto da lasciar fuori anche un intero quartiere della Citt. E se questo quartiere si demoliva, era una grande rovina; se si abbandonava, era come darlo al nemico, che subito vi si sarebbe fortificato.(505) Il Machiavelli perci, dopo una visita accuratissima fatta alle mura, insieme con l'ingegnere Pietro Navarro, scrisse una minuta e precisa relazione, nella quale, proponendo tutti i lavori necessar, insisteva sempre pi sul concetto di fortificare solo le mura esistenti con nuove torri, fortiliz, fossati ed altre opere.(506) Il 17 maggio scriveva al Guicciardini ancora in Roma, dicendogli che aveva il capo cos "pieno di baluardi" che non vi entrava altro. Gli aggiungeva che a Firenze s'era fatta la legge con cui veniva istituito il nuovo magistrato, per provvedere alle fortificazioni; e che se la cosa andava innanzi, come pareva certo, egli, Machiavelli, sarebbe stato il nuovo cancelliere. Faceva premure che il Papa cominciasse da parte sua a dare gli ordini pel denaro necessario a cominciare i lavori. Accennando poi alle notizie venute di Francia sulla nuova attitudine presa dal Re, a quelle venute di Roma sui pericoli cui s'era trovato esposto il Papa, ed a quelle finalmente venute in Lombardia sui tumulti seguti nell'esercito imperiale, concludeva che da esse si vedeva chiaro "quanto facile sarebbe stato cavar d'Italia questi ribaldi. Per amor di Dio non si perda questa occasione. Ricordatevi che cattivi consiglieri e peggiori ministri avevano tratto non il Re, ma il Papa come in prigione, di dove  appena fuori. L'Imperatore adesso, vedendosi mancare sotto il Re, far profferte che dovrebbero trovar le orecchie vostre turate. Non si pu pi pensare di rimettersi al tempo ed alla fortuna, perch ingannano. Bisogna operare. A voi non occorre dire altro. Liberate diuturna cura Italiam. Extirpate has immanes belluas, quae hominis praeter faciem et vocem nihil habent.(507)". Il Guicciardini gli rispondeva d'essere pienamente d'accordo con lui, e che le cose erano ormai tanto chiare, che sperava bene si provvederebbe una volta con animo deliberato. Pure non fu cos. Il Papa, nelle piccole e grandi cose, era sempre in preda alla stessa incertezza, la quale fece s che anche l'opera di fortificare le mura fiorentine non arrivasse ad alcuna conclusione, ostinandosi egli sino all'ultimo nel suo disegno poco pratico e da tutti condannato.
La nuova Provvisione che istituiva in Firenze i Cinque Procuratori delle Mura, fu scritta dallo stesso Machiavelli, e venne approvata nel Consiglio dei Cento, il 9 maggio 1526. Il 18 furono eletti i Procuratori, che lo scelsero loro Cancelliere e Provveditore;(508) ed egli facendosi aiutare da un suo figlio e da Daniello Bicci, che teneva i conti e le scritture,(509) incominci subito a scrivere lettere, a dare ordini per mettere mano ai lavori. Fu ordinato ai Podest di mandare uomini a cavare fossati; fu scritto al Papa, perch desse danaro, non essendo ora possibile aggravare i cittadini con nuovi carichi. Lo pregavano ancora che sollecitasse la venuta d'Antonio da San Gallo, inviato gi in Lombardia a studiare le fortificazioni col, non essendo prudente consiglio il metter mano ai lavori prima che gl'ingegneri si fossero messi d'accordo sul disegno dei baluardi da costruire.(510) Ma questo appunto fu quello che riusc impossibile, perch il Papa tornava sempre alla sua strana idea d'allargare la cerchia delle mura, per modo che circondassero tutta la collina di San Miniato, e pretendeva che l'aumento del prezzo de' nuovi terreni, i quali verrebbero cos inclusi nella cinta, dovesse far guadagnare 80,000 ducati. Il Machiavelli fu per perderne la pazienza, e tre lettere ne scrisse il giorno 2 giugno al Guicciardini, concludendo: "tutto questo  una favola, n il Papa sa quello che si dice."(511) Caldamente pregava che lo rimovesse da tanta ostinazione, altrimenti si sarebbe, egli affermava, indebolita la Citt, e spesa invano gran somma di danaro. In conclusione s'and per le lunghe, senza far lavori d'importanza. E quando si doveva finalmente venire a qualche cosa di pi concreto, di pi utile, i nemici erano gi tanto innanzi, che il Machiavelli dovette ripetutamente correre al campo, dove era il Guicciardini, lasciando quindi e ripigliando pi volte i lavori.(512) Ormai ogni speranza stava nel trovare il modo di deviar da Firenze la minacciosa bufera, la quale si avanzava rapidamente, senza che si fosse in condizioni da poter resistere con energia.



CAPITOLO XVII.

Assalto dei Colonna in Roma. - Tregua del Papa coll'Imperatore. - Il Guicciardini e il Machiavelli al campo. - Cremona s'arrende alla Lega. - Ordine al Guicciardini di ritirare il campo di qua dal Po. - Gl'imperiali s'avanzano verso Bologna. - Vani tentativi d'accordo tra il Papa e gl'imperiali. - Il Machiavelli torna a Firenze. - Tumulto di Firenze. - Sacco di Roma. - Cacciata dei Medici, e ricostituzione della repubblica fiorentina.

L'Imperatore riteneva adesso che, spingendo innanzi l'esercito, potesse facilmente divenire arbitro dell'Italia. Ma egli mancava assolutamente di danaro, ed il paese, quantunque debole e diviso, gli era tutto nimico. Francesco I, uscito dalla prigione, e deliberato a non mantenere i patti, aveva a Cognac (22 maggio 1526) stretto col Papa, con Firenze, Venezia e Milano una lega, che fu detta santa, e che era in sostanza diretta contro l'Impero. A Carlo V importava quindi moltissimo separarne il Papa, o renderlo almeno temporaneamente neutrale. E per, quando il cardinal Colonna, che era pi soldato che prelato, e nimicissimo di Clemente VII, si offerse d'impadronirsi della persona di lui, fu mandato a Roma don Ugo di Moncada, con incarico di tentar prima una tregua, e non riuscendogli, dire al Colonna che facesse pure quello che voleva. In fatti don Ugo non concluse nulla, essendo giunta la notizia delle strettezze in cui era l'esercito imperiale, e part quindi sdegnato, il 20 giugno, lasciando mano libera al Colonna, che non mise tempo in mezzo. Alla testa di 800 cavalieri, 3,000 fanti ed alcune poche artiglierie tirate da buoi, irruppe nella Citt Eterna con tale impeto, che Clemente VII ebbe appena il tempo di fuggire con la sua guardia svizzera, e rinchiudersi in Castel Sant'Angelo. Il Vaticano, San Pietro, le case dei cardinali andarono a sacco, ed in poche ore fu fatta una preda di 300,000 ducati. Era gi un pessimo esempio dato agl'imperiali, che s'avanzavano dalla Lombardia; ma il Cardinale voleva andar oltre ancora, e metter le mani sulla persona stessa del Papa. Laonde questi si rivolse spaventato al Moncada, che seguiva il piccolo esercito tumultuario, ed il Moncada si fece subito mediatore, dettando le condizioni della pace, che furono: tregua di quattro mesi coll'Imperatore, il naviglio del Papa ritirato da Genova e i soldati dalla Lombardia, amnistiati i Colonna. Il Cardinale si ritir allora co' suoi a Grottaferrata, ed eran tutti pieni di sdegno, chiamandosi traditi. Il Papa accett i patti impostigli dalla forza, con animo per, alla prima occasione, di non rispettarli. E don Ugo lo sapeva bene; ma per ora gli bastava guadagnar tempo, dopo averlo spaventato. Se ne and quindi a Napoli, menando come ostaggio Filippo Strozzi parente dei Medici. In questo medesimo tempo Clemente VII ebbe a sopportare anche un'altra umiliazione. Sotto pretesto d'assicurare le spalle al suo esercito in Lombardia, egli aveva mandato alcune sue genti, con una moltitudine raccogliticcia di Fiorentini, a mutare il governo in Siena. Ma furono subito messi dai Senesi in una fuga precipitosa e vergognosa, senza avere neppur tentato di combattere.
E per colmo di sventura, tutte queste notizie, con l'ordine di ritirarsi di qua dal Po, arrivarono al campo pontificio nel momento appunto in cui, dopo molte traversie, s'aveva la prima volta qualche speranza di migliore fortuna. Le cose erano dapprima cominciate col assai male. I Veneziani, comandati dal duca d'Urbino, non passarono l'Adda; gli Svizzeri aspettati non venivano; ed invece i Lanzichenecchi ingrossavano nel Tirolo, sotto il comando del Frundsberg, protestante, che diceva di volere andare in Roma ad impiccare il Papa, ed impegnava le proprie terre, per poter pagare i soldati imperiali. Un tumulto seguto a Milano contro gli Spagnuoli fu subito represso, senza che gli alleati, i quali avrebbero facilmente potuto mandar 20,000 uomini per sostenerlo, osassero far nulla. Venivano finalmente in aiuto molti Svizzeri alla spicciolata, sebbene non vi fosse un regolare contratto coi Cantoni; ma neppur questo induceva il duca d'Urbino ad un'azione risoluta. Egli voleva il comando generale di tutto l'esercito; si lamentava sempre d'ogni cosa, e non decideva mai niente. Dopo aver fatto le viste d'andare a Milano, dove tutti lo spingevano, s'era invece fermato, mandando ad assediar Cremona, il che aveva messo l'esercito nella impossibilit d'inviare aiuti al Doria, che bloccava Genova, e dichiarava di poterla prendere, se gli alleati andavano subito a stringerla dalla parte di terra.
Il Guicciardini si trovava allora al campo, luogotenente del Papa, e non cessava mai di scrivere a Roma per dargli animo; s'adoperava a tenere in ordine l'esercito, a spronare il Duca, a spingerlo innanzi, a farlo operare; ma tutto era vano.(513) Quando credeva d'esser finalmente riuscito a decidere l'inerte capitano d'andare a Milano, lo vide invece fermarsi per l'inutile assedio di Cremona. Quando aveva sperato che il Papa non pensasse pi che alla guerra, arrivava invece la notizia, che si trattavano accordi. "Che carico," egli esclamava allora, "che vergogna sarebbe smarrirsi alle prime difficolt, ora che l'esercito non  rotto, non sono seguiti disordini, e siamo sulle terre del nemico!"(514) In questo mezzo appunto giungeva al campo Niccol Machiavelli, mandato dai Fiorentini, che vivevano assai perplessi per la loro citt, ad esaminare e riferire come procedevano le cose. Per via aveva ricevuto lettere del Vettori, con le quali era stato ragguagliato del vergognoso fatto di Siena. "Credo," cos questi gli aveva scritto, "che altra volta sia accaduto che un esercito fugga alle grida; ma che fugga dieci miglia, non essendovi alcuno che lo insegua, questo non credo si sia mai letto n veduto. Ormai tutto va a rovina. Quando vedo come vanno male le cose a Milano, a Cremona, a Genova; come  andata male questa impresa di Siena, io penso che con simile disdetta non riusciremo neppure a sforzare un forno."(515)
Pare che in questi estremi momenti il Machiavelli fantasticasse ancora d'una possibile resistenza del popolo in armi, e raccomandasse di nuovo la sua Ordinanza. In fatti troviamo che Roberto Acciaioli, oratore del Papa e dei Fiorentini in Francia, scriveva, il 7 agosto 1526, al Guicciardini: "Ho caro che il Machiavelli habbi dato ordine a disciplinare le fanterie. Volesse Iddio che fusse messo in atto quello che egli ha in idea; ma dubito che non sia come la Repubblica di Platone. E per me pareria fussi meglio che se ne tornassi a Firenze, a fare l'offizio suo di fortificar le mura, perch corrono tempi da averne bisogno."(516) Il 10 settembre egli veniva dal Guicciardini spedito al campo di Cremona, perch vedesse coi propri occhi lo stato delle cose, e facesse intendere al Pesaro, provveditore veneto, e al duca d'Urbino, che se non credevano di potere, in cinque o sei giorni, prendere quella citt, era meglio abbandonare addirittura l'impresa, per correre in aiuto del Doria a Genova e, potendo, assalire anche il nemico a Milano.(517) Ma al Machiavelli non fu possibile concludere nulla. Il provveditore Pesaro, in fatti, scriveva che il d 11 settembre il Duca s'era dimostrato assai contrario a correre in aiuto del Doria, e che il 13, presente il Machiavelli, avendo adunato i suoi capitani, per consultarli, "s'il doveva levarsi de l'impresa, et atender a quella di Zenova," tutti s'eran dichiarati contrar. Affermavano esser necessario pigliar prima Cremona, dopo di che sarebbe stato assai facile mandar gente a prendere Genova.(518) Ed il Machiavelli perci, dopo avere di l scritto pi lettere al Guicciardini,(519) ripartiva subito per ritornarsene a Firenze, dove rifer come nel campo nessuno volesse abbandonare l'impresa di Cremona, che pareva veramente vicina al suo termine. In fatti la citt poco dopo s'arrese.
Allora l'esercito fu libero. Esso componevasi di 20,000 Italiani e 13,000 Svizzeri, senza tener conto di altri 3500 che s'aspettavano ancora dalle Alpi. Questi erano per gl'iscritti, quelli cio che si pagavano, non i presenti, e molti ogni giorno disertavano o si sbandavano. Ma i nemici erano in numero minore, e privi di tutto. Qualche cosa dunque si poteva certamente operare. Invece arriv, come fulmine a ciel sereno, la notizia della tregua, e l'ordine al Guicciardini di ritirare le genti del Papa di qua dal Po. "Piuttosto," egli scriveva allora al Datario, "abbandonerei l'Italia, che vivere a Roma nel modo che dovr Nostro Signore, se va per la via che mi dite, Tu ne cede malis, sed contra audacior ito.(520) Deve dunque il cardinal Colonna con mille comandati aver tanta forza da ridurci in s misera condizione, e quasi dar legge al mondo?"(521) Ormai per non c'era rimedio, e bisognava obbedire. Per conto del Papa restava in armi solo Giovanni de' Medici, con una condotta di 4000 fanti, e l'ordine segreto di continuare la guerra, sotto colore d'essere a soldo della Francia. Per colmo di sventura, questo valoroso soldato era scontentissimo del modo in cui veniva trattato, e minacciava di passare al nemico, se non gli davano uno Stato, come tante volte avevano promesso. "Ed  uomo capacissimo di farlo," scriveva il Guicciardini da Piacenza. Al duca d'Urbino non parve vero d'abbandonar subito il campo, per andarsene a trovar la moglie. Intanto i Lanzichenecchi, gi riuniti in Bolzano, arrivavano a 10 o 12 mila, ed aumentavano ogni giorno, pronti a scendere in Italia.(522)
Il Machiavelli, tornato a Firenze, dopo che ebbe riferito a voce, espose anche in una sua relazione scritta lo stato vero delle cose. S'era, secondo lui, commessa una serie d'errori, cominciando dallo sperar troppo nella sollevazione di Milano, subito repressa dagl'imperiali. L'impresa di Cremona era stata condotta troppo debolmente, il che aveva fatto perdere tempo e reputazione. Il Papa non aveva voluto ricorrere alla nomina di nuovi cardinali per far danaro, n aveva saputo trovarlo altrimenti. Se n'era rimasto a Roma in modo che ne and preso come un bimbo, "il che ha siffattamente avviluppata la matassa, che nessuno pu ravviarla, avendo egli anche ritirato dal campo le sue genti e messer Francesco Guicciardini, che solo correggeva gl'infiniti disordini. Ora sono pi capitani discordi fra loro, per modo che, mancando chi li guidi, fia una zolfa di cani, dal che segue una stracurataggine di faccende grandissima."(523) Egli avrebbe desiderato che si fosse venuto a qualche partito audace e disperato, ma non aveva mai trovato ascolto. Da una lettera di Filippo Strozzi (Roma, 26 agosto 1526) apprendiamo in fatti che il Machiavelli aveva, in una sua, proposto che s'andassero ad assalire gl'Imperiali nel regno di Napoli; ma che il Papa, dopo averla letta con attenzione, concluse che la risoluzione del detto non gli piaceva.(524)
L'armata di Spagna muoveva intanto dal porto di Cartagena, sotto il comando del Lannoy vicer di Napoli, per andare a combattere il Doria; ed il Frundsberg a novembre era gi nel Bresciano, con pi di 12 mila Lanzichenecchi. Tuttavia il Doria, con l'aiuto delle navi francesi, comandate da Pietro Navarro, era sul mare in condizioni da poter respingere il nemico. N sarebbe stato difficile ricacciare nei monti i Lanzichenecchi, separati ancora dagli altri imperiali, senza artiglierie, senza danari e senza vettovaglie. Ma nessuno and ad affrontarli, sebbene il duca d'Urbino con Giovanni de' Medici avesse 1600 cavalli e 19,000 fanti. I Tedeschi, dopo essersi lentamente avanzati, si trovarono nel Mantovano, in mezzo alle paludi, circondati dai nemici; e neppur questo pot indurre il Duca ad assalirli. Tutto dimostrava che la servit d'Italia non si poteva ormai evitare. Pure le condizioni degli imperiali erano tali, che c'era da vederli sbandarsi senza assalirli, se in quel momento non veniva ad essi un aiuto inaspettato. Il duca di Ferrara, che possedeva le migliori artiglierie allora conosciute, era in una posizione geograficamente cos vantaggiosa, da poter esso solo decidere l'esito della guerra. Ed il Papa appunto allora lo aveva scioccamente offeso, respinto, irritato. Egli mand quindi ai Tedeschi danari con alcune delle sue artiglierie, le quali arrivarono nel momento del maggiore bisogno. Giovanni dei Medici, stanco dell'ozio forzato, cominci il 25 novembre una scaramuccia contro gl'imperiali, e secondo il suo solito, s'avanz arditamente, nulla sapendo delle artiglierie arrivate al nemico; sicch la seconda palla che esse tirarono, lo fer in una gamba per modo che dopo cinque giorni ne mor. E cos mancava al Papa il solo capitano che allora potesse e volesse con animo deliberato fare la guerra.
La tregua intanto si poteva dire gi finita, essendosi di fatto venuto di nuovo alle mani. Ed il Machiavelli tornava in fretta al campo, per esporre al Luogotenente le misere condizioni di Firenze, e dirgli che in niun modo essa avrebbe senza aiuti potuto resistere al nemico, quando fosse venuto ad assalirla.(525) Ma il Guicciardini dovette rispondergli, che i soldati della Lega si trovavano talmente sparsi, che in caso d'urgenza egli non avrebbe potuto condurre in aiuto della Citt pi di 6 o 7 mila fanti del Papa. S'apparecchiassero perci come meglio potevano, e se credevano di dover tentare accordi, era meglio trattar direttamente col Vicer, dal quale tutti gli altri dipendevano, perch esso rappresentava l'Imperatore. Ed il Machiavelli, dopo aver mandato per lettera(526) queste notizie, tornava daccapo a Firenze.
Da Milano uscivano intanto continui drappelli di Tedeschi e di Spagnuoli, che andavano a raggiungere i Lanzichenecchi. V'and anche il Borbone, dopo aver prima minacciato il Morone per cavarne nuovo danaro, nominandolo poi suo consigliere, vedendo che si prestava efficacemente a tutto; quando vi trovava il suo interesse. Gl'imperiali erano arrivati al numero di 30,000, ed avendo ricevuto una seconda volta danari e munizioni dal duca di Ferrara, lasciavano Piacenza, avviandosi verso Bologna. Ed il Papa non si decideva ancora n alla pace n alla guerra. I Fiorentini promettevano di dargli fino a 150,000 ducati, se riusciva a fare un accordo stabile, per salvar tutti dal pericolo imminente. Ma egli ora trattava cogl'imperiali, ed ora faceva assalire le loro genti nel Napoletano, per venire poi di nuovo ad accordi, che dovevano essere da capo violati. L'Imperatore, come sin da un anno aveva preveduto e scritto il Guicciardini, voleva addormentarlo, per averne occasione a farsi padrone d'Italia. E per il suo esercito s'avanzava sempre dal settentrione, sebbene assai lentamente e fra mille ostacoli, per mancanza di danaro, per disordini continui nel campo, per la cattiva stagione. E fra poco doveva, in tale stato, affrontare anche la difficolt di traversare le nevi dell'Appennino. Il Guicciardini era a Parma, donde scriveva e riscriveva, che nulla poteva indurre il duca d'Urbino ad assalire il nemico: o tradiva o aveva una gran paura; forse era vera l'una cosa e l'altra.(527) Nel febbraio lo raggiunse di nuovo in gran fretta il Machiavelli,(528) mandato per la terza volta da Firenze a dirgli, che negli accordi non si poteva pi sperare, che la Citt non poteva in nessun modo resistere, e chiedeva di non essere abbandonata al nemico. Il Guicciardini lo condusse dal Duca a Casal Maggiore, per vedere se in due riuscivano a farlo muovere una volta. Ma ogni preghiera fu vana. Egli non voleva n affrontare, n precedere il nemico: solo a distanza lo seguiva.(529) Tutto induce a credere che non fosse allora trattenuto unicamente dalla paura, come molti dicevano e credevano; ma forse anche da segrete istruzioni dei Veneziani, ai quali pare che non dispiacesse vedere il Papa umiliato, piuttosto che divenuto per qualche vittoria potente e pericoloso. Certo  che il Guicciardini aveva pienissima ragione di scrivere: "Qui non si fa altro che prevedere e ritenere per certi tutti i possibili pericoli nostri e tutti i possibili disegni del nemico, il quale non arriverebbe a pensarne la met, quando pure potesse leggere nella nostra mente."(530) Assicurava tuttavia al Machiavelli che, quando gl'imperiali fossero venuti in Toscana, egli li avrebbe preceduti con le genti del Papa, per salvare Firenze, anche se il Duca si fosse ostinato a rimaner sempre alla coda.(531) Ed il Machiavelli mandava queste notizie agli Otto, scrivendo ripetutamente da Parma, che non si poteva in nessun modo prevedere quello che i nemici erano per fare, non sembrando che lo sapessero essi stessi. Facile sarebbe stato metterli in rotta, se per i disordini della Lega e la inerzia del duca d'Urbino non continuassero a mandar tutto a rovina. Nel marzo scriveva da Bologna, dove si trovava col Guicciardini, che gl'imperiali erano col presso alle mura; avevano avuto la seconda volta aiuto dal duca di Ferrara, fatalmente divenuto arbitro della guerra, e parevano decisi a venire in Toscana.(532) Essi intanto domandavano vettovaglie, e volevano entrare in quella citt; ma il Guicciardini fece chiudere le porte, senza altro rispondere, ed invano minacciarono e tentarono di ricorrere alla forza.
Il Luogotenente era adesso molto impensierito, non solo del pericolo in cui si trovava il Papa, ma di quello che pareva pi vicino ancora alla citt di Firenze. E per indurre il Duca a soccorrerla in tempo, aveva preso su di s la grave responsabilit di cedergli la terra di San Leo, che i Fiorentini gli avevano sempre fatta sperare, senza mai dargliela.(533) Per fortuna l'imminente pericolo sembrava ora allontanarsi, giacch gl'imperiali accennavano a pigliar direttamente la via di Roma, e il disordine andava sempre crescendo fra di loro. Verso la met di marzo in fatti vi fu nel campo un vero e proprio tumulto, che dur alcuni giorni. Il Borbone si dovette nascondere, per salvarsi dall'ira de' soldati. Il Frundsberg volle invece affrontarla, e si prov il 16 ad arringare i suoi Lanzichenecchi; ma gli risposero con le punte delle alabarde sul viso, gridando ferocemente che volevano subito le paghe. Ed a questo atto d'indisciplina, lo sdegno del valoroso capitano fu tale che ne ebbe un colpo d'apoplessia. Sedutosi sopra un tamburo, venne soccorso dai suoi, che poterono condurlo a Ferrara; ma non and molto che cess di vivere. E neppure in tale momento il duca d'Urbino seppe decidersi ad assalire il nemico.
Intanto arrivava la notizia d'una nuova tregua conclusa a Roma fra il Vicer ed il Papa. Questi doveva reintegrare i Colonna; ritirare le armi che aveva fatte avanzare nel Napoletano; lasciare il Reame a Carlo V, Milano allo Sforza, e dare 60,000 ducati al Borbone, che si sarebbe col suo esercito ritirato dallo Stato della Chiesa e dall'Italia, se Francia e Venezia accettavano i patti. Lo sdegno del popolo romano, allora gi in armi, fu grandissimo; ma Clemente VII, che non poteva pi sostenere le enormi spese, ed era avarissimo, non appena il 25 marzo fu firmato l'accordo dal Vicer, licenzi buona parte de' soldati in Roma, facendo un'economia di 30,000 ducati il mese. Cos la Citt restava senza potersi difendere, ed il Borbone, che aveva l'ordine segreto d'andare innanzi, scrisse subito al Vicer, che i 60,000 ducati erano pochi pel suo esercito; non poteva quindi accettare la tregua, ed era vano presumere che egli o altri potesse ora fermare i soldati. Il 31 marzo in fatti pass il Reno presso Bologna, ed and oltre.
Il Guicciardini non sapeva pi che dire o che fare, ed a confonderlo sempre pi, il Morone mandava a dire, che se gli dava subito 3000 ducati, dei quali avea bisogno per liberare un suo figlio, che era in ostaggio, avrebbe tradito gl'imperiali, lasciandoli in grandissima confusione.(534) Ma il Luogotenente non rispose neppure, troppo bene conoscendo l'uomo. E sempre pi rattristato, scriveva a Roma, che il pensare, come facevano col, alla tregua e non alla difesa, era un funesto errore. "Non so se la necessit ci far infine uscire dall'incertezza. Li inimici vogliono da Nostro Signore e da noi tutto quello che abbiamo, n pensano solo al temporale; ma ruinano le chiese, profanano i sacramenti, mettono eresie nella fede di Cristo. Alle quali cose, se non pensa chi pu e deve sforzarsi di portarvi rimedio, credo sia colpevole della medesima infamia ed offesa a Dio."(535) N molto diversamente scriveva a Firenze il Machiavelli, il quale, annunziando che il Papa voleva far pagare dai Fiorentini i 60,000 ducati promessi agl'imperiali, aggiungeva: "Bisogna pure trovarli e far quest'ultimo sforzo per salvare la patria. O si fa davvero la tregua, e serviranno a pigliar tempo, a ritardare almeno la rovina, o non si fa la tregua, e serviranno a far guerra."(536) Ormai per gi si sapeva che il Borbone non accettava. Egli anzi, rispondendo che i danari promessi erano pochi, non aveva neppur detto qual somma maggiore volesse. Un suo uomo,  vero, mandato a Firenze, dove espressamente venne anche il Vicer, s'accord per 150,000 ducati, promettendo che l'esercito avrebbe cominciato a ritirarsi appena pagati i primi 80,000. Ma neppure a ci il Borbone dichiarava di consentire; e per il Machiavelli, finalmente affatto disilluso, scriveva che adesso era meglio pensare alla guerra e non occuparsi d'altro.(537) "Quale accordo volete voi sperare da nemici che, quando ancora i monti li separano da voi, e le nostre genti sono in piedi, vi domandano 100,000 ducati fra tre giorni, ed altri 50,000 fra dieci? Arrivati che saranno cost, vi chiederanno tutto il mobile vostro. Non vi  altro rimedio che sgannarli, e quando ci s'abbia a fare,  meglio sgannarli con queste alpi che con coteste mura."(538)
Sebbene le nevi e i monti tenessero ancora fermo l'esercito, e si continuasse a parlare d'accordi e di somme sempre maggiori per poterli concludere, pure il Machiavelli che, non avendo ormai altro da sperare o da fare a Bologna, era partito per Firenze, scriveva il 16 aprile da Forl al Vettori: "Se il Borbone va innanzi, bisogna pensare alla guerra affatto, senza avere pi un pelo che pensi alla pace. Se non muove, bisogna concludere addirittura la pace, senza pensare alla guerra. Dovendola per fare, non si deve pi claudicare, ma farla all'impazzata, perch spesso la disperazione trova dei rimed che la elezione non ha saputo trovare. Io amo messer Francesco Guicciardini, amo la patria mia, e vi dico, per quella esperienza che mi hanno dato sessanta anni di vita, che io non credo mai si travagliassero i pi difficili articoli che questi, dove la pace  necessaria e la guerra non si pu abbandonare, e si ha alle mani un principe, che a fatica pu supplire alla pace sola o alla guerra sola." Da Brisighella scrisse il 18 allo stesso un'altra lettera, pi incerta che mai, e poi venne a Firenze, dove la sua opera poteva essere utile e la famiglia lo aspettava con grandissima ansiet. La moglie ed i figli, in gran paura dei Lanzichenecchi e degli Spagnuoli, gi avevano in parte sgomberato la villa; ed egli aveva promesso di raggiungerli in tempo, quando vi fosse stato davvero vicino pericolo. "Saluta Mona Marietta," cos il 2 aprile aveva concluso da Forl una sua affettuosa lettera al figlio Guido, "e dille che io sono stato quasi per partirmi di d in d, e cos sto, e non ebbi mai tanta voglia di essere a Firenze, quanto ora; ma io non posso altrimenti. Solo dirai che per cosa che la senta, stia di buona voglia, che io sar cost prima che venga travaglio alcuno."(539) Ed il figlio, ancora giovanetto, rispondeva il 17, dicendo che erano tutti lietissimi della promessa. Li avvertisse per subito se venivano i Lanzichenecchi, perch si fosse in tempo a portar via ogni cosa dalla villa.(540) Questa lettera in grossi caratteri, quasi infantili, fu gelosamente serbata dal padre, e cos arriv sino a noi. Egli, secondo la promessa fatta, fu subito tra i suoi.
A Firenze i cittadini s'erano dimostrati pronti ad ogni sacrifizio, per evitare il pericolo che loro sovrastava. Avevano in fretta raccolto e spedito i primi 80,000 ducati promessi dal Papa al Borbone; fondevano gli ori e gli argenti delle chiese, per mandare il resto. Ma i loro messi seppero per via che non erano neppur ora accettati i patti, e furono a mala pena in tempo a mettere in salvo il danaro, riportandolo a Firenze. Non v'era dunque, come il Machiavelli aveva gi detto, da pensare ad altro che a difendersi. In citt si trovavano solo alcuni pochi soldati, ed il lavoro delle fortificazioni, sebbene fosse stato a pi riprese da lui sollecitato, si poteva dire a mala pena iniziato. Il popolo era scontentissimo del cardinal Passerini, che non voleva consigli e non faceva nulla. "Tutto il male," scriveva il Guicciardini, venuto ora anch'egli a Firenze, "procede dalla ignoranza di questo castrone, il quale si consuma in favole, e stracura le cose importanti. Non vuole che gli altri le faccino, ed egli non sa far nulla. Pensa solo a guardare la casa dei Medici ed il Palazzo; abbandona lo Stato, e non vede la rovina che si tira dietro. Oh Dio! che crudelt  vedere tanto disordine."(541) Era riuscito a condurre l'esercito della Lega presso Firenze, il che aveva contribuito a far s che gl'imperiali si decidessero a continuare il loro cammino verso Roma. Ma anche quell'esercito, che doveva essere amico, saccheggiava il contado, e quindi il malumore dei Fiorentini cresceva sempre pi. Bast in fatti una rissa seguita il 26 aprile fra un cittadino ed un soldato, per far nascere un tumulto generale, nel quale il popolo si lev a chiedere le armi. Il caso volle, che allora appunto il Passerini, salito a cavallo coi cardinali Ridolfi, Cibo e Ippolito de' Medici, si movesse per andare incontro al duca d'Urbino, il quale, insieme coi Provveditori veneti e col Luogotenente, aveva preso alloggiamento in una villa a poche miglia dalla Citt. Il Cardinal Passerini volle far mostra di sprezzare il tumulto, e quindi, senza neppur chiedere che scopo e che gravit avesse, continu il suo cammino. Tutto ci fece credere alla moltitudine, che i Medici con i loro rappresentanti se ne andassero via; ed il Palazzo fu subito invaso al grido di popolo e libert. Accorsero molti autorevoli cittadini, ma il disordine divenne subito assai grande: vi furono ingiurie ed anche qualche colpo di pugnale. Finalmente si concluse col dichiarare decaduto il governo dei Medici e ripristinata la repubblica.
Il Cardinale allora, avvertito dell'accaduto, torn in fretta con alcuni archibusieri del Duca, i quali occuparono gli sbocchi della Piazza. Il Palazzo fu subito chiuso da quelli che vi si trovavano dentro; ma la guardia medicea, che s'era prima nascosta, usc fuori adesso, e punt le picche alla porta per sforzarla. Pareva che dovesse seguirne addirittura una rivoluzione sanguinosa; ma i cittadini rinchiusi col, non facevano altro che tirar dalle finestre qualche tegolo, il quale cadeva lontano, senza recar danno a nessuno. Iacopo Nardi racconta, che allora mostr come si potevano disfare i parapetti dei ballatoi, facendo cadere le pietre sui soldati. E cos in fatti li costrinsero ad allontanarsi.(542) Da una parte e dall'altra si aveva per assai poca voglia di combatter davvero; si cercava quindi una via per farla subito finita. Non era possibile difendere il Palazzo senz'armi, e non era facile di fuori sforzarlo in breve tempo. Sarebbe poi stato inevitabile, nel prenderlo, fare strage dei cittadini ivi rinchiusi, il che avrebbe di certo indignato tutta la Citt. Francesco Guicciardini, il cui fratello gonfaloniere trovavasi ivi rinchiuso, e Federigo da Bozzolo vennero allora a portare una promessa scritta d'amnistia generale; e cos tutto fin con la elezione d'una nuova Signoria. Certamente, se le cose del Papa non fossero andate subito a rovina, egli avrebbe fatto aspra vendetta in Firenze; ma ora aveva ben altro da pensare.(543)
L'esercito imperiale continu il suo cammino verso Roma, e quello della Lega lo seguiva, come sempre, a rispettosa distanza. Il duca d'Urbino dette l'ordine della partenza, facendo dai suoi attraversare la Citt, e tutti restarono maravigliati di vedere tanti armati e cos bene in ordine, incapaci d'affrontare il nemico, buoni solo a devastare le terre e le case degli amici. Il Guicciardini assai di mal animo dovette anch'egli continuare il doloroso e vergognoso cammino. A Castello della Pieve ebbe il d 8 di maggio l'infausta nuova, che i nemici, dopo poche ore di combattimento, erano entrati nella Citt Eterna, la quale gi ne andava a sacco. Il Papa s'era chiuso in Castel S. Angelo, ed il Duca, invece di raggiungere il nemico, s'era diretto a Perugia per mutare col il Governo. Invano il Luogotenente faceva ogni opera, per indurlo almeno ora ad un ultimo sforzo, invano scriveva al Passerini, perch da Firenze mandassero genti a tentar di liberare il Papa con qualche colpo ardito. "Sta il meschino chiuso in Castello, senza altra speranza che il vostro aiuto, e lo sollecita con parole che muoverebbero le pietre. Ma da voi non s'ha neppure una risposta. Iddio non mi aiuti se non vorrei prima esser morto, che veder tale crudelt. Voi pensate tanto al Palazzo ed alla Piazza cost, che dimenticate il resto. Nondimeno se si perde il Papa, tutto ci vi torner, a nulla, perch si perder con esso l'anima di cotesto corpo."(544) Poco dopo avvertiva per, che ormai non v'era pi nulla da sperare: il Papa si sarebbe in qualche modo accordato coi nemici, e questi sarebbero inevitabilmente venuti addosso a Firenze.(545)
La nuova della presa e del sacco di Roma, e quindi il pericolo d'una guerra in Toscana furono noti a Firenze il giorno 11 maggio. Il pensiero di tutti fu allora di disfarsi al pi presto del cardinal Passerini, dal cui governo nulla si poteva sperare di buono. Il tumulto divenne subito generale, pigliandovi parte i pi reputati cittadini, e perfino Filippo Strozzi, parente dei Medici, tornato appena a Firenze. Il Passerini, convintosi che non v'era adesso nulla da fare, se ne and via con Ippolito ed Alessandro dei Medici. Il 16 maggio venne ripristinata la repubblica, e si deliber poi con grandissima fretta di convocare pel 20 dello stesso mese il Consiglio degli Ottanta ed il Consiglio Maggiore, con incarico di nominare un Gonfaloniere annuale e rieleggibile. Le stanze che erano state costruite nella sala del Consiglio Maggiore, per alloggiarvi la guardia dei Medici, furono demolite dai pi nobili giovani fiorentini, i quali vollero, colle proprie mani, tirar le barelle in cui si portaron via le pietre e i calcinacci. Il primo di giugno, Niccol Capponi, eletto Gonfaloniere, entr in ufficio con la nuova Signoria. Furono eletti anche i nuovi Otto di Bala, e vennero soppressi gli Otto di Pratica, ricostituendo invece, come al tempo del Soderini, i Dieci della Guerra. Ognuno pareva contento della conquistata libert; ma non v'era tempo da perdere; bisognava apparecchiarsi alla difesa, perch l'esercito di Carlo V, dopo avere devastato Roma, si sarebbe di certo, nel suo ritorno, mosso verso Firenze. Il Papa, in un modo o nell'altro, si sarebbe accordato coll'Imperatore, ed ambedue avrebbero voluto far le loro vendette contro la risorta repubblica. Il de Leyva gi da un pezzo aveva promesso ai suoi soldati di condurli "a misurar colle loro picche i broccati di Firenze"; ed essi eran sempre pi avidi di preda. Si cominciarono quindi a discutere i provvedimenti per armare tutti i cittadini validi a difendere la patria; per trovar buoni capitani; per fortificare le mura, non secondo le proposte fantastiche, gi vagheggiate dal Papa, ma secondo quelle degli uomini competenti. E fu poco dopo approvato il disegno di Michelangelo Buonarroti, "lodato anche dal giudizio delle persone militari."(546) L'ardore dei cittadini s'infiammava di giorno in giorno sempre pi, e si vedeva che questa volta essi eran davvero pronti ad uno sforzo estremo. Ma tutto ci incomincia un nuovo dramma, del quale noi non dobbiamo qui occuparci, perch l'assedio e l'eroica difesa di Firenze escono dai confini della presente storia.



CAPITOLO 28.

Il Machiavelli inviato al campo presso Roma. - Suo ritorno a Firenze. - Nuove calamit e nuovi dolori. - Malattia e morte. - Testamento. - Preteso sogno del Machiavelli.

Che cosa era intanto avvenuto del Machiavelli, il Provisor murorum, che con grande ardore, sebbene con iscarso profitto, s'era adoperato a fortificar le mura della sua nativa citt, e che, per salvarla dall'assalto e dal saccheggio dei soldati imperiali, aveva corso pi volte l'Italia? Nei primi di maggio egli era stato, in compagnia di Francesco Bandini, rimandato presso il Guicciardini, che si trovava allora nello Stato della Chiesa, e sempre pi s'avvicinava a Roma, sperando invano di far qualche cosa per salvare almeno la persona del Papa. Dovevano i messi fiorentini informarsi dello stato delle cose, e chiedere, in nome del Passerini e del Governo, se qualche cosa si poteva fare per venire in aiuto di Sua Santit. In sostanza per non c'era allora a Firenze n voglia n modo di far nulla. Il Guicciardini li mand subito a Civitavecchia, dove trovavasi Andrea Doria ammiraglio delle navi pontificie, affinch gli esponessero quali erano i disegni possibili per liberare il Papa, e gli chiedessero se poteva dare aiuto ad attuarli. Dovevano in ogni caso sollecitarlo a mandare le vettovaglie gi promesse all'esercito, che, per la mancanza di esse, minacciava sbandarsi d'ora in ora. Il 22 maggio il Machiavelli ed il Bandini scrissero, che il Doria non voleva adoperar le sue navi n a prender vettovaglie n ad altro, dovendo tenerle a disposizione del Papa, cui potevano occorrere da un momento all'altro, quando gli riuscisse evadere dal castello. Offriva solo un brigantino o una galea, di cui potevano valersi per tornarsene a Livorno. Lodava in genere il disegno d'un improvviso assalto, meditato dal Guicciardini per liberare il Papa; ma sembrava prestar poca o nessuna fede alla riuscita.(547) E questa  l'ultima lettera che abbiamo di mano del Machiavelli. Con la rivoluzione ed il mutamento di governo seguiti a Firenze, cess di fatto ogni suo ufficio, ed egli s'affrett a tornarsene in patria, ove dovette ben presto seguirlo anche il Guicciardini.
L'uno e l'altro di questi due grandi Italiani sentivano d'essere ora ridotti in tristissime condizioni. Il Guicciardini, avversario del governo popolare, legato indissolubilmente al destino del Papa e dei Medici, dopo averli con grande intelligenza e fedelt serviti, trovava la Citt in bala de' suoi nemici; gli fu quindi necessario andarsene ben presto in volontario esilio, tenendosi fortunato se non gli confiscavano i beni. Ma questa sua infelice condizione aveva almeno il vantaggio di essere chiara e decisa: non gli restava altro che sperare ed aspettare il ritorno dei Medici, coi quali solamente poteva risorgere la sua fortuna. Ben diversa, ben pi triste era invece la condizione in cui si trovava il Machiavelli. Repubblicano di buona fede, egli era caduto in disgrazia con la rovina della libert. Dopo molte sventure e grandi strettezze, era stato finalmente adoperato dai Medici in assai modesti uffic, quando essi, d'accordo in ci con tutta la cittadinanza, erano animati dal comune desiderio di salvare la patria dagli stranieri. A questo nobile fine egli, sentendosi come ringiovanito, aveva speso tutta l'attivit, tutta l'energia de' suoi ultimi anni, sebbene fossero gi presso ai sessanta, e la sua salute fosse divenuta assai mal ferma. Di giorno, di notte, col freddo, col caldo, fra le armi dei nemici, esposto a continui pericoli, non aveva avuto mai posa. Ad un tratto, tornando ora a Firenze, doveva involontariamente, ma fatalmente apparire come un nemico della libert che tanto aveva amata, e della indipendenza della Citt cui aveva dedicato tutte le sue forze. Egli in fatti tornava adesso come un servitore dei tiranni gi caduti e cacciati. Che cosa poteva mai sperare? Non v' dunque da maravigliarsi di ci che pi tardi raccont nelle sue lettere il Busini, che cio il Machiavelli, tornando a Firenze insieme con Piero Carnesecchi e con una sorella di costui, fu sentito pi volte dolorosamente sospirare.(548) Di certo non sospirava per rammarico della ricuperata libert che, come dice lo stesso Busini, egli "amava straordinarissimamente," ma pel dolore invece di doverne essere tenuto nemico. Ora bisognava fortificare le mura, armare i cittadini, e per mezzo dei liberi ordini animarli agli eroici sacrifiz in difesa della patria. Questo il Machiavelli aveva sempre sperato, sempre insegnato, sempre voluto; e da questo doveva ora restare lontano, di questo doveva inevitabilmente apparire nemico!
In fatti, non appena fu arrivato a Firenze, trov che, tutti s'occupavano a riordinar la Repubblica, ad apparecchiar la difesa della Citt; ma nessuno pensava a lui, ognuno anzi lo guardava con diffidenza, e quasi lo fuggiva. Gli amici dei Medici andavano la pi parte in esilio, o si nascondevano; quelli che avevano saputo voltar faccia in tempo, per farsi credere ardenti fautori del nuovo governo, pi degli altri cercavano di evitarlo, perch egli faceva ricordare il loro passato, non essendo uomo nato a fare il tribuno, mutando clamorosamente abito e modi. N i veri repubblicani potevano certo guardar di buon occhio colui che aveva accettato di servir fedelmente i Medici, sia pure a difesa della Citt. Tutto ci lo afflisse profondamente; ma il dolore divenne anche pi acuto, quando ebbe una prova visibile e tangibile dello stato vero in cui egli si trovava ora in Firenze, di fronte ai suoi concittadini. Il 10 giugno, essendo stati aboliti gli Otto di Pratica, e ristabiliti invece i Dieci della Guerra, il segretario Niccol Michelozzi, rimasto sempre fido strumento dei Medici, fu dimesso, e doveva essere sostituito da un altro. Il Machiavelli aveva assai onorevolmente tenuto quell'ufficio al tempo del Soderini, aveva recentemente provveduto alla fortificazione delle mura; era quindi naturale il supporre che si pensasse anche a lui. Ma con un'altra deliberazione dello stesso 10 giugno, venne nominato a quel posto un tal Francesco Tarugi, senza che dell'antico compagno di Marcello Adriani e del Soderini alcuno mostrasse pur di ricordarsi.(549) Ci dovette riconfermargli, che ormai tutto era per lui finito, che nessuna speranza, nessuna illusione pi era possibile. Non poter servire la patria in pericolo, non poter difendere la libert, le quali tanto aveva amate, per le quali tanto aveva sofferto, fu questo il dolore a cui non pot sopravvivere Niccol Machiavelli.
Se un tal dolore fu la sola causa immediata della sua morte,  impossibile dirlo. Certo  che dopo pochi giorni, il 20 giugno, egli, che gi da lungo tempo soffriva nella digestione, si sent assai male. Par che prendesse allora la sua solita medicina, la quale questa volta non gli avrebbe giovato punto; venne anzi assalito da fierissimi dolori colici, e ben presto si trov in fin di vita. La moglie, i figli, gli amici furono subito intorno al suo letto. Il giorno preciso della morte non  conosciuto, ma dovette essere poco prima del 22 giugno 1527; giacch, come fu osservato gi dal Mordenti,(550) il Libro dei Morti in Archivio dice che in quel giorno il Machiavelli fu sepolto in Santa Croce.(551) Una breve lettera, attribuita al figlio Piero e molte volte ristampata,(552) lo dice morto il 22, ed aggiunge che "si lasci confessare le sue peccata da un frate Matteo, che gli ha tenuto compagnia fino a morte." La lettera non  per autografa, e sulla sua autenticit il Tommasini (II, 902 e seg.) ha giustamente sollevato gravi dubbi.(553) Sembra tuttavia vero che, morendo, il Machiavelli volesse assistenza religiosa. E non deve recar nessuna maraviglia se, dopo aver detto tanto male dei papi, dei preti e dei frati, si lasciasse confessare. Era quello che facevano allora tutti in Italia. Egli del resto aveva parlato molto della corruzione del clero, dei mali che la Chiesa aveva recati all'Italia; non aveva per mai impugnato i dommi della religione, non gli aveva anzi neppure discussi.
Nel 1522 il Machiavelli aveva fatto il suo secondo testamento,(554) e con esso lasciava eredi i quattro figli maschi, Bernardo, Lodovico, Guido e Piero; alla figlia Bartolommea o Baccia, che spos poi Giovanni padre di Giuliano dei Ricci, lasciava gli alimenti, ai quali ella aveva diritto per legge. Non sappiamo se riuscisse a costituirle, sul Monte delle Fanciulle, una piccola dote, come nel testamento stesso diceva di voler fare. Verso la moglie Marietta adoperava parole di stima e di affetto sinceri, inalterati, nominandola amministratrice e tutrice dei figli minorenni.
Non ostante per la morte cristiana e l'affezione da lui dimostrata sino all'ultimo alla moglie, ai figli, non mancarono, com'era da aspettarsi, aneddoti pi o meno malevoli, inventati allora e dopo dai detrattori, i quali neppure nell'agonia vollero lasciarlo in pace. Il Giovio, ne' suoi Elogia, afferm che il Machiavelli era morto celiando, per abuso d'una medicina con la quale si credeva al sicuro dalle malattie. Il Busini, che gli fu anch'egli sempre avverso, scrivendo al Varchi nel 1549, diceva che mor in parte di naturale malattia, in parte pel dolore di vedere, che all'ufficio cui egli aspirava e credeva di avere diritto, veniva eletto Donato Giannotti. Ma ci, come abbiam visto, non  vero, perch fu nominato invece il Tarugi, il quale mor poco dopo, ed ebbe a successore il Giannotti nell'ottobre dello stesso anno, quando cio da pi mesi anche il Machiavelli aveva cessato di vivere. Il Busini aggiunse, che questi appena s'ammal prese le sue solite pillole, e sentendosi molto aggravare, "raccont quel tanto celebrato sogno a Filippo (Strozzi), a Francesco del Nero ed a Iacopo Nardi e ad altri; e cos si mor malissimo contento, burlando."(555) Non dice qual fosse questo celebrato sogno, che pi tardi venne da molti ripetuto, ma che non ci  riuscito di trovar narrato da nessuno dei contemporanei. Il Ricci, biasimando aspramente le parole con cui il Giovio sembra alludere a celie ed a poco rispetto dal Machiavelli mostrato alla Divinit nell'ora estrema, afferma che in tutto ci non v' ombra di vero, essendo tutte invenzioni malevole e calunniose. La medicina presa era blandissima. Il Machiavelli suo avo era morto cristianamente, circondato dagli amici e dai parenti. La Marietta, i loro figli, tra i quali la Baccia, madre dello stesso Ricci, non avevano mai fatto cenno di queste false dicerie.(556) E in verit il Machiavelli era assai innanzi cogli anni; s'era recentemente esposto a tutte le intemperie, viaggiando di giorno e di notte, col caldo e col freddo; era tornato a Firenze, dopo aver traversato la campagna di Roma, il cui clima  sempre pi o meno insidioso; l'animo suo era stato da un pezzo lacerato da continui dolori morali, divenuti negli ultimi giorni ancora pi crudeli. Tutto questo  pi che sufficiente a dar ragione della sua morte, senza che vi sia bisogno di strane spiegazioni, e rende impossibile credere che egli potesse avere alcuna voglia di celiare accanto al confessore, in mezzo alla moglie ed ai propr figli, che abbandonava per sempre.
Pure il sogno, che gli amici ed i parenti vicini ignoravano, i lontani e sopra tutti i posteri lo raccontarono. Secondo questi, il Machiavelli vide, dormendo, una moltitudine di genti affamate e misere. Chiese chi erano, e gli fu risposto: i beati del Paradiso. Dopo che questi furono scomparsi, si present una moltitudine di uomini gravi, i quali ragionavan di politica, ed in mezzo a loro vide illustri filosofi greci e romani: erano i dannati alle pene eterne dell'Inferno. Interrogato allora con chi avrebbe egli preferito d'andare, rispose subito: - Piuttosto nell'Inferno a ragionare di Stato coi grandi spiriti, che in Paradiso, fra quella marmaglia che ho visto prima. -  difficile dire chi sia stato il primo a narrare, ad inventare questo sogno. Il Bayle che ne parla lungamente nel suo Dizionario, cita solo autori assai posteriori al Machiavelli, uno dei quali  il gesuita Binet (1569-1639).(557) Le lettere del Busini per dimostrano chiaro che gi assai prima se n'era discorso. Ma pi che un sogno, esso apparisce una parodia abbastanza fedele dello spirito pagano e mordace del Machiavelli. Nel principio del quarto Atto della Mandragola, Callimaco, disperato del suo amore poco onesto, dice a s stesso: "Dall'altro canto il peggio che te ne va,  morire ed andare in Inferno. E' son morti tanti degli altri, e sono in Inferno tanti uomini da bene. Hatti tu a vergognare d'andarvi tu?" Queste espressioni e molte altre simili, che si trovano nelle Storie, nei Discorsi ed altrove, specialmente quando l'autore mette a confronto le religioni pagane col Cristianesimo, poterono dare origine alla invenzione del sogno. Si pu anche supporre che in tempi meno infelici, egli medesimo lo avesse, celiando, narrato, non per mai nel momento della morte. Francesco Otomano, che  il pi antico autore citato dal Bayle, scriveva nel 1580, dicendo solamente di aver letto nell'opera d'un altro avversario del Machiavelli, come questi, in certo luogo delle sue opere, dichiarasse che dopo la morte avrebbe preferito andare nell'Inferno piuttosto che nel Paradiso, dove avrebbe trovato solo miseri monaci ed apostoli, quando invece nell'Inferno sarebbe stato in compagnia di cardinali, papi, principi e re.(558) Questo conferma, secondo noi, che il sogno fu immaginato cavandolo in parte dalle opere stesse del Machiavelli e dallo spirito che domina in esse, per condannare alcune sue opinioni, giudicate poco cristiane.
Come abbiamo gi detto egli fu sepolto in Santa Croce, nella sua cappella gentilizia, che coll'andar del tempo venne abbandonata ad una compagnia religiosa, la quale v'innalz un altare e vi seppell alla rinfusa i propr fratelli, senza che alcuno ne movesse lamento.(559) La famiglia si estinse ben presto; giacch dei figli del Machiavelli solo Bernardo ebbe discendenti maschi, uno dei quali, Niccol, fu canonico, e l'altro, Alessandro, mor nel 1597,(560) lasciando una femmina di nove anni, per nome Ippolita, che and nei Ricci. La cappella gentilizia, come si pu creder facilmente, cadde allora in sempre maggiore abbandono, tanto che si perdette perfino la memoria del luogo preciso dov'era. Il nome del Machiavelli, per le ragioni che gi abbiamo altrove lungamente esposte, fin coll'essere poco curato, spesso anzi aborrito fra i suoi stessi concittadini. Nel secolo XVIII la sua fama cominci invece a risorgere, come si vide per le molte edizioni delle Opere, che rapidamente si seguirono.(561) Nel 1760 furono a Lucca pubblicati alcuni suoi scritti inediti, e nel 1767 il proposto Ferdinando Fossi pubblic in Firenze un volume di legazioni anch'esse inedite. Finalmente nel 1782 venne in luce la grande edizione fiorentina di tutte le Opere, in sei volumi in quarto, la quale per quei tempi era veramente degna del grande italiano.(562) Fu dedicata a lord Cowper,(563) che insieme col granduca Pietro Leopoldo l'aveva efficacemente promossa. Quel nobile Inglese ebbe quasi cittadinanza in Firenze, dove favor sempre con ardore i buoni stud, e fu grande ammiratore del Machiavelli. Nel 1787 egli volle, insieme con lo stesso Granduca, essere operoso e largo fautore anche dell'idea proposta da Alberto Rimbotti, d'iniziare una pubblica sottoscrizione, per inalzare in Santa Croce un monumento a Niccol Machiavelli. Innocenzo Spinazzi, scultore non privo di merito per quei tempi di decadenza dell'arte, lo condusse a termine, ed il dottor Ferroni vi pose la semplice e bella iscrizione:

TANTO NOMINI NULLUM PAR ELOGIUM
NICOLAUS MACHIAVELLI
OBIT ANNO A P. V.(564) MDXXVII
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CONCLUSIONE.
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Il Machiavelli, come abbiam visto,  assai strettamente legato ai suoi tempi. Il concetto che di lui ci formiamo, risulta perci, in parte non piccola, dal concetto che ci formiamo del secolo in cui egli visse. Nacque in un tempo nel quale la corruzione politica era generale in tutta Europa, ma in Italia pi che altrove, perch maggiore era in essa il numero di coloro che pigliavano parte alla vita pubblica. Questa corruzione faceva quindi pi largamente sentire la sua malefica azione in tutta quanta la societ italiana. La nostra maggiore cultura rendeva anche meno scusabili i viz e le colpe d'una politica non pi dominata dalle passioni istintive e cieche del Medio Evo, ma conseguenza di calcolo e di astuzia raffinata, crudele e senza scrupoli. Le istituzioni del Medio Evo andavano fra di noi tutte a rapida rovina, lasciando ogni individuo della civile comunanza come abbandonato a s stesso. In Francia, in Inghilterra, nella Spagna, invece, il feudalismo formava ancora la base su cui s'innalzava il potere sovrano delle grandi monarchie, che avevano quindi pi ferme tradizioni, e seguivano una politica la quale, se non era meno corrotta nei mezzi che adoperava, riusciva di certo pi determinata e costante, sopra tutto pi nazionale, nei fini che si proponeva. La corruzione italiana apparve per ai posteri assai pi profonda, pi generale che veramente non era, perch diffusa sopra tutto negli ordini superiori della societ, fra gli uomini politici e i letterati, dei quali quasi esclusivamente si occupano le storie. Negli ordini inferiori la virt e la morale avevano ancora salde e profonde radici, sebbene di essi poco o punto si parli. Questo apparisce ben chiaro nella letteratura popolare, nelle corrispondenze familiari, nella vita di non pochi oscuri personaggi. In una gran parte d'Italia il popolo era in fatti assai pi culto e gentile che al di l delle Alpi, e minore era il numero dei delitti. Dei nostri politici molti diffidavano, tutti anzi stavano in guardia contro di loro; non troviamo per che si diffidasse dei nostri mercanti o banchieri, ed in ogni parte d'Europa si chiedevano medici, segretar, educatori italiani.
A questa diversa morale, che v'era far due parti della societ, s'aggiungeva negli ordini superiori di essa, un conflitto nel concetto stesso che gl'Italiani s'erano formato della vita. La morale cristiana, teoricamente almeno, dominava sempre nelle private relazioni, era da tutti riconosciuta indiscutibile; ma veniva poi abbandonata nella vita pubblica, nella quale pareva che avesse perduto affatto ogni valore cos teorico come pratico. La buona fede, la lealt, la bont cristiana avrebbero, si diceva, menato a certa rovina il principe, il governo che avessero voluto prenderle davvero a regola costante di condotta politica. Questo era ci che istintivamente sentivano e pensavano allora tutti, ma gl'Italiani ne avevano fatto una teoria, che apertamente proclamavano. La contradizione che v'era nell'accettare questa doppia norma, appariva di certo anche ad essi visibile; ma nessuno pareva che si curasse molto di cercare un modo di sopprimerla, ricostituendo l'armonia interiore. La coscienza si sentiva quindi dolorosamente divisa e lacerata, come tirata in due opposte direzioni, in fondo all'una delle quali si trovava il Paradiso, in fondo all'altra l'Inferno. E si concludeva spesso col dire, che bisognava pure decidersi ad "amare pi la salute della patria che la salvezza dell'anima"
Un tale stato di cose doveva avere le sue inevitabili e gravi conseguenze nella vita e nella letteratura. Lo scetticismo di fatti invase gli animi; s'indebol il sentimento religioso; si cerc di esaminare il mondo e la realt quali allora erano o sembravano essere, senza occuparsi d'altro. Crebbe sempre pi l'ammirazione per gli antichi Greci e Romani, i quali riconducevano appunto allo studio della realt e della natura, senza pensiero alcuno dell'oltre-tomba, e non solo riconoscevano le necessit della politica, ma ponevano accanto agli Dei coloro che ad esse obbedivano per salvare la patria, non lasciandosi mai fermare dagli scrupoli della morale cristiana. La pittura, la scultura si dettero anch'esse allo studio dell'antico, della natura, della forma, della bellezza esteriore e sensibile; cercaron di essere pagane in una societ cristiana. Se non che in esse la forma greco-romana venne lentamente, inconsapevolmente ravvivata da uno spirito nuovo e ne nacque quell'arte del Rinascimento, che  una creazione tutta italiana, quasi una prima conciliazione intellettuale del Cristianesimo col Paganesimo, dello spirito colla natura, del cielo colla terra. Ma nella condotta pratica della vita non era facile il riuscire a trovare una simile conciliazione. Ed in vero una parte non piccola della nostra letteratura, la novella e la commedia soprattutto, che con grande fedelt ritraggono i costumi ed i tempi, ci rendono immagine del disordine interiore, che travagliava l'animo e l'intelletto italiano. Lo spirito nazionale lottava duramente in mezzo ad una trasformazione politica, sociale ed intellettuale. Sarebbe stato necessario trovar la base d'una morale naturale e razionale, che, rispettando le condizioni reali, pratiche della vita, non si trovasse in contrasto con i precetti della religione rivelata; conquistare la indipendenza della ragione o della coscienza, senza distruggere la santit della fede. Ma quando l'Italia, dibattendosi ancora in questa lotta, vedeva gi incominciare a sorgere sull'orizzonte una nuova luce intellettuale, che poteva far sperare un migliore avvenire di civilt e di moralit, l'Europa le piomb addosso e la soffoc, accusandola poi d'aver lasciato compiere ad altri l'opera da essa gloriosamente iniziata.
Senza aver ricevuto una grande cultura classica, il Machiavelli cominci subito ad ammirare anch'egli, sopra ogni altra cosa, l'antichit pagana, massime i Romani. Colla loro storia e letteratura si form in fatti il suo spirito. La natura lo aveva dotato d'una straordinaria chiarezza ed acutezza di mente; d'un gusto squisito per la eleganza della forma; d'una fantasia vivacissima, che, senza renderlo veramente poeta, pur lo dominava di continuo; d'uno spirito mordace e satirico, che vedeva il lato comico delle vicende umane, e dava maggior forza all'atticismo pungente di quei sarcasmi, che gli procurarono tanti nemici e detrattori. La sua indole non era, come da molti fu creduto, cattiva, n di lui si pot mai citare una sola azione malvagia. Ma i suoi costumi erano molto liberi, sebbene assai meno di quanto apparirebbe dal linguaggio che, secondo l'uso di quei tempi, egli usava nelle lettere e nelle commedie. Alla moglie, ai figli rest sempre affezionato in tutta la vita, fino alla morte. Viveva per tutto nell'intelletto, l era la fonte vera della sua grandezza. Fra le doti della sua mente, quella che sopra ogni altra predominava e per la quale di gran lunga superava i contemporanei, era una singolare facolt di ritrovar le vere cagioni dei fatti storici e sociali. Non fu mai un paziente indagatore di minuti particolari, e non ebbe neppure quel genio speculativo che si leva a considerazioni metafisiche, astratte sulla natura dell'uomo, dalle quali sembrava anzi rifuggire. Ma nessuno poteva al pari di lui ricercare, scoprire le origini e le conseguenze d'una rivoluzione politica o d'una trasformazione sociale; nessuno al pari di lui vedeva le qualit che determinano la natura d'un popolo o d'uno Stato: nessuno poteva come lui esporre quale era il carattere vero, non tanto di questo o di quel sovrano o capitano in particolare, quanto del sovrano, del capitano, dell'aristocrazia, del popolo in generale. Su di ci si fondava la sua scienza politica, in ci si manifestava la straordinaria originalit della sua mente.
E queste medesime qualit eran quelle che lo spingevano irresistibilmente a vivere in mezzo agli affari, fra i quali trovava materia continua alle proprie osservazioni e riflessioni. Ma negli affari il Machiavelli non pot mai avere grande fortuna, perch, non ostante le molte e rare attitudini che aveva per essi, non possedeva abbastanza quello spirito pratico, che fa conoscere subito il carattere personale degli uomini, e trovare come per istinto il modo di condurli e dominarli. In ci era anzi superato da molti de' suoi contemporanei, specialmente dal Guicciardini. Entrato nella cancelleria della Repubblica, egli non fu in sul principio altro che un segretario eccellente. La cura assidua da lui posta nei doveri d'ufficio, la sua attivit febbrile, la tendenza a meditare e proporre sempre nuovi disegni, gli fecero guadagnare la fiducia del Soderini, che lo adoper subito in affari di maggior momento; ma egli rest sempre un subordinato.
Il fatto che decise l'indirizzo de' suoi stud e della sua mente, che gli apr la via gi dalla natura a lui predestinata nella scienza, ed incominci la sua vera educazione politica, fu la legazione al Valentino. Si persuase allora che un avventuriero di pessimo carattere morale, capace d'ogni pi malvagia azione, poteva avere grandi qualit come uomo di Stato e come capitano. Percorrendo una via sanguinosa di tradimenti, il Duca riusc in fatti ad estirpare i pi tristi tiranni della Romagna, e vi fond un governo che ricondusse l'ordine, la quiete, una pronta, sebbene spesso sanguinosa, amministrazione della giustizia in mezzo a quelle fiere popolazioni, che si sentirono subito sollevate, incominciarono a prosperare, e si affezionarono al nuovo signore. Se questi fosse stato pi buono o men tristo, se avesse esitato, la sua piet, pens il Machiavelli, sarebbe stata crudele; e l'immagine del Valentino gli apparve come la vivente personificazione dell'enigma che travagliava il secolo, e cominci a spiegargliene il significato. Cominci a veder chiaro, che la politica ha fini e mezzi suoi propr, i quali non son quelli della morale individuale; che le virt e la bont privata possono qualche volta fermare a mezzo l'uomo di Stato, rendendolo incerto, senza farlo riescire n buono n tristo, che era il peggio di tutto, secondo il Machiavelli. Non bisogna mai esitare, egli diceva, ma entrare risolutamente in quelle vie che la natura delle cose dimostra necessarie. Esse saranno sempre scusate, quando conducono al fine desiderato e necessario, alla formazione, cio, alla grandezza e forza dello Stato. Colui che in ci riesce, anche per vie malvagie, potr certo, come privato cittadino, essere biasimato; ma meriter pure, come principe, gloria immortale. Se invece manda a rovina lo Stato, sia pure per la bont del suo animo che lo fa esitare, sar sempre come principe inetto, condannato. Tale  il vero significato della massima del Machiavelli: il fine giustifica i mezzi.
Queste idee non lo abbandonarono pi in tutta quanta la vita, e furono la base su cui cominci a costruire le sue dottrine politiche. Ma tornato a Firenze, gli affari incalzanti non gli lasciavano tempo a meditare o scrivere libri. Le sue varie legazioni gli dettero occasione di esaminare l'ordinamento politico e militare della Francia e della Germania che egli ritrasse mirabilmente ne' suoi dispacci, nelle sue relazioni. Impar cos a conoscere gl'immensi vantaggi che vengono alla forza d'una nazione, al benessere universale dalla formazione d'un grande Stato, di un esercito forte. Questo esame che pot fare degli ordinamenti militari in var paesi, massime la Svizzera e la Germania; l'esperienza avuta nelle guerre d'Italia, sopra tutto di Pisa; lo studio indefesso che fece nella storia degli eserciti greci e romani, gl'insegnarono a deplorare i soldati mercenar, i capitani di ventura, e sorse cos innanzi alla sua mente l'ideale d'un popolo armato e libero. Di qui ebbe origine il concetto della sua Ordinanza, intorno alla quale fece tanti stud, e spese invano tante fatiche. Ma queste idee, che s'andavano via via formando nella sua mente, vi restavano come frammenti staccati, non si potevano coordinare in un sistema scientifico, finch egli era costretto a girar di continuo pel territorio fiorentino o anche fuori, a scrivere nel suo ufficio lettere infinite per affari, spesso di assai piccola importanza. Si prov per distrazione a comporre alcuni versi, ad abbozzare qualche commedia; ma erano lavori che restavano assai spesso interrotti, per mancanza di tempo e di quiete. Pure le sue osservazioni sociali e politiche sugli uomini e sugli affari, continuavano sempre, e crescevano d'importanza, massime quando la Repubblica si trov in momenti difficili, tra pericoli che d'ora in ora ne minacciavano l'esistenza. Egli la serv fino all'ultimo con fedelt, con disinteresse grandissimi, e fece di tutto per impedirne la caduta, che fu inevitabile. Cos dopo quattordici anni d'indefesso lavoro, dopo aver compiuto molte legazioni, dopo aver maneggiato grandi somme di danaro per l'ordinamento delle milizie e le spese della guerra, si trov finalmente senza ufficio, povero come prima.
La caduta della Repubblica fu di certo pel Machiavelli una grande sventura, perch lo cacci dagli affari e lo ridusse nelle pi gravi strettezze economiche; ma fu da un altro lato una grande fortuna, perch gli fece scrivere quelle opere che lo resero immortale. Se egli fosse rimasto sempre nella cancelleria, noi non avremmo di lui avuto altro che le legazioni. Tornato invece alla vita privata, cominci a raccogliere le proprie idee, ad ordinarle, ed il suo orizzonte intellettuale s'and subito grandemente allargando. I Medici, divenuti allora potentissimi in Roma ed in Firenze, gli rendevano impossibile sperare il pronto risorgimento del governo popolare nella sua Citt, ed egli si rivolse quindi a meditare sulla costituzione di un forte Stato italiano. Cos pot concepire il suo sistema scientifico, il quale ebbe un doppio carattere, teorico e pratico ad un tempo. Esso pone in fatti le basi di una nuova scienza politica, della quale il Machiavelli fa continua applicazione all'Italia del suo tempo, cercando i modi pratici, per ordinarla in nazione, riconducendola a vera grandezza. Questo doppio concetto fu da lui esposto nel Principe, nei Discorsi, nell'Arte della Guerra; si trova pi o meno, sotto forma diversa, in tutte quante le sue opere. Duplice  anche la base scientifica del sistema, perch si fonda sulla esperienza e sulla storia, la seconda venendo di continuo a riconfermare le conclusioni della prima. Anche nelle Storie, che furono l'ultima delle opere letterarie del Machiavelli, noi lo troviamo animato sempre dallo stesso concetto politico, da cui lo vedemmo dominato del pari in mezzo agli affari, che prima glielo ispirarono, e da cui fu accompagnato sino alla morte. In esse a lui parve di vedere i grandi avvenimenti cagionati sempre dalla volont, dall'audacia e prudenza di qualche gran principe o uomo di Stato. E si persuase sempre pi, che la rovina d'Italia fu conseguenza inevitabile delle sue divisioni, le quali aprirono di nuovo la via alle invasioni straniere, provocate, secondo lui, sopra tutto dall'ambizione dei Papi. L'Italia, egli concluse costantemente, non sar mai felice, grande, libera davvero, se non sar unita, il che pu esser solo l'opera di un principe riformatore. E questo principe, che gli era apparso la prima volta sotto le forme del Valentino, come una volont sicura e intelligente, che ordina e disordina, fa e disf i popoli a suo arbitrio, divenne pi tardi nella sua mente un uomo che operava quasi come una forza della natura, perdeva quindi il suo carattere personale, e con esso ogni valore morale. Pel Machiavelli l'uomo di Stato si fonde e confonde con quella che  l'opera sua propria, dalla quale e dal fine che con essa consegue, deve essere giudicato.  un individuo, la cui individualit si dilegua nella moltitudine che rappresenta, nell'opera che  chiamato a compiere.
Cos fu concepito e scritto il Principe. Esso ci espone la difficile impresa del riordinamento politico di una nazione in genere, dell'Italia in ispecie, personificandola in un uomo, nel quale la coscienza individuale, morale  destinata, temporaneamente almeno, a scomparire.  forza rimuovere ogni ostacolo al compimento della grande impresa, senza lasciarsi fermare da nessuna considerazione di onesto o disonesto. Questa che fu la via per la quale s'and formando nella mente del Machiavelli il concetto dell'organismo politico e nazionale dello Stato, fu anche la via per la quale lo Stato stesso s'and storicamente formando nella realt. Ci d un grandissimo valore al concetto fondamentale del suo libro, e ci spiega il fascino singolare che esso esercit sulla mente dei pensatori e dei politici, non ostante le critiche e le calunnie con cui fu continuamente assalito. Il metodo dal Machiavelli seguto lo costrinse ad esaminare con la medesima impassibilit il principe buono ed il principe scellerato, dando all'uno ed all'altro consigli adatti a raggiungere i loro intenti, consigli che esso ricav da uno studio continuo di tutto ci che nella storia antica e nella moderna aveva veduto avvenire. Il caso di coscienza che a noi si presenta inevitabile, sembra che non si presenti mai a lui. Egli non domand a s stesso, se la immoralit dei mezzi adoperati poteva, anche ottenendo temporaneamente il desiderato fine, distruggere le basi stesse della societ che si voleva fondare, e rendere a lungo andare impossibile ogni buono, forte e sicuro governo. N domand se come v' una morale privata, vi sia anche una morale sociale e politica, che imponga del pari limiti da non doversi in nessun caso oltrepassare, dando alla condotta dell'uomo di Stato una norma che, pur essendo diversa, secondo i tempi e le condizioni sociali, sia regolata anch'essa da princip sacrosanti. Questo  il lato debole, fallace della sua dottrina; quello che ci allontana da lui, ci fa qualche volta orrore, ed  stato la sorgente continua delle accuse e delle calunnie. Ma quando il Machiavelli, dopo la sua analisi, la sua crudele vivisezione, viene alla conclusione finale e pratica dell'opera, allora solamente se ne vede chiaro lo scopo, e se ne possono misurare i pregi e i difetti. Si trattava di costituire l'unit della patria, liberandola dallo straniero; questo avrebbe dovuto essere la mira costante, universale degl'Italiani. Ma nelle condizioni in cui l'Italia e l'Europa si trovavano, non era sperabile conseguire un tal fine, senza ricorrere ai mezzi poco morali di cui la politica di quei tempi si valeva, e che soli sembravano allora possibili. Incalzato da un tal pensiero, dominato dal suo soggetto, il Machiavelli non si ferm a distinguere lo scopo scientifico, generale e permanente dell'opera, dallo scopo pratico e immediato, dai mezzi transitori, che potevano in quel momento sembrare o anche essere necessar a conseguirlo. Concludeva perci, generalizzando, che la santit del fine giustifica i mezzi. E ripeteva nuovamente, che l'uomo politico deve tutto osare, pur di riuscire, anche con la violenza, col ferro e col sangue, a redimere la patria, a costituire lo Stato. Spetter poi al popolo dare alla patria redenta la libert, difenderla colle armi, consolidarla con la virt.
Questo secondo concetto  l'argomento dei Discorsi. Essi infatti cominciano con quella che  l'idea fondamentale del Principe; ma si fermano poi a dimostrare come il popolo debba impadronirsi del governo, una volta fondato colla forza, per farlo prosperare con gli ordini liberi. Inesauribile  qui la infinita variet delle osservazioni giuste, profonde, pratiche, con le quali viene iniziata e svolta la nuova scienza dello Stato. In tutte le letterature difficilmente si troverebbero pagine che, anche da lontano, possano paragonarsi a quelle con cui i Discorsi esaltano l'amore della libert, la devozione alla patria, il sacrifizio di ogni interesse privato al pubblico bene. In esse e nella esortazione del Principe il patriottismo del Machiavelli si manifesta con un entusiasmo ed una eloquenza che sono insuperabili davvero. Il carattere dello scrittore s'innalza allora dinanzi ai nostri occhi, la sua figura sembra illuminarsi di luce improvvisa; ed egli assume addirittura eroiche proporzioni, quando ci ricordiamo, che questo patriottismo non solo ispir la sua mente, ma guid anche la condotta della sua vita.
Il popolo, egli osserv inoltre, a voler essere libero veramente, deve essere armato, e questo lo spinse a scrivere l'Arte della Guerra. Il lungo studio fatto sul diverso ordinamento degli eserciti nazionali e stranieri, antichi e moderni lo condusse al concetto della sua Ordinanza, e gli fece dichiarare altamente, che la forza vera degli eserciti sta nella virt pubblica e privata, non meno che nella bont degli ordinamenti militari. L'educare gl'Italiani alle armi, ad esser sempre pronti a dare la vita e tutto alla patria, sar, egli conclude, il solo efficace principio del risorgimento nazionale. Ed anche in quest'opera esalta la virt con un calore, con una convinzione, che gl'ispira una eloquenza, che non era di parole solamente. Ed in verit, come noi pi volte abbiam visto, gli anni migliori del Machiavelli, tutte le sue forze, la sua costante, irrefrenabile attivit, vennero, ogni volta che se ne present l'occasione, dedicati a porre in atto le idee che furono poi esposte nell'Arte della Guerra. Quando noi lo vediamo predicare la necessit di armare il popolo, di educarlo a morire per la patria, e con indomita persistenza convincere di ci il Soderini e la repubblica di Firenze, come si pu non ammirarlo? Ma egli non si ferm a questo, che nella sventura e sotto le persecuzioni dei Medici, ricominci da capo la stessa propaganda fra i giovani degli Orti Oricellari. Pi tardi ancora, dimentico di s, de' suoi privati interessi, dell'et avanzata, della mal ferma salute, cerc di convertire alla sua fede patriottica lo stesso Clemente VII. Offrendosi pronto ad iniziare, vecchio com'era, l'opera generosa in quei giorni funesti, nei quali gli eserciti di Carlo V s'avanzavano a danno di Roma, di Firenze, dell'Italia tutta, finiva coll'infondere una momentanea scintilla di entusiasmo nell'animo stesso, sempre incerto e vacillante di quel papa. Allora  forza riconoscere che v' davvero in lui una grande, una nobile passione, che lo redime, lo rialza, lo pone al di sopra di tutti i suoi contemporanei: un amore vero, ardente, irresistibile della libert e della patria, un'ammirazione sincera della virt. Cos la fronte di colui che, con tanta ostinazione, ci fu sempre descritto come la personificazione del male, dell'inganno, si circonda a un tratto d'un'aureola luminosa ed inaspettata.
Tale  il processo che segu la mente del Machiavelli nelle varie sue opere. Separandole, non se ne pu vedere l'intima connessione; si smarrisce il loro scopo, e si d luogo alle pi strane interpretazioni e calunnie. Riunendole, non solo se ne comprende assai meglio tutto il grande valore; ma si vede anche quale fu la via che il pensiero nazionale, individuandosi in lui, tenne per cercar di uscire dalle dolorose contradizioni in cui si travagliava. L'Italia era divenuta incapace d'una riforma religiosa, quale segu in Germania ed in Inghilterra. Invece di slanciarsi verso Dio, come gi le aveva predicato il Savonarola; invece di cercar forza in un nuovo concetto della fede, quale fu predicato da Martino Lutero, si volse all'idea dello Stato e della patria, che solo col sacrifizio di tutti al bene comune si possono solidamente costituire. Pareva che questa fosse l'unica via allora possibile fra noi ad una vera redenzione nazionale. L'unit della patria risorta avrebbe reso necessaria, inevitabile la ricostituzione della morale, riacceso la fede nella virt pubblica e privata, fatto trovar modo di santificare di nuovo lo scopo della vita. Questo concetto, che noi troviamo vagamente e debolmente sentito da moltissimi dei nostri pi grandi scrittori e statisti in quel tempo, fu il pensiero dominatore del Machiavelli, l'ideale a cui sacrific la sua vita intera. Ma la decadenza nazionale era divenuta inevitabile, gli avvenimenti incalzavano inesorabili, ed egli mor dinanzi allo spettacolo dell'Italia che andava in rovina, invasa dagli stranieri. Il suo grande pensiero rimase perci un sogno, ed egli fu quindi l'uomo meno compreso e pi calunniato che la storia conosca. Oggi che il popolo italiano ha incominciato a redimersi politicamente, che la patria si  costituita secondo la profezia del Machiavelli, il cui sogno divenne una realt,  venuto il momento in cui pu essergli finalmente resa giustizia.
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FINE.